Turigliatto non parla con i fascisti e va sotto processo

Franco TurigliattoIl 13 maggio 2008, Franco Turigliatto, all’epoca senatore di Sinistra Critica, abbandonò gli studi di Porta a Porta quando fece il suo ingresso Roberto Fiore, capo di Forza Nuova. Bruno Vespa reagì con arrogante irritazione, accusando Turigliatto di fare una sceneggiata, poichè a suo dire era informato della presenza di Fiore.

Per spiegare il suo gesto Turigliatto dichiarò: «Forza nuova è una forza politica esplicitamente e dichiaratamente neofascista e neonazista, le liste di Forza Nuova non avrebbero dovuto essere accettate dalle Corti d’Appello dello Stato italiano e non dovrebbero essere presenti sulle schede elettorali. La nostra Costituzione sancisce l’antifascismo e il divieto della ricostituzione del partito fascista. In più Forza Nuova è responsabile di gravissimi atti di violenza nei confronti di giovani, immigrati e donne. Finché ho potuto parlare senza la presenza di Fiore l’ho fatto, poi ho ringraziato Vespa e sono dovuto uscire».

Franco Turigliatto ha militato una vita nella Quarta Internazionale. Un gruppo politico, che non ha mai pensato la sua pratica in termini di atti dimostrativi in funzione di apparenze e appariscenze mediatiche. Giunto ai vertici di Rifondazione comunista ed eletto in Senato, Turigliatto ha messo a repentaglio il suo ruolo, per dissociarsi dal rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, secondo la tradizionale posizione pacifista del partito: una linea politica e una discriminante di principio. Come l’antifascismo.

L’intransigenza di Turigliatto nel tenere fermo il rifiuto dell’interlocuzione con i fascisti è coerente anche con buona parte del pensiero liberale, da Popper a Bobbio, secondo cui si può essere tolleranti con tutti tranne che con gli intolleranti. E’ invece offensiva la scelta di Vespa di accostare due minoranze, secondo lo schema mistificatorio degli opposti estremisti. Forse il conduttore avrebbe preferito un po’ di rissa invece di un educato e civile rifiuto. Nel caso non avrebbe parlato di «sceneggiata».

Roberto Fiore – la cui pagina di Wikipedia risulta oscurata per una controversia legale – ha reagito querelando Turigliatto per diffamazione. La querela al momento ha portato ad una condanna pecuniaria. Il partito di Turigliatto, Sinistra Anticapitalista, ha fatto ricorso e in questi giorni si sta svolgendo il processo. Inoltre, ha promosso una petizione di sostegno, a cui si può aderire scrivendo a iostoconfranco@gmail.com, che ha già raccolto l’adesione di Noam Chomsky e Ken Loach. Per quel che vale, tutta la mia solidarietà.

Riferimenti:
Contro il fascismo bisogna essere franchi – Popoff 22.10.2014
Solidarité internationale : Je ne parle pas avec les fascistes ! Solidarité avec Franco Turigliatto – Npa 3.11.2014)
Appello: non parlo con i fascisti! Solidarietà a Franco Turigliatto – Anticapitalista 22.10.2014
Appello, le prime 300 adesioni giunte dall’Italia

Dopo la sentenza Cucchi ci sentiamo più garantiti?

ANSA/CUCCHI: IMPUTATI TUTTI ASSOLTI, IL DOLORE DELLA SORELLAIl principio garantista vuole che un imputato sia innocente fino a prova contraria e che in assenza di prove inequivocabili l’imputato sia assolto. Se anche ci pare evidente, come nel caso della morte di Stefano Cucchi, una responsabilità dello stato, bisogna ricordare – ce lo ricorda il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone – che la responsabilità penale è sempre personale, lo stato non è una persona. Può succedere, anzi deve, che, per insufficienza di prove, una sentenza assolva i funzionari imputati. I poliziotti, i medici, gli infermieri. Lo stesso ci spiega, il giornale di Piero Sansonetti, intitolato appunto Il Garantista.

In teoria, o almeno in apparenza, per chi in materia di diritto è profano e ignorante come me, il ragionamento non fa una grinza. E’ giusto così. Poichè, ne so poco, mi vengono in mente delle osservazioni, delle obiezioni, alle quali non so rispondermi da solo, anche se qualche risposta provo a darmela.

