L’anticomunismo del teologo democratico

L'armata rossa a Berlino 1945

Invece di un rozzo opinionista di destra, stavolta ad equiparare comunismo e fascismo c’è un intellettuale cattolico democratico, Vito Mancuso, un teologo, allievo di Carlo Maria Martini. Ne sono sorpreso. Forse, la distanza della storia e l’immediatezza di facebook inducono alla memoria sintetica. Secondo il teologo, il divieto della propaganda fascista implica quello della propaganda comunista, perché la violenza è l’essenza dei due movimenti; la distinzione nel comunismo tra ideale e reale, lui la respinge – e qui si sente marxista – perché la verità è nel reale.

Sul piano pratico, trovo la proposta difficile da applicare e giustificare. Si tratterebbe, immagino, di vietare il saluto a pugno chiuso, lo sventolio della bandiera rossa, il canto rivoluzionario, la campagna elettorale di Rifondazione, la divulgazione delle opere di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, gli scritti, i discorsi, le interviste di Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao; la pubblicazione del Manifesto; la manifestazione dell’idea di abolire la proprietà privata e di mettere i beni in comune. Il professore non è entrato nei dettagli. Il reato di apologia del fascismo è collegato al divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista. Un reato di apologia del comunismo a cosa potrebbe collegarsi? Il PCI si è sciolto di sua volontà nel 1991. Bisogna vietarne la ricostituzione nel 2017? E perché mai?

Rifiutare in assoluto la violenza, sul piano teorico, per me è insensato. La rifiuto in un ordinamento pacifico e democratico e la considero una scelta possibile nel contesto di un ordinamento censitario, una dittatura oppressiva, un’invasione straniera. Così, distinguo la violenza delle Brigate rosse da quella delle brigate partigiane. So giudicare la violenza solo in relazione alla sua motivazione. Nel fascismo, la violenza è funzione del nazionalismo, del razzismo, della supremazia di un capo e di un partito; una esaltante dimostrazione di forza che ha valore in sé. Nel comunismo, è una reazione alla violenza delle classi dominanti, una necessità dettata dalla preclusione di vie più pacifiche e democratiche; un mezzo; in sé non ha valore e non forgia un’identità.

Sul piano storico, il fascismo è andato al potere con il consenso delle classi dirigenti. La violenza l’ha usata per schiacciare le opposizioni alle classi dirigenti: le organizzazioni del movimento operaio. Il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti aristocratiche, borghesi, contro le potenze coloniali; ha dovuto superare uno scontro mortale, che ha finito per produrre la militarizzazione e la deformazione del suo esperimento. Il fascismo ha abolito le libertà dello stato liberale. Il comunismo non aveva da abolire le libertà dello zarismo. Il fascismo era contro le libertà formali. Il comunismo le considerava insufficienti, per la liberazione dell’essere umano e non si preoccupava di negarne la promozione per realizzare l’uguaglianza. Il fascismo fu nemico della libertà. Il comunismo ne sottovalutò l’importanza.

La distinzione nel comunismo tra ideale e reale è schematica, ma aiuta a cogliere la contraddizione tra mezzi e fini, presente nel comunismo e per molti aspetti anche nel liberalismo e nel cristianesimo. Invece, del tutto assente nel nazifascismo. Si tratta di una contraddizione importante, perché consente di sottoporre a critica le proprie realizzazioni dal punto di vista del proprio pensiero. Per oppormi allo stalinismo, non ho bisogno di attingere al liberalismo; il comunismo mi dà già gli strumenti per poterlo fare. La prima critica radicale all’impianto sovietico, proposto dal Che fare di Lenin, viene dalla comunista Rosa Luxemburg e dal comunista Leon Trockij. Peraltro, i comunisti si sentivano eredi e continuatori dei liberali della rivoluzione francese, che abbatterono con violenza l’ancien regime, l’atto fondativo della storia e società contemporanea.

Anche gli ideali influenzano la storia. Ma cos’è la storia (concreta)? Riguarda solo la dimensione del potere, per cui si entra nella storia quando si conquista il potere e se ne esce quando lo si perde e tutta la storia è solo la gestione di quel potere? Con questo criterio è impossibile valutare il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo e tutto ciò che è diverso dalla forma di un potere costituito. Il comunismo è stato in alcune parti del mondo un insieme di regimi, in altre è stato un movimento politico e sociale che ha agito, concretamente, nell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, nelle guerre di liberazione, nella decolonizzazione, nelle terre, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle istituzioni democratiche. Tutto l’insieme è concreta realizzazione storica. È storia l’operaio che non s’inchina più davanti al padrone, perché nel divenire comunista ha realizzato la sua dignità.

