L’ambiguità di Cartabianca e della carta stampata

Bianca Berlinguer

Cartabianca ha messo in scena il processo alla vittima. Un’eroina (lode a lei) molto brava, con una bella tempra, capace di reggere dall’inizio alla fine e di uscirne a testa alta. Due accusatori imbarazzanti. Un difensore blando. La conduttrice dalla parte giusta, che però imposta un programma del genere. Per l’audience o perché le strutture maschili del potere mediatico, anche quando dirette da una donna autorevole, sono in sintonia con questo tipo di processi.

Asia Argento ha aperto con una domanda retorica rivolta ai suoi immeritevoli interlocutori: Mi chiederete scusa, questa sera? E così, li ha messi subito dalla parte del torto. Si è poi sottratta agli interrogatori morbosi, ha smentito le traduzioni che le attribuivano il proseguimento professionale e personale del rapporto con Weinstein, ed ha affermato che bisogna credere alle donne. Quando Luxuria l’ha contrapposta alle vittime vere, Asia ha rilanciato: Ah! Non sono una vittima vera? No, non sono vittima, io sono vittoriosa!

Asia vs Luxuria

Vladimir Luxuria si è rivelata la personaggia più incongruente: portavoce di una minoranza discriminata, ma incapace di stare dalla parte delle donne contro la violenza maschile. Oltre ad ostentare mancanza di empatia, non ha aggiunto nulla di originale al ruolo scelto. Ha interpretato il repertorio tradizionale che sempre e ovunque si ostina a diffidare delle donne che denunciano la violenza subita: ha presunto e predicato come lei avrebbe dovuto reagire; ha screditato la vittima reale in nome dell’ideale delle vere vittime; ha teorizzato che senza dissenso non c’è violenza, come se non esistessero dinamiche di soggezione e di potere; ha rimproverato lei di essere stata tardiva nella denuncia; l’ha accusata di essersi di fatto prostituita. Per tutto questo, bastava e avanzava il direttore di Libero. Riguardo il successivo dibattito online su Luxuria condivido quanto scrive Monica Romano.

L’appello a denunciare subito come condizione per essere credute, è sbagliato e persino irresponsabile, perché manda le vittime allo sbaraglio. All’aumento delle denunce non è corrisposto un aumento delle condanne. Il 60% delle denunce, solo a Milano, è archiviato dalla procura. Spesso i processi mettono ancora sotto imputazione la vittima, come accaduto alle due ragazze americane di Firenze, nonostante un giudice bravo come Bianca Berlinguer. L’unico consiglio valido è quello di rivolgersi ad un centro antiviolenza (o chiamare il 1522) e in quella sede valutare cosa fare.

Sondaggi Asia Argento

La testimonianza di Asia Argento corrisponde a quella di decine di attrici, alcune anche più famose di lei. La sua, però, ha assunto un valore simbolico e lei è diventata l’icona del movimento. Un’icona è pericolosa, perché permette di riconoscersi, aggrega, unifica, mobilita. Ragion per cui va infangata. Lo ha ammesso candidamente il direttore di Libero, Pietro Senaldi: Asia è stata vittima di violenza, ma ha assunto un ruolo di rappresentanza, perciò l’abbiamo attaccata.

Andrea Scanzi ha evidenziato la scarsa incisività di Senaldi ed è stato poco incisivo pure lui. Ha detto alcune cose giuste e non era scontato dato il sessismo frequente nei suoi articoli e sul suo giornale. Lo prendo come un termometro della forza del movimento. Come i sondaggi che mostrano un orientamento maggioritario che crede ad Asia Argento, giudica sessiste le accuse contro di lei, e ritiene sbagliata la critica di aver denunciato tardi. La stessa maggioranza dichiara di non aver denunciato violenze, perché non avrebbe avuto giustizia o avrebbe subito una seconda violenza.

A denunciare tardi non sono state le attrici, ma i grandi giornali. Il New York Times e il New Yorker hanno atteso vent’anni prima di fare le loro inchieste. Le attrici hanno potuto dire, perché finalmente gli è stato chiesto. Non ancora in Italia. Qui c’è stata l’inchiesta delle Iene a cui è corrisposta, infatti, la denuncia di numerose donne, ma le Iene non hanno l’autorevolezza dei quotidiani più importanti che si attardano a intervistare Enrico Brignano, a mettere donne contro donne, quando sono gli uomini ad essere divisi, e a schierare firme maschili, per chiedere di non esagerare, generalizzare, con la stessa ambiguità di fondo che ha caratterizzato la televisione. Perché ci mettete tanto a denunciare bisogna chiederlo a loro.


P.s. Lettera di scuse di Vladimir Luxuria ad Asia Argento, pubblicata poco fa.