1) La responsabilità penale è personale e va provata in modo certo. Tuttavia, un detenuto è affidato allo stato, in una struttura dello stato. In un carcere se sta bene, in un ospedale se malato da ricoverare. In queste strutture ci sono dei responsabili, dei direttori, che in qualche modo, presumo, sono chiamati a rispondere della sicurezza e della incolumità delle persone a loro affidate. In questo senso, non c’è una responsabilità oggettiva facilmente riconducibile ad una persona? Stefano Cucchi, per quanto gracile, è entrato sano in carcere. Secondo le indagin preliminari, è stato picchiato, lasciato in condizioni di denutrizione, senza assistenza medica. Dopo qualche giorno è morto. Quali che siano tra poliziotti, medici e infermieri, i violenti e i negligenti, nessun responsabile, nessun direttore ne risponde?

2) L’impegno nello spiegarci che l’indignazione per una sentenza assolutoria è sbagliata, perchè rischia di essere giustizialista, di condurci a condanne esemplari, a scopo politico, culturale, a scapito della difesa e delle garanzie individuali, sembra presupporre che la famiglia Cucchi o l’opinione pubblica desiderino un capro espiatorio. Ignoro quale dichiarazione o quale atto lo lasci supporre. La sentenza di primo grado condannava un primario e quattro medici, ma suscitò lo stesso proteste. Quel che si vuole è la verità e l’individuazione dei responsabili veri, ovvio, con prove certe. L’assoluzione fa indignare perchè è l’evidenza plastica che nel perseguire questo obiettivo si è fallito.

Cucchi:attesa sentenza appello3) Si è fallito perchè lo stato è incapace o perchè lo stato è parte in causa. Uno stato che processa la polizia, processa se stesso. Se lo stato non è credibile, le sue assoluzioni, pur se a norma delle procedure di garanzia, suscitano ulteriore sfiducia. E’ lo stesso stato che rifiuta il codice numerico identificativo sui caschi dei poliziotti, lo stesso stato che pochi giorni fa manganellava operai e sindacalisti in difesa del posto di lavoro, per poi mettersi a discutere sulle dinamiche di piazza per provare a giustificarsi, dimenticando che, in ogni caso, manganellare sulla testa è reato per le stesse sue leggi. E’ lo stato che tollera le dichiarazioni del Sap a commento della sentenza, che infieriscono sulla vittima e sulla sua famiglia, mentre il Sappe, sindacato della penitenziaria, arriva ad annunciare querela contro Ilaria Cucchi. Il Sap è il sindacato autonomo di polizia, raccoglie ventimila aderenti su centomila poliziotti. E’ lo stesso stato che continua a non volersi dare una legge contro la tortura.

4) Se l’assoluzione, in assenza di prove certe, è garantista, dopo una sentenza così possiamo sentirci tutti più garantiti? Credo di no. In carcere ci sono migliaia di persone. Chiunque di noi può essere fermato e arrestato. Chiunque di noi può venire a trovarsi in balia di persone, pubblici ufficiali che esercitano potere e se vogliono ne abusano sentendosi impuniti. E’ possibile che la condanna dei responsabili, non serva per cambiare la politica, la cultura, il mondo, e sia sbagliato avere questa aspettativa, non serve per risarcire i parenti delle vittime. Addirittura non serve per fare giustizia. Non comprendo bene cosa voglia dire, ma facciamo sia così. Ad una cosa però credo serva, a parte il mettere nelle condizioni di non nuocere, persone che possono essere pericolose per gli altri, credo serva a dimostrare che la legge è uguale per tutti e che anche il potere è sottoposto alla legge. Questo è il primo principio garantista.

Riferimenti:
Morte di Stefano Cucchi – Wikipedia
Enrico Mentano presenta il film cronaca – 148 Stefano – Mostri dell’inerzia
Film cronaca – 148 Stefano – Mostri dell’inerzia
Cucchi, tutti gli incredibili errori – Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 2.11.2104
Stato di impunità permanente: Cucchi e gli altri – Luisa Betti 1.11.2014

Le molestie maschili per strada

shoshana robertsCi si domanda quanto il video di Hollaback, che mostra una donna per le vie di New York apostrofata di continuo da uomini molesti, possa essere efficace per sensibilizzare le persone nel rifiuto delle molestie e del sessismo. Le donne questa realtà già la conoscono, mentre gli uomini continuano a rifiutarsi di riconoscerla, per quanti documenti gli si metta davanti. Il video è stato visualizzato su YouTube oltre 28 milioni di volte e ha originato una infinità di discussioni.

