Se un leader è necessario, si sostiene

Pietro Grasso - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Un leader appena scelto, in vista di elezioni molto vicine, prima si sostiene poi, eventualmente, si critica. Questo, nell’interesse del gruppo che ritiene necessario avere un leader. Lo penso dopo aver letto due articoli contro Pietro Grasso: uno a firma di Alessandro De Angelis sull’HuffPost, l’altro a firma di Peppino Caldarola su Lettera43. Due firme vicine a Liberi e Uguali e soprattutto a Massimo D’Alema. Il quale del progetto di LeU è il principale ispiratore. Grazie a lui, alla sua esplicita posizione contraria nel referendum costituzionale, la minoranza PD ha potuto rendersi autonoma in modo definitivo da Matteo Renzi e dare vita ad una nuova formazione politica. D’Alema ne potrebbe essere il capo naturale, ma lui, da buon «ex PCI» ha un complesso di legittimazione e preferisce delegare un altro. Da qui il ritornello renziano su chi comanda in Liberi e Uguali.

La contraddizione emerge nella formazione delle liste, dove si misurano i rapporti di forza tra le componenti del movimento (Mdp, Sinistra italiana, Possibile) e tra i partiti e gli indipendenti (Grasso, Boldrini, Muroni), che, in una logica di partito, finiscono per essere visti come una componente a sé. A Grasso è attribuita la richiesta di dieci indipendenti nelle liste. Una richiesta ritenuta eccessiva dai partiti (o da alcuni di loro), perché il futuro gruppo parlamentare di LeU sarà prevedibilmente dimezzato rispetto all’insieme dei parlamentari uscenti dei tre gruppi promotori. Quindi, per ridurne le pretese, arrivano le critiche al leader, troppo lento, poco connesso emotivamente con il popolo di sinistra, abituato alle deferenze, etc. Critiche poco misurate, dannose per l’autorità del leader e la credibilità di un movimento, evidentemente incapace di scegliersi una guida adeguata.

Raffaella Muroni - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Ignoro quanto le critiche siano fondate. Mi dispiace l’abuso della retorica demolitoria. La lentezza e la flemma che ricordano Antonio Ingroia, preso in giro da Maurizio Crozza possono ricordare anche Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, imitato da Corrado Guzzanti. La connessione emotiva con il popolo di sinistra (un tema caro a D’Alema fin dai tempi di Occhetto), possono interpretarla i leader dei vari gruppi di sinistra, che non spariscono in virtù del candidato premier. Per ciò che concerne la scelta della coordinatrice della campagna elettorale, Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, mi pare buono che si tratti di una donna e di un’ambientalista e a giustificarla credo basti il rapporto di fiducia con il candidato premier. Molto esagerato è il paragone con il giglio magico di Renzi che rimanda ad amicizie consolidate e a volontà di esclusione.

Un’analogia che mi viene in mente è quella della Rifondazione degli anni ‘90. Un partito costruito da Armando Cossutta, il quale non poteva, né voleva esserne il segretario: scelse un amministratore delegato, prima Sergio Garavini, poi Fausto Bertinotti, con il presupposto di un vincolo determinante. In entrambi i casi, il vincolo fu rotto da un duello disastroso. Il copione per Cossutta si ripeté persino nel Pdci con il fedelissimo Oliviero Diliberto. Cossutta non seppe scegliere tra la rinuncia a fare il capo e il consentire che il capo lo facesse un altro. Neppure puntò su una leadership collegiale che del capo sa fare a meno. L’importanza della funzione e della figura del capo fu uno degli elementi che distinse nella storia il movimento comunista dalla socialdemocrazia. Il tempo di metterlo in discussione ha coinciso con il sopravvento del leaderismo mediatico.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, durante il brindisi di Natale, Roma, 22 dicembre 2017

Il complesso di legittimazione rende D’Alema simile a Cossutta. Non gli sono sfavorevole: un leader che ha sbagliato, può correggersi e avere nuove possibilità. Ho trovato incivile la rottamazione. Spero sappia sottrarsi all’effetto configurante delle caricature fatte ai suoi danni. Né mi sento particolarmente favorevole alla leadership di Pietro Grasso, anche se ritengo che avere i due presidenti del parlamento alla testa del movimento sia un elemento di forza da non indebolire, specie con argomenti che rasentano il populismo. Personalmente, avrei preferito la scelta di Laura Boldrini e una leadership caratterizzata da una forte relazione tra donne, un giglio magico femminile, poiché aderisco al pregiudizio secondo il quale le donne peggio degli uomini non possono fare.