Vi sono stati autoritarismi e dittature, nell’Europa meridionale, in America latina, in Indonesia, nell’Iran fondamentalista, che per potersi affermare, hanno dovuto sbarazzarsi di quella storia concreta ed eliminare fisicamente centinaia di migliaia di comunisti. Tante vittime dello stalinismo e del maoismo furono comuniste. In tanta parte del mondo, il comunismo, a differenza del fascismo, è stato un concorrente morale del cristianesimo. Si può capire la tentazione di alcuni cattolici di far fuori la concorrenza con un’equiparazione scorretta. Eppure rimane significativa la distinzione fatta da un cattolico conservatore molto importante: papa Woityla: il nazifascismo fu un male assoluto, il comunismo, un male necessario.

Le analogie sulla violenza e l’autoritarismo si possono fare. La citazione di Ernesto Balducci, che scriveva sull’Unità, organo del partito comunista italiano, permette di farne anche con la storia della chiesa cattolica (i templari, le crociate) e la storia degli stati liberali (il colonialismo, l’imperialismo); con la nostra stessa vicenda contemporanea. Persino il professor Mancuso, che rifiuta in assoluto la violenza, accetta la violenza (per lui necessaria) delle politiche di contrasto alle migrazioni, perché teme una violenza più grande (o a lui più prossima), la violenza della paura xenofoba, quindi il fascismo (non il comunismo). Il rifiuto assoluto della violenza può tradursi nel rifiuto di tutta la storia degli uomini, intesi come maschi – la violenza è sempre stata maschile – almeno dal principio del patriarcato. C’è più essenza in quell’origine, che in questa o quella ideologia, questa o quella religione, perché insieme condividono, in tutto o in parte, quello stesso principio originario.


Riferimenti:
I post di Vito Mancuso sul comunismo [1] [2] [3] [4] [5] [6]
I post di Vito Mancuso sui migranti [1] [2]

Sulla morte di Fidel Castro

Nelson Mandela e Fidel Castro

Sulla morte di Fidel Castro, per molti giorni non ho detto nulla; non che fossi tenuto o che da me ci si aspettasse qualcosa, ma siamo tutti connessi ad un sistema di comunicazione permanente, dove più volte al giorno linkiamo, postiamo, dichiariamo sugli eventi che ci sembrano più importanti o interessanti e la morte di Fidel Castro, senza dubbio, è tra questi, specie per chi ha militato tra i comunisti e sente ancora di appartenere a quel mondo.

Da parecchio tempo non seguivo più le vicende di Cuba e dell’America Latina. Nei giorni della scomparsa di Castro ero concentrato su altre cause: la manifestazione nazionale contro la violenza maschile, l’hate speech sul web e il referendum costituzionale. Per un attimo ho creduto che la mia distrazione fosse solo l’effetto della mia evoluzione, del mio personale superamento delle ideologie e utopie novecentesche, pur sempre violente e maschili. Poi sono giunto alla conclusione che si trattava solo di rimozione. Mi sono ricordato di un professore che mostrava come il Secolo d’Italia, nell’ottantesimo anniversario della marcia su Roma, all’evento non dedicasse neppure una parola.

Quando vedo una immagine di Fidel o del Che, non mi si scioglie il cuore, ma in effetti simpatia ne provo. Così alla fine ho trovato e linkato un articolo di Lia De Feo, che mi è parso molto genuino, critico, comprensivo, elogiativo, parziale, ma equilibrato. Nell’opinione pubblica di sinistra o ex sinistra mi è capitato di leggere commemorazioni agiografiche (che hanno tutto il mio affetto) e condanne inappellabili (che hanno tutta la mia disapprovazione) rivolte al dittatore defunto e a chi lo commemora. La questione è stata pure immessa nel tritacarne referendario, in quanto l’elogio del dittatore sarebbe in contraddizione con la paura della deriva autoritaria. A loro modo, trovo anche queste siano rimozioni.