Il primo cambiamento è probabile stia nella percezione di una normalità venuta meno. Spesso le discussioni sul sessismo sono insoddisfacenti o frustranti, perchè gli interlocutori negano o banalizzano l’importanza di linguaggi e comportamenti maschilisti, provano a spacciarli per complimenti, retaggi di istinti ancestrali, oppure si risentono e fanno le vittime in difesa di se stessi o della propria categoria. Sembra quasi di peggiorare la situazione, di risvegliare il sessismo nelle sue forme più ostili. L’attrice del video, Shoshana B. Roberts, ha ricevuto molti insulti misogini ed è stata minacciata di stupro e di morte, come pure è capitato alla gentilissima Emma Watson, rea di aver rivolto da una tribuna dell’ONU l’invito agli uomini ad impegnarsi nella lotta per la parità di genere. Eppure muri di gomma e bastioni in difesa di modalità di relazione sessiste fanno esperienza della propria parzialità. Il loro non è più il codice condiviso. Quel che prima era naturale, adesso è controverso.

Nelle discussioni tanti uomini ci tengono a che sia il loro punto di vista a misurare e stabilire il grado di accettabilità dei comportamenti molesti e bocciano il punto di vista delle donne, ritenuto troppo esagerato nel rifiuto e nella condanna. Un po’ come fanno direttamente sul campo i molestatori con le molestate. Gli uomini decidono il confine: un po’ di invadenza è lecita, le donne possono imparare a farsi concave e saper incassare. Sul come le opinioni si differenziano: sorridere, sentirsi grate, tirare dritto, allontanarsi, dare una occhiataccia, mollare uno schiaffo. Per qualcuno vale lo schema secondo cui, l’approccio ci sta e la reazione anche. La molestia è un rapporto di potere. Tanti uomini patiscono quando si sentono messi in discussione in ciò che possono fare alle donne.

Nella controversia il maschilismo più saggio prova a ricomporre e propone la molestia come questione di maleducazione. Maleducato è meno grave di molesto, ma soprattutto concerne il piano dell’opportunità salvaguardando quello della legittimità. Se nego il saluto ai miei conoscenti posso risultare maleducato, ma sono nelle mie prerogative. Lo stesso può essere se saluto uno sconosciuto. O no? L’atto singolo considerato in modo isolato senza il suo significato allusivo, può far pensare di sì. Ma nel contesto di una frequenza, di una sequenza, associato ad altri elementi quali la fisicità, il tono della voce, la postura e uno sfondo di aggressioni e violenze, tanto nella cronaca quanto nella storia, solo la destinataria può sapere cosa sente: se indifferenza fastidio, disagio o paura, e magari anche rabbia. Solo lei può valutare cosa le sta capitando, quanto sia sopportabile, quanto sia lecito.

Riferimenti:
You won’t believe how many times this woman gets harassed in 10 hours – Hollaback, 27.10.2014
Storie sul video delle molestie a New York – Giulia Siviero, 30.10.2014
Se non capisci è perché non vuoi – Maria G. Di Rienzo 31.10.2014
Video sulle molestie rifatto a RomaVideo sulle molestie rifatto in Nuova Zelanda

Il bus separato per i rom è una visione del mondo

Gramellini Rom 3Siamo alle prese con una questione molto complessa. Sappiamo cosa è giusto, ma pensiamo sia difficile e occorra molto tempo per realizzarlo. Ci sentiamo sollecitati a fare qualcosa subito. Crediamo di poter attingere al buon senso, al senso pratico, ma l’immediato è il tempo dell’istinto, del riflesso condizionato dai nostri principi, dalle nostre credenze, dal modo in cui vediamo noi stessi e gli altri. Nell’immediato attingiamo alla nostra visione del mondo. Lo stato potrebbe trovare una soluzione democratica e universalista, ma se tocca a noi, a livello locale, noi non possiamo che essere tribali. In fondo, è una risposta che corrisponde al senso comune e porta tanti consensi.

Così probabilmente hanno pensato gli amministratori di Borgaro Torinese e il loro più autorevole sostenitore, Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa. L’apartheid, prima di tutto, è un ordine mentale. Possiamo non riconoscercelo, ma chi viene messo a posto in un ghetto, fosse pure un ghetto mobile, lo riconosce e si difende. Così l’Istituto di cultura sinta di Mantova ha denunciato Massimo Gramellini per diffemazione e istigazione all’odio razziale. Lo scrittore giornalista, ha espresso tutta la sua comprensione per lo sdoppiamento etnico dei bus, proposto dal sindaco di Borgaro, e per farlo ha scritto parole offensive contro i rom.