Armando Cossutta il più filosovietico?

Cossutta 4

Questa estate è morta Emilia Clemente (Emi), sua moglie, alla quale era legato da settant’anni; ieri, è morto anche lui, Armando Cossutta, all’età di 89 anni; partigiano, importante dirigente del Partito comunista italiano e fondatore di Rifondazione comunista. I quotidiani lo presentano come il più filosovietico dei leader del PCI. La definizione è adeguata per l’ultima parte della sua vita, da quando all’età di 58 anni si oppose allo strappo di Enrico Berlinguer. Lo strappo fu espressione coniata dallo stesso Cossutta e titolo di un suo libro, per riferirsi alla divisione tra il PCI e il PCUS, sostenuto da quasi tutti gli altri partiti comunisti del mondo. Ricordo una traduzione italiana del bollettino dell’ambasciata sovietica con la pubblicazione della rassegna di interventi e documenti dei più vari e lontani partiti comunisti, che criticavano e condannavano le posizioni del PCI sui fatti di Polonia del 1981.

Cossutta 1

In realtà, Armando Cossutta fu più volte critico nei confronti dell’Urss, anche quando non lo era quasi nessuno, come nel 1956, durante l’invasione sovietica dell’Ungheria. I principali dirigenti, giovani e vecchi, furono dalla parte di Palmiro Togliatti e si trattò, per citarne solo alcuni, di Amendola, Berlinguer, Napolitano, Ingrao. Armando Cossutta invece firmò insieme con Achille Occhetto e Luciana Castellina un documento di condanna, che chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche. Negli anni ‘50 fu a capo della federazione di Milano e poi del Comitato regionale in Lombardia, posizioni da cui condusse un’opera di rinnovamento contro le componenti davvero filosovietiche, che facevano riferimento a Pietro Secchia e Giuseppe Alberganti. Anche nel 1968, invasione sovietica della Cecoslovacchia, e nel 1979, invasione sovietica dell’Afghanistan, Cossutta aderì a posizioni di condanna, insieme al gruppo di dirigente del partito. Nell’estate del 1968 fu lui a presidiare d’agosto la sede di Botteghe Oscure e a ricevere le primissime notizie da Praga.

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Nell’estate del 1981, il generale Wojciech Jaruzelski, assunse l’incarico di segretario generale del Partito operaio unificato polacco (Poup); in dicembre introdusse la legge marziale, per fronteggiare l’opposizione del sindacato Solidarnosc e prevenire l’intervento armato dell’Urss. Cossutta condivise la critica al colpo di stato, ma non il giudizio di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, che di fatto collocava il PCI fuori dal movimento comunista internazionale a guida sovietica. In sostanza, Cossutta era contrario agli atti di potenza dell’Urss, ma voleva rimanere dentro il suo sistema di alleanze, non vedendo prospettive nella terza via berlingueriana. Gli stessi successori di Berlinguer, non ne videro e declinarono lo strappo in una conversione ideologica nel campo socialdemocratico o nel campo liberale, quello che Cossutta paventava e non voleva. Quindi, dopo aver partecipato al fronte del No, con Natta, Tortorella e Ingrao, in opposizione alla trasformazione del PCI in PDS, diede vita a Rifondazione comunista, insieme con Sergio Garavini, Lucio Libertini, Rino Serri ed Ersilia Salvato.