Renzi meno avversato di Berlusconi

renzi-berlusconi

Un tema sempre verde tra gli antirenziani è la debole opposizione a Matteo Renzi, inferiore per intensità ed estensione all’opposizione messa in campo contro Silvio Berlusconi e prima ancora contro Bettino Craxi, nonostante Renzi sia uguale a loro e faccia le stesse cose. L’argomento è stato posto da Andrea Scanzi a Michele Serra e, devo dire, condivido abbastanza le risposte di Serra, anche se non giungo come lui alla scelta di votare PD.

Rispetto ai tempi di Craxi e Berlusconi, oggi le aspettative nei confronti della politica sono molto più basse. C’è meno opposizione, ma anche meno consenso e molta più astensione, sia dalla militanza, sia dal voto. Così, l’affermazione di un leader e la sua eventuale caduta sono visti con maggiore indifferenza.

Renzi, in verità, è in parte diverso da Berlusconi. Gli mancano i procedimenti giudiziari in corso, l’ostilità alla magistratura, ai giornali, alla divisione dei poteri, il conflitto d’interessi, le alleanze impresentabili, e l’ostentato sessismo. È vero che il suo programma e il suo modo di comunicare in parte ricalcano il berlusconismo, ma il tentativo di imitare l’antagonista era praticato anche dai precedenti leader del PDS/DS. Già nel 1994-95, si osservava come la riforma delle pensioni voluta da Berlusconi e molto osteggiata dai sindacati e dal PDS, fosse stata poi approvata dal governo Dini con una maggioranza di centrosinistra. All’epoca la spiegazione fu che il centrosinistra praticava la concertazione con i sindacati e approvava provvedimenti di destra, ma applicati in tempi e modi graduali. Renzi invece si contrappone anche ai sindacati su temi simbolici come l’art. 18, proprio come faceva Berlusconi, incontrando però minore resistenza. Anni di precarizzazione del lavoro e di crisi economica hanno indebolito il movimento dei lavoratori, fino al punto di averlo privato di una credibile rappresentanza politica nelle istituzioni. Oggi non c’è una forza politica significativa che rappresenti l’opposizione sociale al governo, neanche ai livelli ridotti della Rifondazione comunista del 1995.

L’opposizione a Berlusconi, quella più radicale dei girotondi, quella che agitava la questione morale e il conflitto d’interessi, era anche un’iniziativa volta ad incalzare e criticare i gruppi dirigenti del centrosinistra, secondo la celebre invettiva di Nanni Moretti del 2002: con questi dirigenti non vinceremo mai. Oggi non ci sono dirigenti da incalzare contro Renzi. Peraltro, Renzi è un dirigente vincente. Ha rottamato quei dirigenti che perdevano sempre o che mancavano le vittorie e non erano in grado di governare. Renzi non è calato dall’alto di un sistema di potere, né nei panni di un ricco imprenditore che vuole rappresentarsi in modo diretto, né nei panni di un giovane dirigente cooptato dai vecchi dirigenti. Lui si è imposto contro i vecchi dirigenti attraverso la selezione delle primarie, prima a Firenze, poi a livello nazionale. Ha perso la prima prova contro Pierluigi Bersani, che dopo ha mancato la vittoria elettorale, quindi ha vinto la seconda prova, individuato dalla base e dall’elettorato del suo partito come il candidato vincente. Mentre una parte dell’opinione pubblica si distacca dalla politica e rifluisce nell’astensione o in un voto stanco e abitudinario, la parte che resta più attaccata alla politica, i militanti, i simpatizzanti, la vivono in modo sempre più autoreferenziale, come i tifosi delle squadre di calcio, che si danno come criterio di scelta la capacità di vincere. Così scelgono il leader come si sceglie l’allenatore e i suoi provvedimenti non sono letti per il contenuto politico e sociale, ma valutati come mosse vincenti o perdenti.

Berlusconi era visto come il peggio. Bisognava votare questo o quel candidato di centrosinistra per non fare vincere Berlusconi. L’alternativa a Berlusconi erano Prodi, D’Alema, Amato, Rutelli, Veltroni, Bersani. Invece, Renzi è visto come il meno peggio. Le alternative a lui sono Salvini e Grillo. Il cruccio del Fatto Quotidiano è: perché non il M5S? Ha molti difetti, ma è composto da giovani e onesti. Anche Rodotà e Flores D’Arcais hanno ammesso che la sinistra è morta e rimane solo il M5S. Può essere abbiano ragione, ma per ora il M5S è più una incognita che una speranza. Sia per il modo in cui seleziona i suoi candidati, attraverso improbabili primarie online, sia per la pochezza dei suoi argomenti concentrati sui costi della politica, l’opposizione alla casta, etc. Aggiungo la grave ambiguità nei confronti del fascismo, il populismo antieuropeista, la competizione con la Lega nel brandire slogan xenofobi e i modi spesso molto sessisti di attaccare le avversarie politiche e le giornaliste.