Il Buongiorno del 24 ottobre è un attacco frontale alla comunità rom, espresso nel linguaggio del pregiudizio e del luogo comune. «Le leggi valgono per tutti ed è inaccettabile che la comunità rom si arroghi il diritto di violarle con sistematicità, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano il furto e l’accattonaggio infantile». Non a singoli individui responsabili delle loro azioni, ma ad una intera comunità di persone, identificata e circoscritta su base etnica, è attribuita la sistematica violazione della legge e persino la sua rivendicazione in nome delle proprie tradizioni culturali. Cosa manca a queste parole, divulgate da un grande giornale, per poter essere denunciate come diffamatorie e razziste?

Per chiarirsi, Gramellini mostra l’intervento a Che tempo che fa, ma è dello stesso tenore. La situazione sul bus è descritta in modo estremo, senza il beneficio di alcun dubbio. I rom sono messi all’indice in modo indiscriminato. «Si fanno avanti per rubare e provocare: sputano addosso ai vecchi, bruciano e tagliano i capelli alle ragazzine, sfilano o tentano di sfilare giubbotti e telefonini, spaccano la macchinetta obliteratrice e, ovviamente, non pagano mai il biglietto. Quando sale il controllore, si lasciano fare la multa senza fiatare, tanto sanno che nessuno andrà mai a chiedergli di pagarla. La tensione è tale che il sindaco chiede di sdoppiare le linee dell’autobus».

Gramellini Rom 1Ad un certo punto, il giornalista rassicura: «Il sindaco che ha ideato la proposta è del PD, il suo assessore addirittura di SEL. Ora, questa trasmissione non può certo essere accusata di prevenzione nei confronti dei rom. Siamo i primi a dire che non tutti gli insediamenti sono uguali». Che i rom siano prima di tutto individui, non viene in mente neanche per distrazione, sono solo entità collettive, una comunità, degli insediamenti. I non prevenuti, distinguono gli insediamenti.

Se l’integrazione richiede il rispetto della legge, una legge valida per tutti, ciò ha significato anche dal lato della sanzione. Cosa succede quando un italiano commette un reato? Quello è ciò che deve succedere quando un rom commette un reato. Proprio per il principio di uguaglianza, non c’è un’altra cosa da fare. C’è da riaffermare il principio di responsabilità individuale. Oltre a pensare all’integrazione dell’altro, c’è da mettere un argine alla disintegrazione morale di noi stessi. Dopo i leghisti, dopo i grillini, siamo ora agli amministratori e agli editorialisti democratici. Come? Fabio Fazio e Massimo Gramellini possono imparare da se stessi, dalle loro parole, quando a contrapporsi ai rom, nel 2009 a Milano, era la giunta di destra di Letizia Moratti.

Gramellini: «Questa vicenda ha spiegato una volta per tutte che non esistono categorie di uomini, ma esistono persone. Esistono Rom delinquenti […] dall’altro lato esiste però una Rom, Alina, mamma di tre bambini, che sta cercando di poter avere un lavoro, di fare le pulizie nelle case, ma nessuno la prende perché ovviamente nessuno si mette in casa una che viene in un campo nomadi». Fazio: «Io non so neanche se questo sgombero sia legale e legittimo, ma credo che ci siano cose legali e legittime che non si possono fare, perché nel 2009, in una città dell’Occidente, avanzata…». Gramellini: «…cozzano contro la natura umana, cozzano contro l’idea che abbiamo che abbiamo dell’uomo». [Che tempo che fa, 28.11.2009]

Oggi, cinque anni dopo, a Borgaro T.se, queste cose si possono fare, Alina e i suoi tre bambini dovranno salire sul bus separato.

Riferimenti:
Bus separati per i rom: proposta choc di Pd e Sel nella periferia torinese – La Stampa 24.10.2014
Rom a parte – Massimo Gramellini, La Stampa 24.10.2014
Massimo Gramelli, Che tempo che fa, 25.10.2014
Borgaro, viaggio nella favelas dell’apartheid. “Noi zingari non siamo tutti uguali” – Repubblica 26.10.2014
Sucar Drom denuncerà Gramellini se non si ravvederà – Sucardrom 28.10.2014
Torino, Charlie Chaplin e un autobus riservato ai rom – Sucardrom 30.10.2014
Gabriele Capasso ricorda il Massimo Gramellini del 2009