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Il nuovo partito potè nascere grazie ad una struttura già esistente, l’Associazione nazionale marxista di cui Cossutta era presidente. Più di altri suoi compagni e colleghi, egli era un organizzatore, un costruttore, molto pratico nella formazione organizzativa del partito, mentre era molto meno attento al rapporto con i movimenti. Non ebbe alcuna relazione significativa con gli studenti, i pacifisti, gli ambientalisti, le femministe, mentre da dirigente degli Enti locali del PCI formò ampie alleanze nelle amministrazioni (applicò il compromesso storico nei comuni) e poi da dirigente di Rifondazione, pur molto attento all’autonomia del partito, sostenne la linea dell’unità con il centrosinistra fino a rompere con Fausto Bertinotti e a fondare il Pdci, per poter sostenere i governi dell’Ulivo.

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Armando Cossutta fu un leader meno carismatico, meno amato di Pietro Ingrao o di Enrico Berlinguer e pure meno blasonato di altri dirigenti come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano. Una immagine più grigia, burocratica, anche se per stile, spessore e cultura una figura sovrastante il personale politico cui oggi siamo abituati. Non fu l’uomo di grandi visioni strategiche e coraggiose esplorazioni di nuovi sentieri. Piuttosto, un asfaltatore, ma soprattutto una diga, un baluardo della sinistra e del comunismo italiano.

Più resistenza che rifondazione

Cossutta Serri GaraviniCon lo scioglimento del PCI, molti di noi del fronte del no fummo ad un bivio: scegliere il PDS o Rifondazione comunista. I dirigenti più importanti (Natta, Ingrao, Tortorella) scelsero di essere minoranza nel PDS, gran parte della base si disperse o scelse Rifondazione comunista e così feci io.

Il ragionamento di fondo era: Il PDS ha smesso di essere comunista, senza diventare socialista; si è trasformato in un partito liberale. I comunisti di altri paesi fanno le minoranze nei partiti socialdemocratici, ma in nessun caso militano nei partiti liberali. Dunque rimaneva solo la strada di un nuovo partito comunista.

Nel compiere questa scelta, albergava tra noi la sensazione di stare dalla parte del cuore, mentre la ragione stava altrove. Ci ricordavamo delle tante piccole formazioni di sinistra andate male. Avevamo provato simpatia o disprezzo per le minoranze di sinistra, ma la nostra identità era stata anche quella di essere un grande partito di massa ed era difficile ora accettare l’idea di essere un partito minore.

Il partito minore aveva dirigenti minori. Erano anziani in declino o meno giovani di secondo piano. Nessuno parlava o scriveva in modo brillante. I dirigenti provenienti da Democrazia proletaria e dalla Quarta Internazionale sembravano più svegli, ma avevano alle spalle una lunga esperienza minoritaria. Se il segretario del PRC era Sergio Garavini, la struttura portante del partito era l’Associazione nazionale marxista di Armando Cossutta.

brancaccioIl nuovo partito era più maschile del PCI o del PDS, si precipitava a negare le quote rosa nello statuto – invece previste nel partito comunista che nell’ultima legislatura aveva eletto un terzo di deputate e senatrici – con l’argomento della centralità del conflitto di classe. La contraddizione di sesso veniva collocata in periferia o negata del tutto.

Il PCI rappresentava un valore storico, una volta sciolto che senso poteva avere emularlo in formato ridotto? I partiti comunisti nacquero per fare la rivoluzione subito, per separarsi dai partiti socialisti irresoluti e inetti nel mettersi alla testa dei movimenti sociali dopo la prima guerra mondiale. Ora, in Italia, un nuovo partito comunista rinasceva per mettere la rivoluzione sullo sfondo di un’orizzonte indefinito e con il rischio di passare molto del suo tempo a rivaleggiare con il partito da cui si era appena separato.

Nonostante tutti questi dubbi, alla fine decisi comunque di starci, perché Rifondazione contribuiva a mantenere aggregata una parte del popolo del PCI, che diversamente si sarebbe dispersa. Nei primi anni della sua vita, quel piccolo partito riuscì ad ancorare il centrosinistra ad un politica di relativa equità, nel risanamento per l’adesione alla moneta unica e a svolgere una funzione di resistenza.