Charlie Hebdo, voglio essere libero invece di far la guerra

Io non dicPat Carra - Liberta di espressioneo “Je suis Charlie“. Perchè al posto suo mi sarei dato una linea editoriale diversa. Però comprendo chi lo dice. E’ un modo di manifestare solidarietà. Senza essere l’unico obbligato. Penso abbia valore manifestare solidarietà per le vittime e condanna per l’attentato, anche se si dichiara un punto di vista diverso da quello di chi è stato colpito.

Così ho postato una vignetta di Pat Carra. Titolata “Libertà di espressione in Occidente”. Sotto il titolo, la disegnatrice si chiede: “Posso dire che non sono Charlie?”. Un’amica commenta: Certo che si può dire, ma è fuorviante, non è questa la questione. Domando: Qual è la questione? Mi risponde: Un attacco terroristico che vuole metterci uno contro l’altro. Una risposta esauriente da cui dissento.

Uomini armati, in nome di una religione, hanno ucciso giornalisti inermi. Giornalisti che pubblicavano vignette contro la religione intestata dai loro assassini. Subito penso che, pur con effetti modesti, anch’io mi espongo in pubblico. Critico, attacco, derido (a volte). Anch’io, in teoria, sono vulnerabile. La libertà di espressione è un bene prezioso, sia per principio, sia perchè la uso io. Mi dispiace quando mi viene negata, quando si manifesta intolleranza verso ciò che esprimo e mi si esclude. Questa è una questione: la difesa ferma e assoluta della libertà di espressione. Di tutti.

La libertà di espressione si difende praticandola. Ho letto che adesso mancano le condizioni per discutere sui limiti della libertà di espressione, della satira, di chi dice “Je suis Charlie”. In difesa della libertà, è ora inopportuno esprimersi liberamente, perchè il nemico della libertà ci ascolta. Assumere questo schema è una importante vittoria dei terroristi: l’annullamento delle differenze e del pluralismo per far posto alla logica binaria della guerra. Ho letto tanti titoli proclamare: “Siamo in guerra”. Ma io non voglio inquadrarmi in uno schema di guerra, e non mi sento in guerra.

Ecco dunque un’altra questione molto importante: disinnescare la logica del noi e loro. Per destrutturare lo schema di guerrafondai e terroristi. Per vedere le persone e le loro differenze, invece di vedere appartenenze. La logica del noi e loro è la logica delle contrapposizioni identitarie. Le quattro persone di religione ebraica uccise nel supermercato Kosher in Francia sono state colpite per la loro identità. Per la loro prossimità ad Israele. Se invece di vedere persone, vediamo identità, le persone diventano simboli di identità. E di un simbolo si può fare una bandiera o un bersaglio. Come negli oltre cinquanta attacchi a persone e luoghi di culto musulmani, subito di seguito.

Condannare identità o sollecitare identità ad esprimere condanne è parte di questa deriva. Lo stesso messaggio della condanna, anche se meglio indirizzato, da solo può essere inadeguato. A volte dichiaro di disapprovare un comportamento e la mia dichiarazione ha influenza. A volte no. In entrambi i casi può essere importante dichiararsi, ma nel secondo è insufficiente, perchè nei confronti dei miei destinatari sono ininfluente. Allora, posso ritirarmi. Posso surrogare la capacità di influenza con la violenza. Posso tentare di accrescere la mia capacità di influenza. Siamo in una situazione analoga. E’ necessario e giusto condannare l’atto terroristico, senza se e senza ma. Tuttavia, la condanna è poco influente nei confronti dei destinatari, i terroristi, e del loro potenziale bacino di attrazione, tra i giovani figli dell’immigrazione, nati e cresciuti in Occidente.

Così, come abbiamo fatto dopo l’11 settembre, possiamo provare a surrogare il difetto di credibilità e autorevolezza con la violenza, mediante leggi securitarie e repressive e guerre preventive. Oppure possiamo provare ad accrescere la nostra capacità di influenza, investendo in un rapporto con i migranti, i giovani figli dei migranti, i loro paesi di origine, che scommette sullo scambio invece che sull’offerta di sogni o sulla pretesa di dissociazione, assimilazione e omologazione, o nel ripiego del multiculturalismo, la coesistenza separata delle comunità. Si dirà che crescere in capacità d’influenza richiede tempo. Il problema della sicurezza è subito. Ma sono passati 14 anni dall’11 settembre, da quando abbiamo voluto reagire subito, per essere sicuri subito.