L’addio al «posto fisso»

statuto dei lavoratoriLe battute digitali della Leopolda sono state recitate sullo sfondo di una proclamazione: l’addio al posto fisso. Una novità consumata. Sul web è stata facilmente trovata la proclamazione di un precursore. Ai tempi delle musicassette (l’interregno tra il vinile e il cd) andava di moda «la classe operaia non esiste più». Poteva riferirsi alla riduzione del numero degli operai o al venir meno della percezione di se stessa come entità collettiva. Dai sondaggi risultava che molti lavoratori dipendenti si sentivano ceto medio. Erano i tempi in cui si tagliava la scala mobile e ci si avviava ad abolirla, per sottomettere la crescita del salario al vincolo di una inflazione programmata al ribasso. Poi sarebbe toccato alle pensioni, con un balzo all’indietro di un lustro: il ritorno al vecchio sistema contributivo.

Affermare che «la classe operaia non esiste più», rivolgendosi ai nostalgici di allora, voleva dire che non esisteva più un soggetto della trasformazione, quella classe che liberando se stessa libera l’intera umanità, il soggetto egemone che alleava a sé gli studenti e gli altri movimenti sociali. Tutelarne le condizioni materiali di vita, orario e salario, non aveva più valore progressivo. Se era giusto, non era vincente. Dunque, non aveva più senso essere ancora il partito di quella classe condannata all’estinzione, bisognava guardare ai ceti emergenti, ai ceti medi, ai lavoratori del terziario, agli imprenditori illuminati. In fondo, era la strategia togliattiana delle alleanze sociali che continuava a svilupparsi, si trattava solo di lasciar perdere il nucleo originario, che sarebbe stato sempre più residuale. In realtà i lavoratori industriali sono rimasti ad essere milioni. A tutt’oggi, la Cgil è capace di portare in piazza un milione di persone.

Ai tempi del cd, quello ancora a strato unico, si aggiunse alla dichiarazione di estinzione della classe operaia, quella del posto fisso. Anche se la prima legge sulla flessibilità è considerata il pacchetto Treu del 1997, a quell’anno circa un quinto della popolazione lavorativa cambiava posto ogni anno. Una percentuale inferiore solo al turn over della Gran Bretagna thatcheriana. Esistevano già il contratto di formazione lavoro (dal 1984) e il contratto a tempo determinato. Ma il mercato del lavoro italiano era ugualmente rappresentato come il più rigido del mondo. All’incirca come accade oggi, nonostante tutte le deregolamentazioni e la selva di contratti precari da tempo in vigore.

Il senso de «il posto fisso non esiste più» è che non importa se, come, quando, perchè ti licenziano. Tanto in un modo o nell’altro succede o può succedere. Bisogna rassegnarsi e trovarsi un altro lavoro. Nel frattempo, lo stato ti aiuta con un sussidio e con la formazione. A te può piacere anche di più, perchè così non ti annoi a fare sempre le stesse cose. Ma la protezione dello stato è di là da venire, quasi neanche attesa, mentre i licenziamenti e la loro liberalizzazione sono già avvenuti e continuano ad allargarsi. Ed è proprio in una simile situazione che si afferma il «mito del posto fisso». Non è mentalità, è il legittimo desiderio di ciò che manca, di ciò che può risolvere la vita.

statuto dei lavoratori 1

La flessibilità del lavoro è un rapporto di potere. Con poco lavoro, sono i padroni a scegliere i lavoratori e a poterli sostituire a piacimento. Con tanto lavoro, possono essere i lavoratori a scegliere i padroni. La politica che dice addio al posto fisso è una politica che pensa di collocarsi per un tempo indeterminato in una fase di disoccupazione strutturale di massa, nella quale i padroni scelgono e i lavoratori fanno il turnover o rimangono esclusi.

Peggio, è una politica che vuole sancire anche sul piano simbolico il fatto che il precariato è la norma, la stabilità l’eccezione. E questa non è una scelta che dipende solo dalla constatazione dei numeri. Dipende da una idea di civiltà del lavoro. Il numero dei flirt, dei fidanzamenti finiti con una rottura, delle convinvenze, delle separazioni e dei divorzi, non ci portano a proclamare l’addio al matrimonio e alla famiglia fondata sul matrimonio. Anche chi vuole il riconoscimento di altre forme di unione non ci tiene a sancire la fine della famiglia tradizionale. Al contrario, i conservatori ci tengono a stabilire che quel vincolo è il vincolo normale, gli altri quale che sia la loro quantità, sono l’eccezione. Parte degli stessi consevatori, la Confindustria, il governo, il nuovo riformismo di sinistra, ci tiene ad affermare che il posto fisso è il vero rapporto atipico. Ci tiene, proprio sul piano simbolico. E lo vanta come prova di modernità.