Su un punto dissento da Serra. Nel vedere il PD occupare lo spazio politico del PCI, come fosse un partito bene o male di massa, e la sua sinistra come l’equivalente dei gruppi di estrema sinistra degli anni ’70. Anch’io da giovane preferivo il PCI ai gruppi e ai piccoli partiti. Ma c’era comunque una continuità. Quei gruppi erano davvero l’estremizzazione del PCI. Le formazioni minori di sinistra oggi non sono l’estremizzazione del PD, non c’è rapporto di continuità o di parentela. Il PD oggi è quello che politicamente era il pentapartito negli anni ’80, tiene insieme quei laici e quei democristiani, più qualche nostalgico del PCI, fedele alla continuità organizzativa. Una fedeltà che, qualche volta può significarmi un po’ di affetto, ma non una adesione e neppure un voto.

Sui gesti sessisti in senato

senatori sessisti

Lucio Barani e Vincenzo D’Anna sono due senatori di Forza Italia, ormai transfughi al seguito di Denis Verdini, per rinforzare la maggioranza di Matteo Renzi al senato, in modo da neutralizzare la minoranza del PD. Di recente sono diventati famosi, per aver mimato una fellatio all’indirizzo della senatrice Barbara Lezzi del M5S, ragion per cui, la presidenza del senato li ha sospesi per cinque giorni.

Cinque giorni di sospensione sono parsi una sanzione troppo blanda ai giornali di opposizione, tanto da sospettare che la presidenza del senato abbia voluto permettere un rapido rientro dei due senatori verdiniani, per aiutare la risicata maggioranza che sostiene il governo. Bisogna però ricordare che a seguito di offese dello stesso tenore, da parte dell’onorevole Massimo Felice De Rosa (M5S) contro le deputate del PD, la presidenza della camera dispose una sospensione di soli tre giorni.

I gesti sessisti dei due senatori maschi ripropongono all’attenzione l’uso del sessismo nella lotta politica quando gli avversari sono avversarie o nelle normali controversie quando un uomo si trova in conflitto con una donna, che gli tiene testa, anche se non manca chi trova quei gesti molto gravi, non tanto perché offendono le donne, quanto perché offendono le istituzioni.

Alcuni qualificano il gesto come volgare, osceno, pornografico, per indicare un comportamento inopportuno, inelegante, maleducato, assunto da un uomo nei confronti di una donna. Una lettura depoliticizzata, che deplora il mancato rispetto della donna in quanto persona più delicata dell’uomo. Ancor più delicata se incinta, come dichiara il cinquestelle Alessandro Di Battista. Una lettura che si inscrive nel sessismo benevolo e protettivo.

Molti altri hanno però qualificato il gesto come sessista, anche i principali titoli di giornale. Tuttavia, abbiamo visto che l’uso di questa definizione nel linguaggio corrente e giornalistico si presta ad ambivalenze: c’è chi si riferisce al significato sessuale e chi si riferisce, in modo più proprio e corretto, al significato inferiorizzante e discriminatorio contro le donne.

Il gesto dei due senatori, infatti, vuol comunicare che le donne non sono idonee per dibattere di politica e fare le leggi, ma sono idonee per sollazzare gli uomini. Una versione non oscena dello stesso messaggio avrebbe potuto dire che le donne sono idonee per cucinare, pulire, rammendare, come scrisse Marco Travaglio, per riferirsi a Maria Elena Boschi: l’avvocaticchia di Arezzo, che alla Costituente avrebbe a stento levato la polvere dai davanzali.

Il sessismo dei due senatori verdiniani è condannato con maggiore o minore enfasi a secondo della propria collocazione politica. Per Andrea Scanzi (Il Fatto) il sessismo vale solo contro le ministre renzine, invece se contro le senatrici grilline nessuno si indigna. L’Unità ricorda il sessismo di tutti gli altri, fuori dalla maggioranza di governo.

Il sessismo degli altri è ricordato come diversivo, come scudo difensivo, o per dire che un sessismo lava l’altro. Una reciproca ipocrisia. È giusto aver presente la trasversalità del sessismo, non per attenuare il giudizio, ma per aggravarlo, non su questo o quel gruppo, ma sugli uomini che lo praticano, lo minimizzano, lo negano, oppure si mettono a fare la parte del bue che dà del cornuto all’asino.

Cinque giorni di sospensione sono pochi. Non credo la presidenza del senato voglia aiutare la maggioranza, credo soltanto sottovaluti l’importanza della questione. Proprio come fino ad oggi l’hanno sempre sottovalutata i giornalisti del Fatto Quotidiano.

Riferimenti:
Il sessismo che vi serve – Giulia Siviero – Il Post, 7.10.2015
Barani e D’Anna: il disprezzo delle donne abita nel Parlamento italiano – Nadia Somma, 7.10.2015
L’antropologa: «Dietro ai gesti sessisti c’è la pochezza di sé» – Amalia Signorelli, Il Manifesto, 6.10.2015