Crescere in influenza credo c’entri qualcosa con il superamento di una politica aggressiva e neocoloniale nei confronti dei paesi del Medio Oriente e con la pratica di una giusta politica di accoglienza e di integrazione nei paesi occidentali. Credo c’entri anche con il ragionare sulla libertà di espressione. Su come conciliarla con il rispetto dell’altro. Su come esercitarla prestando attenzione alle asimmetrie di potere. Se da piccolo sfotto uno più grande, sono coraggioso e divertente. Se da grande sfotto uno più piccolo, sono un bullo e il mio spirito è arrogante spirito di patata. Perciò è diverso dileggiare il cristianesimo a Islamabad o a Roma, come è diverso dileggiare l’ebraismo in Israele o in Europa. E l’islam nei paesi arabi o in Europa.

Riferimenti:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk
Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi» | di Tk
Libertà di espressione in occidente | di Pat Carra
Difendiamo la libertà di espressione (2) | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo non voleva fomentare l’odio, ma stemperarlo: risposta a Luisa Muraro | di Marina Terragni
Io non mi dissocio | di Karim Metref
Non mi sento tanto bene | di Pat Carra

Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi»

di Tk
milano-consolato-francesedalla bacheca della Libreria delle donne

Cara Marina Terragni, ieri c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato musulmani, in particolare donne, anche se non si sono tolte il velo. Leggo che Cecilia Strada ne parla in questi termini: “Non c’è un noi e voi, noi cattolici e voi musulmani, noi italiani e voi stranieri ma chi chiede diritti e chi imbraccia le armi”.

Mi sembra un buon modo per sottrarsi alla logica del “noi” e “voi”, quale che sia la sua origine. Questa non è la “loro” manifestazione.

Non è la prima volta che i musulmani scendono in piazza per questo e per testimoniare vicinanza alle vittime del terrorismo di matrice islamica.

Ma non è mai abbastanza, ogni volta sembra la prima volta.

E tutte le volte che se ne denuncia il silenzio, si insultano milioni di donne e uomini di fede islamica e si spegne la voce dei molti tra loro che nel mondo lottano e muoiono perché si oppongono a chi, in nome della religione, commette crimini efferati prima di tutto contro lo stesso popolo musulmano.

La prima cosa che mi ha colpita nel tuo articolo, proprio come un pugno, è il tuo invito a “loro” a farlo per Ahmed, uno di “loro”. Per chi l’avrà fatto Ahmed, per chi ha rischiato la vita, per “loro” o per “voi”?

Mi è sembrato così ingiusto anche nei suoi confronti ridurre tutto a uno scontro tra comunità.

milano-consolato-francese-1Hai espresso il bisogno di una loro manifestazione con cui addirittura dicano a tutti voi che non festeggeranno per la morte dei vostri, e che non sono orgogliosi della guerra portata in casa vostra. Dici una cosa molto forte che fa di un uomo davanti a un bar e di una donna velata che va a prendere i figli a scuola un silenzioso popolo, forse connivente con degli assassini e da cui quindi hai bisogno di essere rassicurata.

Difficile fare spazio dentro di sé a una richiesta del genere. E non credo di dire nulla di incredibile. Questa stessa discussione su fb mostra come, per molto meno, istintiva e forte sia la chiusura e la tentazione di sottrarsi ad ogni scambio.

Io comprendo la paura in cui ci fa precipitare il sentirci vulnerabili, perché la provo. Ho paura dell’odio del terrorismo islamico ma anche di quello xenofobo e islamofobo. E credo che quindi tutti siamo chiamati a usare quella saggezza di cui parla coraggiosamente Muraro, probabilmente non a caso, una donna.

La saggezza non è paura, non è abdicare a principi per vigliaccheria. È sapere guardare lontano, è sapersi dare dei limiti. È smarcarsi da quella logica “maschia” che si appropria del luogo che dovrebbe essere la relazione, per farne un campo di battaglia tra trincee contrapposte, in cui non sembrano scontrarsi donne e uomini ma astratti principi e ideologie che li trascendono.

Vedi anche:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk

Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare

di Tk
da www.libreriadelledonne.it
kalid albain

Associazioni e autorità religiose, rappresentanti politici, intellettuali e artisti, donne e uomini di fede islamica hanno espresso forte e chiara condanna del feroce attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo e l’assoluta estraneità di questa cultura di morte dalla fede islamica.

Ma nel suo articolo Fatelo per il poliziotto Ahmed (il silenzio del popolo musulmano), Marina Terragni dice di avere bisogno di altro. Vuole sentire la voce del popolo musulmano che vive in occidente dichiarare “siamo con voi (…) e nessuno di noi festeggerà con dolcetti o altro nel chiuso delle case (…)”.