Senonché, il posto fisso, la stabilità del posto di lavoro, quanto meno assunta come impegno, come diritto al lavoro – anche se non sempre garantita, perchè sono sempre esistiti i licenziamenti, la disciplina dei licenziamenti – aveva la funzione di garantire il lavoratore dai periodi di crisi. Non era una tutela parassitaria, perchè il corrispettivo era un salario relativamente basso nei tempi di crescita dei profitti, un salario sufficiente alla sopravvivenza o ad una esistenza dignitosa. Il modello della precarietà, tra le sue distorsioni, ha anche questa: pretende che il lavoratore partecipi al rischio di impresa, perdendo il posto quando le cose vanno male, senza farlo partecipare alla redistribuzione dei profitti quando le cose vanno bene. I licenziamenti facili in tempi di crisi, possono alternarsi a salari di migliaia di euro al mese in tempi di profitti, non ai soliti vecchi salari, anche meno, della vecchia fabbrica fordista. Il modello del posto fisso era un compromesso: bassi salari in cambio di stabilità. Un sistema che si reggeva su due gambe. Il nuovo modello pensato alla Leopolda su cosa si regge? Al momento si intravvede solo la sostituzione di una gamba con il progetto di una improbabile stampella.

Un iPhone per le allodole

giradischi-usb-twitterAlla Leopolda di Firenze, il premier Matteo Renzi, leader del PD, ha fatto una battuta di successo, per dire che lui è il nuovo, la Cgil è il vecchio. «Io rimango sul merito tecnico della questione e il merito tecnico è che nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970, che la sinistra di allora non votò, è come pensare di prendere un iphone e dire “dove lo metto il gettone del telefono?”, è come pensare di prendere un giradischi e metterci la chiavetta USB, pensare di utilizzare oggi l’articolo 18 come una nostra battaglia è come prendere una macchina fotografica digitale e pensare di metterci dentro il rullino. E’ finita l’Italia del rullino, rivendico per la sinistra l’Italia del digitale, un’Italia in cui si possa dire con coraggio e con determinazione che le forme di tutela non possono valere solo per chi lavora nelle aziende con più di 15 dipendenti».

L’oratore è stato ricambiato dal suo pubblico con risate e scroscianti applausi. Stefano Fassina, l’esponente keynesiano della sinistra dem, ha obiettato che «Se vogliamo fare le battute gli dico che anche il leader coreano Kim Jong-un, trentenne di successo, ha l’ultima versione dell’ i-Phone. Ma converremo tutti che non è un modello di progresso». Un utente twitter ha mostrato di possedere un giradischi con la porta USB. In rete si trovano articoli dedicati a foto e videocamere che trattano del ritorno della pellicola almeno dal 2012 o dell’imitazione digitale della pellicola per foto con effetti vintage. Invece Iphone a gettone pare proprio non se ne trovino.

A dirla tutta, si fatica anche a trovare il senso analogico della metafora digitale renziana. L’innovazione tecnologica non ha cambiato lo scopo per cui usiamo le cose. Ieri usavamo il gettone nella cabina telefonica, oggi usiamo la sim nell’iphone. Sempre per telefonare, per comunicare. Ieri usavamo il rullino, oggi il sensore digitale. Sempre per fare fotografie o filmati. Ieri usavamo il giradischi, oggi usiamo l’mp3, l’mp4. Sempre per ascoltare canzoni e musica.

Se un decreto del governo ci rendesse impossibile telefonare, comunicare, ascoltare musica, fotografare, filmare, in base all’argomento che il telefono a muro, il grammofono, il giradisci, la polaroid sono ormai in disuso, che non è giusto queste cose le facciano solo quelli che se lo possono permettere, e quindi da oggi vale solo uno modernissimo specchietto per tutti, credo proprio lo rifiuteremmo.

L’articolo 18 (la norma degli anni ’70 corrispondente al gettone, al rullino) serviva per impedire i licenziamenti illegittimi. Senza un reale motivo disciplinare, senza un reale motivo economico o organizzativo. Al padrone non piacevi perchè eri sindacalista, comunista, gay, ateo, una donna che diventa mamma o che rifiuta le molestie, un rompiscatole che lotta per la mensa o per la sicurezza, e ti voleva mettere fuori. E lo faceva usando un falso motivo disciplinare o economico. Se facevi ricorso, spettava a lui dimostrare che invece i motivi erano veri. Mentre ora, con il solo motivo discriminatorio, che nessun padrone esplicitamente dichiara, spetterebbe a te l’onere della prova, dimostrare che l’hai subito.