Il nodo storico della sinistra di ispirazione marxista è stato la mancata coniugazione di libertà e uguaglianza. Il nodo è rimasto stretto. Così alcuni hanno scelto la libertà nella sua declinazione neoliberista divenuta egemone; altri hanno continuato a sognare l’uguaglianza nella sua declinazione utopica divenuta residuale; altri ancora hanno continuato a tentare di sciogliere il nodo, almeno a livello teorico o ideale, ma senza credere di poterlo vedere sciolto a livello politico entro la fine della propria vita. Insomma, una variante del sogno.

La mia generazione è venuta dopo gli anni ’60-’70 e non ha vissuto il sogno della rivoluzione; entrata in un mondo rivoluzionario già decadente, ha conosciuto solo i suoi fratelli maggiori da cui si è lasciata trasmettere qualcosa. Nel nostro orizzonte c’era la pace, l’ambiente, la liberazione della donna. Altre culture di progresso da cui attingere, senza le quali il nostro comunismo non sarebbe sopravvissuto. Punti di riferimento, per noi, erano uomini come Nelson Mandela, prima combattenti in armi, poi a lungo prigionieri, come gli antifascisti, ma alla fine liberi e vincenti, nel dialogo e nella pace con il nemico, quindi personalità associabili tanto ai rivoluzionari quanto ai democratici. Un percorso simile era quello del leader dell’Olp, Yasser Arafat, ai tempi degli Accordi di Oslo.

Negli Stati Uniti il necrologio di condanna su Fidel Castro è stato recitato da Trump, mentre Obama ha sospeso il giudizio e lo ha rinviato alla storia, con ciò assumendo la controversia e la complessità di una vicenda che ha tenuto insieme le restrizioni della libertà individuale e la liberazione dal colonialismo e dallo sfruttamento; il progresso sociale di un’isola non paragonabile agli altri paesi e regimi dell’America Latina. Obama, nonostante i suoi limiti, può essere un buon esempio per tanti neoliberali.

Armando Cossutta il più filosovietico?

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Questa estate è morta Emilia Clemente (Emi), sua moglie, alla quale era legato da settant’anni; ieri, è morto anche lui, Armando Cossutta, all’età di 89 anni; partigiano, importante dirigente del Partito comunista italiano e fondatore di Rifondazione comunista. I quotidiani lo presentano come il più filosovietico dei leader del PCI. La definizione è adeguata per l’ultima parte della sua vita, da quando all’età di 58 anni si oppose allo strappo di Enrico Berlinguer. Lo strappo fu espressione coniata dallo stesso Cossutta e titolo di un suo libro, per riferirsi alla divisione tra il PCI e il PCUS, sostenuto da quasi tutti gli altri partiti comunisti del mondo. Ricordo una traduzione italiana del bollettino dell’ambasciata sovietica con la pubblicazione della rassegna di interventi e documenti dei più vari e lontani partiti comunisti, che criticavano e condannavano le posizioni del PCI sui fatti di Polonia del 1981.

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In realtà, Armando Cossutta fu più volte critico nei confronti dell’Urss, anche quando non lo era quasi nessuno, come nel 1956, durante l’invasione sovietica dell’Ungheria. I principali dirigenti, giovani e vecchi, furono dalla parte di Palmiro Togliatti e si trattò, per citarne solo alcuni, di Amendola, Berlinguer, Napolitano, Ingrao. Armando Cossutta invece firmò insieme con Achille Occhetto e Luciana Castellina un documento di condanna, che chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche. Negli anni ‘50 fu a capo della federazione di Milano e poi del Comitato regionale in Lombardia, posizioni da cui condusse un’opera di rinnovamento contro le componenti davvero filosovietiche, che facevano riferimento a Pietro Secchia e Giuseppe Alberganti. Anche nel 1968, invasione sovietica della Cecoslovacchia, e nel 1979, invasione sovietica dell’Afghanistan, Cossutta aderì a posizioni di condanna, insieme al gruppo di dirigente del partito. Nell’estate del 1968 fu lui a presidiare d’agosto la sede di Botteghe Oscure e a ricevere le primissime notizie da Praga.