Comprendo il bisogno di essere rassicurati quando si prova paura, obiettivo di chi vuole infondere terrore e di cui i pregiudizi sono espressione.

Ma è un bisogno che non può essere soddisfatto se non ci si libera innanzi tutto da quel velo simbolico che divide tra “noi” e “voi”, in nome di artificiali costruzioni identitarie e nel mancato riconoscimento delle differenze.

Non è a un indistinto popolo musulmano che dobbiamo pensare ma a donne e uomini di fede islamica. Molti di loro erano probabilmente anche nelle piazze che hanno pianto le vittime dell’attentato ma nessuno ha il diritto di obbligarli a manifestare pubblicamente il loro sentire, pena l’essere moralmente accomunati a degli assassini.

Non è certo questo il modello di libertà a cui non vogliamo rinunciare.

Quello di cui c’è bisogno è un impegno personale e collettivo per disinnescare le pericolose logiche delle appartenenze identitarie, all’origine di quel cortocircuito che fa di ogni occidentale un infedele, di ogni ebreo un corresponsabile dei crimini dei governi israeliani e di ogni musulmano un potenziale terrorista.

Vedi anche:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente – Luisa Muraro

Prima donne e bambini?

hms birkenheadNel naufragio del traghetto Norman Atlantic, andato in fiamme nell’Adriatico, gli uomini hanno cercato di salvarsi prima delle donne, fino a picchiarle, secondo la testimonianza del soprano Dimitra Theodossiou. Al caso ha dato particolare rilievo il Corriere della Sera: Botte su ponte per salire su elicottero «Gli uomini picchiavano le donne».

Nei commenti all’articolo, qualcuno razionalizza a favore della priorità per donne e bambini: i bambini sono il futuro ed hanno bisogno delle loro madri. Qualcun altro razionalizza a favore della priorità per gli uomini: gli uomini possono contribuire alla riproduzione anche da anziani. Per lo più prevale la comprensione per l’istinto di sopravvivenza.

Il modo di presentare la notizia apre la strada all’accusa di aver violato l’antica legge del mare, mai scritta ma sempre applicata nell’immaginario collettivo: «Prima le donne e i bambini». Il ricordo corre subito al più famoso dei precedenti storici: l’affondamento del Titanic. Gran parte delle donne e dei bambini furono tratti in salvo, mentre la maggior parte degli uomini morì. Tanto che i siti neomaschilisti, nelle loro home page, mettono spesso in bella evidenza un articolo sulla vicenda del Titanic, per dimostrare che gli uomini si sono sempre sacrificati per le donne, così come i poveri per i ricchi.

Sulla giustezza di quella presunta consuetudine marinara c’è da essere indecisi. Sul «prima i bambini», possiamo essere tutti d’accordo. Ma «prima le donne» perchè? Perchè sono le madri dei bambini. Perchè i soccorsi hanno bisogno di chiari criteri di precedenza, da poter essere applicati in modo rapido e condiviso e può sembrare naturale tutelare prima e meglio chi viene percepito come più debole. Perchè gli uomini spesso si sacrificano per ciò che dà senso alla loro vita e di cui si sentono proprietari: l’auto, la casa, la terra, i buoi, dunque anche le donne. Alcuni uomini, chiamati a scegliere tra la borsa e la vita, scelgono di dare la vita. A dare gli ordini è il capitano della nave, che è sempre un uomo.

Così, i motivi che vogliono salvere «prima le donne e i bambini» forse sono poco favorevoli alle donne, le collocano in una posizione di minorità, una posizione intermedia tra l’uomo e il bambino. In verità, a me, il principio piace. E’ un principio cavalleresco. Potrei non saperlo applicare trovandomi nella situazione. Certo, se ne fossi incapace, dopo avrei di me una cattiva immagine. Secondo un’amica, se penso così, allora in ballo c’è solo l’idea che ho di me, e la donna da salvare è soltanto un oggetto ad uso e consumo del mio narcisismo. In effetti, anch’io subisco il fascino della cavalleria marinara e delle sue leggende, che tanto gratifica la vanità maschile.