Cosa vuol dire che l’articolo 18 è uno strumento vecchio per raggiungere questo scopo, per ottenere la tutela della dignità del lavoratore? Che non funziona, perchè nonostante quell’articolo ci sono lo stesso troppi licenziamenti illegittimi? Dunque, il governo pensa ad uno strumento migliore, più efficace, per impedire i licenziamenti senza giusta causa? Quale sarebbe l’equivalente dell’iphone che difende meglio la dignità del lavoratore?

Il presidente del consiglio ha soltanto teorizzato che i padroni devono poter licenziare come vogliono e i giudici del lavoro non devono essere ritenuti competenti nel mettere becco. Questo non è il nuovo iphone. E’ la rinuncia a comunicare. La rinuncia allo scopo per cui era stata pensata quella norma.

L’assistenza dello stato estesa a tutti, anche ai lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti, non può essere spacciato come il nuovo e più favillante dispositivo. Perchè, è improbabile che lo stato disponga delle risorse per garantire una assistenza adeguata. Perchè, l’assistenza può al limite tutelare la sopravvivenza materiale, ma non tutela la dignità del lavoratore che è stato prima esposto al ricatto e poi estromesso in modo illegittimo e ingiusto dalla sua comunità di lavoro. In questo senso, il discorso di Renzi alla Leopolda è il solito vecchio specchio per allodole.

L’umanità degli uomini violenti

Diteci se siamo dei mostri«Diteci se siamo dei mostri» Lo chiede un gruppo di detenuti condannati per reati di violenza sulle donne, stupratori e femminicidi. Gli dà voce il Fatto Quotidiano con un articolo di Ferruccio Sansa.

Il giornalista, oltre la soglia del carcere, è disorientato, vede immagini sdoppiate, non riesce a credere che quelle persone, già manager, artigiani, operai, davanti a lui in carne e ossa, dai modi franchi, gli occhi scuri, gli occhi azzurri, le mani curate, le dita affusolate, disegnatori di boschi e fiori sui muri della cella, abbiano potuto violentare e uccidere. Il giornalista sente la sofferenza e il dolore di questi uomini nell’affrontare le loro responsabilità, nell’aver vissuto i momenti più duri, l’arresto, gli articoli sui giornali, la scoperta di essere capaci di compiere una violenza così terribile. Anche se meno terribile di quella di uno stragista, che di donne con una sola bomba ne ha uccise ben di più: il giornalista percepisce la loro gratitudine, per essere lì a parlare con loro, perchè questi uomini sono considerati i più infami tra i criminali dagli altri detenuti, forse perchè la forza misteriosa e tremenda del sesso li fa sembrare peggio.

I detenuti intervistati partecipano ad un percorso di recupero con una psicanalista, ammettono le proprie responsabilità e si raccontano senza reticenze e senza farsi sconti. Anche se a leggere l’articolo si nota poco. Nessuno sa come sia potuto accadere. Uno aveva voglia di primavera, uno si è sentito provocato, uno voleva punire quella che gli veniva dietro, uno ha avuto la moglie malata ed ha violentato la dipendente, uno è caduto nella trappola come capita anche ai politici, uno ha reagito ad una coltellata perchè lei, chissà come mai, ha ritenuto di doversi difendere in quel modo. Ma quei gesti non li riflettono, sono come buchi neri, capivano quel che succedeva, ma non riuscivano a fermarsi. Dentro di sé vedono il male, ma anche il bene, non sono cattivi, non meritano di essere condannati a vita.

Sono dei mostri? La domanda è manipolatoria. Fa leva sul senso di colpa di chi è chiamato a giudicare. Se dai una risposta diversa dal no sei demonizzante. Un giustiziere che se ne tira fuori, se sei un uomo. Una vendicativa, rancorosa, priva di comprensione e di pietà, se sei una donna. Certo che no, nessuno è un mostro. Neanche i terroristi, gli stragisti, i lapidatori talebani, gli sgozzatori dell’Isis, neppure i nazisti di Auschwitz, Buchenwald, Dachau. E’ una risposta ovvia e banale, perchè fartela dire? La loro umanità non è forse riconosciuta? Nessuno li ha linciati, torturati, condannati a morte. Hanno avuto un processo, il diritto alla difesa, una sentenza ad una pena finita, con sentenza motivata, a cui possono fare appello. Hanno accesso a corsi di recupero e forse a pene alternative.