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Nell’estate del 1981, il generale Wojciech Jaruzelski, assunse l’incarico di segretario generale del Partito operaio unificato polacco (Poup); in dicembre introdusse la legge marziale, per fronteggiare l’opposizione del sindacato Solidarnosc e prevenire l’intervento armato dell’Urss. Cossutta condivise la critica al colpo di stato, ma non il giudizio di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, che di fatto collocava il PCI fuori dal movimento comunista internazionale a guida sovietica. In sostanza, Cossutta era contrario agli atti di potenza dell’Urss, ma voleva rimanere dentro il suo sistema di alleanze, non vedendo prospettive nella terza via berlingueriana. Gli stessi successori di Berlinguer, non ne videro e declinarono lo strappo in una conversione ideologica nel campo socialdemocratico o nel campo liberale, quello che Cossutta paventava e non voleva. Quindi, dopo aver partecipato al fronte del No, con Natta, Tortorella e Ingrao, in opposizione alla trasformazione del PCI in PDS, diede vita a Rifondazione comunista, insieme con Sergio Garavini, Lucio Libertini, Rino Serri ed Ersilia Salvato.

Cossutta 2

Il nuovo partito potè nascere grazie ad una struttura già esistente, l’Associazione nazionale marxista di cui Cossutta era presidente. Più di altri suoi compagni e colleghi, egli era un organizzatore, un costruttore, molto pratico nella formazione organizzativa del partito, mentre era molto meno attento al rapporto con i movimenti. Non ebbe alcuna relazione significativa con gli studenti, i pacifisti, gli ambientalisti, le femministe, mentre da dirigente degli Enti locali del PCI formò ampie alleanze nelle amministrazioni (applicò il compromesso storico nei comuni) e poi da dirigente di Rifondazione, pur molto attento all’autonomia del partito, sostenne la linea dell’unità con il centrosinistra fino a rompere con Fausto Bertinotti e a fondare il Pdci, per poter sostenere i governi dell’Ulivo.

Cossutta 3

Armando Cossutta fu un leader meno carismatico, meno amato di Pietro Ingrao o di Enrico Berlinguer e pure meno blasonato di altri dirigenti come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano. Una immagine più grigia, burocratica, anche se per stile, spessore e cultura una figura sovrastante il personale politico cui oggi siamo abituati. Non fu l’uomo di grandi visioni strategiche e coraggiose esplorazioni di nuovi sentieri. Piuttosto, un asfaltatore, ma soprattutto una diga, un baluardo della sinistra e del comunismo italiano.

La fine del PCI tra no e si

Unità 14 novembre 1989Con il senno di poi, tanti dissero che la fine del socialismo reale era prevedibile. Quando però gli stati socialisti dell’Europa dell’est caddero come birilli, uno dopo l’altro, l’evento parve una sorpresa storica. Solo un anno prima, Giulio Andreotti giudicava irrealistica l’unificazione della Germania e ancora molti anni dopo Paul Krugman definiva la fine dell’Urss un mistero dell’economia politica. L’Unione sovietica era in crisi negli anni ‘80, ma i comunisti sovietici avevano saputo superare crisi molto più gravi: la guerra civile, le carestie, la seconda guerra mondiale.

In tanti, tra noi comunisti italiani, eravamo incerti se essere contenti o dispiaciuti, per quella successione di eventi. L’entusiasmo vero o simulato di Achille Occhetto, il segretario del PCI, ci lasciava perplessi. Avremmo voluto vedere vincere la perestroijka di Mikhail Gorbaciov, mentre ora stava vincendo Boris Eltsin. Il socialismo reale invece di trasformarsi nel socialismo democratico si convertiva al liberismo più selvaggio.

La bandiera rossa ammainata sul Cremlino mi fece tristezza. Per tutto quel periodo, il primato della ragione sul sentimento mi sembrò sbagliato. Era sfiducia nel futuro: pensavo di assistere ad una fine, non ad un inizio. Il nuovo inizio, lo slogan con cui Occhetto lanciava la svolta della Bolognina, il cambio di nome del partito dopo il crollo del muro di Berlino; una decisione che, nella migliore delle ipotesi, sentivo precipitosa, espressione di una idea della politica che si giocava tutto sul piano dell’immagine: strategia della comunicazione senza strategia politica.