Stöwer-TitanicGli uomini del Titanic, sacrificati tre volte più delle donne, per le donne, hanno rappresentato a lungo un modello di comportamento maschile nelle situazioni di salvataggio. Un modello e un paradigma: gli uomini si comportano così. Nobili o vanagloriosi? O sprovveduti. Il Titanic era un gioiello di tecnologia ed era ritenuto inaffondabile. La collisione con l’iceberg fu poco avvertita dai passeggeri della prima e seconda classe  poiché le loro cabine erano al di sopra della linea di galleggiamento. Gli ufficiali fraintesero l’ordine del capitano: capirono «solo» invece che «prima», così condussero solo le donne e i bambini alle scialuppe, che vennero calate in acqua semivuote. I passeggeri prendevano il grave incidente poco sul serio: quelli con il salvagente venivano presi in giro, mentre altri esibivano blocchetti di ghiaccio come souvenir. L’orchestra addirittura cominciò a suonare nel salone di prima classe per poi sposatarsi all’ingresso dello scalone sul ponte lance. Vi era chi ballava valzer, chi giocava a carte. Una testimonianza riportata dal New York Times racconta: «Tutto avveniva in termini così formali che era difficile rendersi conto della situazione. Uomini e donne, in piedi, a gruppetti, conversavano. Era uno spettacolo irreale, sembrava un dramma recitato per divertimento. Gli uomini, dopo aver fatto accomodare una signora sulla lancia, dicevano “dopo di lei” e facevano un passo indietro. Molti fumavano, altri passeggiavano».

Se gli uomini del Titanic fossero stati più consapevoli, come avrebbero agito? Uno studio svedese pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas) dichiara il dato del Titanic essere non la regola, ma l’eccezione. Dall’analisi dei dati relativi a 16 disastri avvenuti in mare che abbracciano tre secoli, tra il 1852 e il 2011, nei quali sono rimaste coinvolte 15.000 persone di oltre 30 nazionalità, risulta che le donne sopravvissute furono solo la metà rispetto agli uomini. Peggio ancora per i bambini, i cui tassi di sopravvivenza furono i più bassi in assoluto. Il divario di genere nei tassi di sopravvivenza dei disastri in mare, sottolinea lo studio, è diminuito solo dalla prima guerra mondiale in poi, plausibilmente riflettendo il miglioramento della situazione sociale delle donne.

Il sesso della violenza

NO-alla-ViolenzaUna donna può agire violenza contro un uomo e un uomo può essere vittimizzato da una donna. In tal caso, la responsabilità individuale della donna va giudicata come si fa con un uomo e la condizione dell’uomo va tutelata come si fa con una donna. Dalla possibilità di questo caso particolare è tratta una conclusione generale sbagliata: la violenza non ha sesso, può essere tanto maschile quanto femminile. Non esiste la violenza di genere, la violenza sessista, esiste la guerra tra i sessi. Coinvolge tanto gli uomini, quanto le donne. Poiché gli uomini sono un po’ più forti, fanno un po’ più danno.

A questa conclusione arrivano: gruppi neomaschilisti o mascolinisti e associazioni dei padri separati, che di questi gruppi sono espressione, i quali pensano di dover rimontare uno svantaggio morale maschile; alcune donne che colgono la singolare occasione per sentirsi alla pari, che rivaleggiano con altre donne, che desiderano avere rapporti cordiali con i misogini o quanto meno evitare di fargli da bersaglio; alcuni blogger e giornalisti che vogliono uscire dall’ordinario con novità e rivelazioni capovolgenti. In fondo si tratta solo di un capovolgimento integrativo della tradizionale visione che confonde violenza e conflitto, diffusa tra i giornalisti che parlano di raptus al culmine di una lite o tra gli operatori istituzionali che provano a salvare la coppia, la famiglia, invece della vittima. A supporto del capovolgimento circolano due credenze: gli uomini si vergognano di denunciare i maltrattamenti, per timore di mettere a repentaglio la propria immagine virile; se gli uomini praticano la violenza fisica, le donne praticano la violenza psicologica.