Tutte cose a cui sono favorevole. Come, immagino, molti lettori del Fatto. Dunque, cosa vuole comunicarci l’articolo, cosa ci chiede? Vuole persuaderci ad approvare un’amnistia, un indulto, ad essere garantisti? Eppure è il giornale di Marco Travaglio, non quello di Piero Sansonetti. Infatti, non ci mostra l’umanità dei condannati per corruzione politica o per mafia. Ci mostra quella del femminicida. Perchè?

Le donne già riconoscono l’umanità dei violenti. Ne sono figlie, ne sono sorelle, li hanno per fidanzati, per mariti, per amici, per datori e colleghi di lavoro. Quasi mai li denunciano, tante volte li perdonano, credono alle loro promesse, ai loro pentimenti, gli offrono l’ennesima possibilità, andando incontro a nuove sofferenze, rischiando la pelle, talvolta rimettendoci la vita. Quell’ambivalenza, quell’umanità, è la trappola nella quale tante donne rimangono imprigionate. Ora, arriva un giornalista maschio a spiegare che quegli uomini sono ambivalenti, sono umani. Senza però spiegare che quell’ambivalenza, è da sempre uno dei meccanismi, forse il più efficace, attraverso cui la violenza e il dominio maschile si perpetuano.

A parte qualche giustiziere di circostanza, magari dietro le sbarre anche lui, gli uomini dal canto loro sono fin troppo comprensivi. Comprensivi sono gli amici, come emerge dai racconti, per i quali il 90 per cento degli uomini, nelle stesse circostanze, se provocati, agirebbero allo stesso modo, e come leggiamo nell’articolo, lei provoca, lei ci sta, lei viene dietro, lei si difende sconsideratamente. Comprensivi sono i giornalisti che ogni volta ci raccontano che lui era una brava persona, normale come tanti altri, divenuto fragile, depresso, geloso, sotto stress per uno sfratto, un licenziamento, un fallimento, ha avuto un raptus di follia, al culmine di una lite, poichè lei gli ha fatto qualcosa e lui ha reagito, è così si è rovinato la vita. La sua.

Il quadretto dei racconti dei detenuti per violenza, non è diverso dai tanti resoconti di cronaca, dove lui violenta o uccide lei, raccontati dal punto di vista di lui, che per lui suscitano incredulità, comprensione, empatia. La violenza scissa dall’autore. La violenza agisce l’autore. L’autore scisso in se stesso: una parte violenta e una parte stupita che contempla la propria violenza. Il suo vero io ovviamente è la parte contemplatrice. Nulla è raccontato sugli atteggiamenti, sui comportamenti, sui maltrattamenti che precedono il gesto estremo, rappresentato come un atto folle e solitario, che irrompe sorprendente nel contesto di una vita normale e tranquilla. Nulla è raccontato sulla concezione della donna che alberga nella mente di questi uomini. Nulla si iscrive nella diseguaglianza del rapporto sociale tra i sessi, di cui la violenza di genere è espressione e funzione. Il giornalista vede solo la forza misteriosa del sesso che ci fa esagerare l’infamia di questi reati. Il femminicidio, mai nominato nell’articolo, un reato a sfondo sessuale?

Uno stragista può avere ucciso più donne e più bambini di un femminicida. Ma evidenziarlo, ammesso sia corretto fare paragoni e stabilire graduatorie, finisce solo per sminuire e relativizzare la violenza sulle donne. Il terrorista, il mafioso, il criminale comune non uccide le donne perché si sottraggono al loro ruolo di genere. Non uccide persone da lui dipendenti affettivamente o economicamente. La violenza maschile da quella fonte proviene. Da uomini a cui le vittime sono legate negli affetti, in cui hanno riposto fiducia, a cui si sono rese, almeno in parte, dipendenti e vulnerabili. Una violenza che non è solo un fatto episodico per quanto grave e drammatico, ma un intero contesto di relazione e convivenza. Che spesso e volentieri, operatori della giustizia, della sanità, dell’informazione, scambiano per conflitto. Un conflitto durante il quale, ad un certo punto, lui misteriorsamente, solo per un attimo fatale si fa mostro. Prima è normale, poi torna normale.