L’intuito, l’esperienza, le inchieste, gli studi statistici offrono rari riscontri. Il solo sentimento di vergogna maschile sarebbe insufficiente per nascondere la violenza femminile di cui gli uomini sarebbero vittime, se una tale violenza fosse davvero un fenomeno di rilevanza sociale. Subire violenza è umiliante anche per le donne e le donne hanno lo stesso senso di dignità degli uomini. Da parte femminile la rinuncia alla denuncia è accertata da numerose inchieste. Secondo l’Istat denuncia solo una donna su dieci. La maggioranza delle donne non riconosce come violenza e come reato gli insulti, gli schiaffi, gli spintoni, l’essere forzata al sesso quando tali comportamenti sono messi in atto dal partner. Ciò nonostante, il fenomeno della violenza maschile emerge ed è abbastanza noto. Parenti, amici, vicini sanno. Spesso sono loro a segnalare situazioni alla polizia. Negli ultimi decenni, le donne si sono organizzate per crearsi centri antiviolenza e case rifugio. Gli uomini, pur disponendo di maggiori risorse, non hanno fatto nulla del genere, anzi ora provano a creare centri di ascolto per maltrattanti. Quando nei paesi anglosassoni è stato tentato l’esperimento delle case per i mariti maltrattati, queste sono rimaste disabitate. Ciascuno di noi può dire di aver conosciuto donne maltrattate. Io posso dire di non aver mai conosciuto un uomo maltrattato, costretto a rapporti sessuali indesiderati, isolato da tutti, obbligato a stare in casa, destabilizzato nell’autostima o messo in pericolo nella sua incolumità dalla partner, nè mai ne ho sentito parlare da parte di miei amici, conoscenti, colleghi, anche se qualcuno di simile da qualche parte esisterà. Quanto alla violenza psicologica, può non dar luogo a violenza fisica, ma la violenza fisica nel rapporto di coppia sempre si accompagna ed è preceduta dalla violenza psicologica, insulti, minacce, intimidazioni. Così è infondata l’idea di una divisione sessuale della violenza, fisica per i maschi, psicologica per le donne.

Le statistiche dei ministeri degli interni e della giustizia nei vari paesi convergono sugli ordini di grandezza: gli uomini sono colpevoli in circa il 90% dei casi di violenza contro un’altra persona e raggiungono la quasi totalità quando si tratta di crimini e reati a sfondo sessuale. Negli anni, qualche ricercatore, in genere vicino ai gruppi mascolinisti, ha provato a proporre ricerche e statistiche da cui emergeva una violenza reciproca e paritaria tra i sessi. E’ riuscito a guadagnare titoli sensazionalistici su alcuni giornali, ma senza ottenere grande considerazione nelle istituzioni e nella comunità scientifica, perchè i campioni di ricerca non erano rappresentativi, i fatti registrati confondevano aggressione e difesa, venivano isolati da un contesto che li potesse spiegare, quando non consistevano in aspettative maschili deluse, per cui gli intervistati denunciavano come violenza psicologica o addirittura come violenza sessuale il rifiuto da parte della partner di avere rapporti sessuali. A dichiarare di aver subito violenza (dai genitori, dalla ex moglie o fidanzata, dalla compagna attuale) sono spesso proprio i maltrattanti allo scopo di giustificare i loro maltrattamenti. Così come gli uomini violenti ribaltano le accuse nella sfera privata dei rapporti di coppia, i maschilisti associati ribaltano le accuse nella sfera pubblica dei rapporti politici e giudiziari.

L’argomento principe che attribuisce la violenza tanto agli uomini quanto alle donne dice che parlare di violenza maschile equivarrebbe a teorizzare l’esistenza di una natura maschile violenta, mentre invece non esistono differenze per natura, siamo uguali, siamo pari, lo siamo anche nella violenza. E’ un caso in cui il principio egualitario è giocato contro le donne. Il gioco consiste nel confondere uguaglianza e simmetria.

Sarà senz’altro vero che nello stato di natura, uomini e donne, come pure bianchi e neri, e altri gruppi umani duali che possiamo nominare, sono tutti potenzialmente violenti e vittime nello stesso modo, perchè uguali. Ma nello stato di una civiltà, di una organizzazione sociale nella quale è egemone una classe, una “razza”, un sesso, l’uguaglianza è negata dalla asimmetria dei rapporti e la violenza diventa espressione e funzione di quei rapporti. Che sono rapporti di dominio e di proprietà. Le donne agiscono violenza molto meno degli uomini, non perchè più deboli o più buone per natura, ma perchè la violenza gli è inutile, in quanto non hanno da ottenere e difendere qualcosa di equivalente al patriarcato, che non è una realtà naturale, ma storicamente determinata. Si dirà che ormai il dominio maschile è in declino. E’ vero, ragione per cui la violenza maschile cessa di considerarsi normale e inizia ad essere finalmente denunciata, ma non per questo diventa meno preoccupante. Quando un potere cade, può diventare più pericoloso e subdolo. Come diceva una femminista di cui mi sfugge il nome, l’uomo in crisi di dominazione si spaccia per dominato. E per vittima di violenza.

Relazioni (donne e uomini) nell’alveare

relazioni alvearePrendo spunto da alcune domande di Serena Fuart, per un evento in programma ieri sera all’Alveare di Milano. Cosa ne penso delle relazioni tra donne e uomini dopo il separatismo e che differenze vedo nelle relazioni tra donne e uomini nella vita quotidiana e in rete. Serena parla del separatismo femminista negli anni settanta e spiega come oggi invece le donne, pur mantenendo l’attualità di quella pratica, puntino a instaurare anche relazioni trasformative con gli uomini.

Sul piano teorico, sono impreparato, non ho studiato le teorie femministe sul separatismo e sulla relazione di differenza, sul passaggio dall’una all’altra. Posso dire che rispetto la scelta del separatismo, perchè la modalità di relazione maschile è spesso prevaricante, sia nel modo di porsi, nell’intendere il confronto nei termini di un rapporto di potere – stabilire chi ha ragione, chi conduce, chi comanda – sia nel proporre la propria parzialità come neutra ed universale, parametro e metro di misura del mondo, che definisce se stesso, il proprio ruolo e anche quello dell’altra, e tutto il contesto in cui tali ruoli agiscono. Il separatismo, relazionarsi, riunirsi, organizzarsi a parte, rende visibile, plastica, la parzialità di entrambi i sessi, e rende possibile ad un sesso la ridefinizione autonoma del proprio punto di vista, di sè e del mondo. Il separatismo femminista lo intuisco e capisco così, in questi termini.

Se oggi il femminismo, oltre alla relazione tra donne, punta anche alla relazione con gli uomini, ne sono contento. Non sta a me dire cosa le donne possono imparare dagli uomini, che non abbiano già imparato – le donne sono da migliaia di anni in un mondo in cui gran parte della cultura egemone è fatta dagli uomini – ho più chiaro cosa noi uomini possono imparare dalle donne. Possiamo imparare a relativizzarci, a riconoscerci come uno di due. A smettere i panni del soggetto neutro universale, la pratica dell’osservatore e narratore oggettivo, alienato dalle situazioni che racconta, descrive, analizza. Possiamo imparare la pratica del partire da sé. Questa cosa, mi ha sempre un po’ perseguitato, ho sempre ricevuto questo rimprovero, rispetto alle cose che dico o scrivo: tu non parti da te, non dici dove stai tu rispetto a ciò che esprimi. Altre volte mi è stato detto che questo se c’era era molto implicito, molto poco evidente. Oggi ci provo, con una certa fatica. Gli uomini quando provano a partire da sè, spesso si limitano al confessionale o al prendere spunto da qualcosa di personale. Ammettono le proprie mancanze, ma poi senza riuscire a dire cosa ne fanno di queste ammissioni. Un saggio di Diana Sartori, la direttrice del sito di Diotima, spiega che è molto diverso scoprire questa pratica ed impararla. Impararla significa trovarsi in principio nella condizione di chi prova ad aderire ad un imperativo, come chi prova a corrispondere alla sollecitazione di essere spontaneo. Spesso sento l’impulso di ribellarmi all’imperativo.

Negli ultimi anni, senza deciderlo, senza rendermene conto, ho praticato la relazione di differenza, ho avuto un confronto molto frequente e serrato con alcune donne, in particolare con una, che hanno influenzato e modificato il mio sguardo sul mondo e sul rapporto tra i sessi e su me stesso. Molto del mio esprimermi prende le mosse da conversazioni e discussioni avute con loro. A volte si sono espresse loro direttamente, qui sul blog, o io ne ho riprodotto i testi pubblicati altrove. Questo è cominciato ancora prima del blog.

relazioni-alveare-2All’inizio degli anni duemila, non c’erano i social network. Esistevano mezzi di interazione poco blasonati sui media tradizionali, ma che raccoglievano la partecipazione di tanti naviganti: i newsgroups, le maling list e i forum. Poi, soprattutto i forum dinamici. Una partecipazione che dava la possibilità o l’illusione di proseguire l’impegno civile, l’impegno militante, svolto prima sul territorio o più di rado sul luogo di lavoro. Si discuteva e si discute se questa forma di partecipazione, che dà la parola a tutti, abbia un impatto più positivo o negativo nel determinare l’agenda della politica, i temi più importanti dell’informazione. Oggi tutti siamo autori di qualcosa, di un blog, di una pagina Facebook, ma già allora eravamo autori di tanti post in tanti forum. Invece di limitarmi a partecipare, decisi di crearne e amministrarne uno, poichè ci tenevo ad essere autonomo e ad avere un ambiente più civile e corretto secondo il mio standard. In rete, attraverso questi mezzi, il dibattito era più radicalizzato rispetto a quanto avveniva sui giornali o nell’associazionismo politico. In rete, con mia indignata sorpresa, si incontravano facilmente vecchi apologeti del fascismo o nuovi sostenitori del comunitarismo (rosso-bruno). Tra i democratici si trovavano facili sostenitori della guerra, che ostentavano indifferenza nei confronti della uccisione di molti civili (effetti collaterali). Erano i tempi della guerra del Kosovo, del conflitto nel Kurdistan turco, della seconda intifada. Atteggiamenti e posizioni che rivelavano una mentalità coloniale, che svalutava il valore della vita di arabi e slavi e che si traduceva in xenofobia nei confronti dei migranti. Qui emergeva – ed erano le donne a metterlo in rilievo – come la concezione e la condizione della donna venissero usate in modo strumentale per confrontare noi e gli altri, noi e gli stranieri, noi e i musulmani, mettendo in ombra il maschilismo nostrano. Un maschilismo che invece emergeva con prepotenza quando tra il 2004 e il 2006 venivano pubblicati da istituti pubblici e internazionali rapporti e statistiche sulla violenza maschile contro le donne. Rapporti che mostravano la grande proporzione del fenomeno, trasversale a tutti i paesi e a tutti i ceti sociali. Una denuncia a cui seguivano farneticanti tentativi negazionisti da parte di gruppi organizzati di mascolinisti, che si esponevano al ridicolo con coraggio temerario, raccontando di un mondo ormai dominato dal femminismo. pur di catturare l’attenzione e provare a colonizzare blog e forum, con un trolling assiduo. Tutta produzione occidentale. Come mady in Italy era il discorso pubblico berlusconiano sull’immagine della donna, sullo sdoganamento della prostituzione come mezzo lecito per fare carriera, accedere alle risorse, entrare in Rai o in politica. Un discorso che poi orientava il disprezzo pubblico contro quelle donne, le olgettine, anziché contro il sistema maschile che dettava le regole di quella particolare competizione ed eseguiva a proprio beneficio la selezione. Ricordo un topic estenuante che proclamava Nicole Minetti peggiore di tutti, di Emilio Fede, di Lele Mora, dello stesso Silvio Berlusconi, di qualsiasi protagonista maschile, perchè lei era una donna che sfruttava altre donne. Ma non era diverso per i sentimenti che circolavano nei confronti di Noemi, Patrizia Daddario e altre ancora. In fondo, sempre e solo loro erano citate, titolate e fotografate sui giornali. Infine, la resistenza ad abbandonare le categorie del delitto passionale, quando si è cominciato con molta fatica ad introdurre la definizione di femminicidio. Osserva Paola Tabet, che quando uno straniero fa violenza su una donna si dice che è la sua cultura. Quando un italiano fa violenza su una donna si dice che è un raptus. La nostra presunta superiorità culturale è smentita dal fatto che facciamo le stesse cose, quindi ci mettiamo a giustificarle in modo diverso, con giustificazioni che agiscono come riflessi automatici.

Nella cosiddetta vita reale, diciamo nella vita offline, i rapporti tra uomini e donne variano a seconda degli ambienti, ma il dato della prevaricazione maschile rimane costante, a volte più ostentato, a volte più mitigato. Feci uno stage in una azienda elettromeccanica dove i rapporti tra dirigenti, impiegate, lavoratori, lavoratrici, erano spesso improntati ad un clima e a modalità al limite della molestia. Gli operai che espongono calendari di donne nude, le impiegate che protestano, il responsabile del personale che difende il diritto dei lavoratori a rilassarsi e solazzarsi gli occhi, perchè le presse e la fonderia non sono come gli uffici. Dove capita che gli impiegati, anche un po’ impacciati, allunghino le mani o rubino baci. Nella scuola, negli uffici pubblici succede, ma si nota già meno. Più giovane ho militato nel Partito comunista, ho frequentato il sindacato, ambienti più aperti verso il femminismo, dove tuttavia la norma vedeva gli uomini occupare la gran parte dei posti di dirigente, monopolizzare le presidenze durante le assemblee e gran parte dei dibattiti. Le donne c’erano, alcune emergevano, ma il più delle volte facevano da supporto, da contorno. Ed in buona parte continua così.

In rete, le opportunità di espressione e partecipazione femminile forse sono più forti, i rapporti almeno in partenza sono più paritari. Nel forum si notava bene che le donne avevano un rapporto più facile con la parola scritta, si esprimevano in modo più curato e corretto, anche più complesso. Leggevano di più, erano più colte e preparate. Gli uomini erano più spesso lapidari, concisi, superficiali, sgrammaticati, nel complesso meno espressivi, meno interessanti. Quando andavano sotto nel confronto con una donna, provavano a recuperare con il corteggiamento scherzoso, se riuscivano ad evitare di essere cafoni. Per gli uomini, il confronto era soprattutto stabilire chi otteneva ragione. Le donne erano più interlocutorie, stavano più sul merito degli argomenti. Alcune preparavano dei post molto elaborati a cui dedicavano tanto tempo ed energia. E si mostravano più deluse quando le discussioni volgevano verso l’inconcludenza o verso la rissa. A volte, il desiderio di interlocuzione femminile veniva frainteso da parte maschile come insidiosa insistenza.

Il maggior rigore espressivo, oltre all’essere parte in causa, ha forse portato alcune donne, nel forum, a mettere in discussione l’umorismo misogino e il linguaggio sessista, negli approcci, nei modi di dire e finanche nel modo di insultare. Avevamo un topic molto lungo, titolato La madre di tutti gli insulti. Prendeva spunto dal fatto che un utente maschio aveva bollato Daniela Santanché come troia, poichè lei aveva dato del pedofilo a Maometto durante una trasmissione televisiva. Dunque, un insulto rivolto dalla parte contraria alla guerra di civiltà, un insulto amico degli immigrati e degli islamici, un insulto di sinistra. Eppure sessista, denunciavano le donne del forum, perchè offensivo nei confronti di tutte. La resistenza maschile fu fortissima, disposta ad ammettere solo la volgarità dell’espressione. Io stesso, trovavo l’insulto molto maleducato, ma nell’immediato non riuscivo a cogliere il punto. Ci ho messo un po’, ed è stata una delle prime cose che ho imparato nella relazione con le donne: a non dare più per scontato il linguaggio, a capire che è espressione e riproduzione di una cultura. La cultura degli uomini, che si pensa cultura universale, senza poterlo essere davvero, ormai non più.

Oltre i luoghi comuni sulle donne vittime di violenza

Vittime di violenza

di Tk
da www.libreriadelledonne.it

È appena passato il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e proprio in questa occasione Angela Azzaro, Anna Paola Concia e Eretica, in un articolo di cui sono coautrici, hanno posto al centro della discussione l’uso strumentale della donna vittima di violenza maschile. Capisco il rischio di semplificazione e strumentalizzazione che la ritualità di questi eventi porta con sé ma più forte ancora mi appare il rischio di cedere alla tentazione della rimozione.
Alla dicotomia vittima/strega non si può rispondere proponendone una nuova, che mette in concorrenza la donna debole con la donna forte.
Sono convinta che sia importante non perdere di vista i guadagni ottenuti dalla politica delle donne e mostrare le eccellenze femminili, perché autorizzino le donne e soprattutto le giovani donne a desiderare e realizzare quella eccellenza.
Ma, come ricorda Luisa Muraro nella sua riflessione che apre l’incontro “Stiamo tornando al vittimismo?”, le donne vittime della violenza maschile esistono e sono tra noi, vicinissime. Nonostante la negazione e rimozione da cui siamo tentate, per farne figure sbiadite magari abbandonate al vittimismo, lontane da noi, donne forti e liberate. Ed è questa una mistificazione che la semplificatrice costruzione della donna forte contrapposta alla donna debole porta con sé. I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza.
L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile. Non voglio quindi dirle di farsi da parte perché la sua immagine indebolisce la mia. Le riconosco grande forza e coraggio perché si mostra per giudicare e non per essere, ancora e ancora, giudicata. È da qui che inizia la risposta alla richiesta di giustizia.
In questa direzione ho trovato particolarmente illuminante “L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, che si spinge ancora oltre, riprendendo un controverso capitolo del libro di María Milagros Rivera Garretas, Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, per riconoscere come movente del comportamento della donna maltrattata che non denuncia, un di più femminile, l’amore e la predilezione, storicamente determinata, per la relazione. Un riconoscimento che, restando sul piano del simbolico, prescinde dall’esito di quel comportamento e quindi dal giudizio su quel comportamento, che compete al piano dell’etica. È chiaro quindi che non si stabilisce che sia giusto rimanere con l’uomo che maltratta ma semplicemente si restituisce dignità a chi, come ha ricordato Luisa Muraro, ha patito e patisce perché ha amato o cercato di amare.
Naturalmente ci sono anche i condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza. Occorre però guardare a cosa c’è prima di questo: non debolezza e miseria ma grandezza femminile.
È un passaggio che a me sta particolarmente a cuore perché io credo che alle donne non è la forza che manca, quello di cui invece abbiamo bisogno è imparare ad amarci di più.