Allora, pensai: no! Poi, però vidi che si apriva una grande discussione, che c’era tanta partecipazione, che la proposta suscitava molta attenzione. Inoltre, la mia cultura mi portava alla fine ad essere solidale con il segretario. Quindi, al primo congresso, quello che apriva il processo costituente, votai si, per tenere aperto tutto questo. Ma il tempo passava e alla costituente non aderiva nessun’altro soggetto politico, il PCI rimaneva solo con se stesso. Nell’estate del 1990, venne la crisi del golfo: l’Occidente sotto egida Onu decise l’embargo contro l’Iraq invasore del Kuwait, in preparazione della guerra. Il parlamento approvò la partecipazione italiana. Il PCI si astenne, con la dissociazione dei sostenitori del NO. Quella scelta evocava il voto socialdemocratico del 1914 sui crediti di guerra e mi parve la prova che la svolta della Bolognina consistesse in una svolta a destra.

PdsUn altro indizio della ritirata fu la scelta del nome del partito: Partito democratico della sinistra. Un nome generico e totalitario. L’aggettivo sembrava guardare più ai democratici americani che ai socialisti europei. Ero d’accordo per un nome non ideologico, ma volevo esprimesse una chiara scelta di campo nel conflitto sociale. Per esempio: Partito del lavoro. Un altro elemento che in me faceva molta resistenza a cambiare, era il valore storico del nome e del simbolo del PCI. Il PDS con la quercia sembrava solo un accattivante marchio pubblicitario, una cosa senza storia, senza passato, nè futuro.

Potete sfogliare tutto il vocabolario, non troverete mai un nome bello come “comunista”, disse Alessandro Natta. Ed io ero d’accordo con lui. Ma il PCI del suo successore non era altrettanto bello e forse quel nome non meritava più di portarlo. Magari il cambiamento fu un bene, proprio per preservare la nobilità storica dei comunisti italiani alla memoria dei posteri, ma intanto somigliava ad un’abiura dagli effetti molto disgreganti.

Nostalgia del comunismo

falce e martello

Talvolta, il mio umore partecipa alla nostalgia del comunismo: dell’Urss, dei paesi socialisti, del PCI, dell’ideale comunista come orizzonte storico, come identità che dava dignità. Una nostalgia che si può capire.

L’Urss e i paesi socialisti, un’area grande quanto un terzo del mondo, realizzarono un po’ di uguaglianza e di giustizia sociale: un sistema di assistenza decente, in cui si era istruiti e curati, dove quasi non esisteva disoccupazione; un livello di benessere austero e proporzionato alle dignitose esigenze umane, inferiore al consumismo occidentale, ma superiore alla miseria dei paesi poveri. Un benessere estensibile a tutto il mondo, che diede impulso allo stesso Welfare state. Inoltre, l’Urss e i paesi socialisti furono un elemento di ordine e di equilibrio internazionale, un contrappeso agli Stati Uniti e al blocco occidentale. Un equilibrio che forse avrebbe evitato le guerre dei balcani, le guerre del golfo, il terrorismo, e magari pure la crisi del debito.

Il partito comunista italiano faceva parte (solo in parte) di quel blocco. Era anche un partito nazionale. Era il partito dell’antifascismo. Era il partito della classe operaia. Il partito che teneva insieme la rivoluzione e il riformismo, la lotta e la cultura di governo, che esercitava egemonia dall’opposizione, l’alleato istituzionale dei movimenti sociali, egli stesso un movimento sociale fatto di sezioni, case del popolo, associazioni collaterali, gran parte del movimento sindacale, un paese nel paese. Un partito che aveva leader prestigiosi e autorevoli, se non mitici, da Gramsci a Berlinguer.

Certo, per vedere le cose in questo modo, bisogna farne fuori un bel pezzo ed avere uno sguardo statico. Ma quel che ho visto e appena raccontato fu abbastanza vero; pur se in declino esisteva ancora trenta, quaranta anni fa e giustifica oggi molta nostalgia. Mi si può credere se dico di essere nostalgico per questi motivi. Tanti altri lo sono come me. Tuttavia, mi capita di provare un po’ di nostalgia persino quando per caso vedo una foto di Bettino Craxi, il segretario del PSI, il leader più anticomunista degli anni ’80.

Il fatto è che negli anni ’80 avevo vent’anni e a cinquant’anni è facile avere nostalgia di quando ne avevi venti.

Bertinotti liberal marxista per l’autonomia della politica

Bertinotti a TodiFausto Bertinotti è rappresentato dai giornali di destra come un comunista pentito: ammette il fallimento del comunismo e riconosce il primato del liberalismo. Simpatizzanti di sinistra linkano la notizia su FB e lo accusano di tradimento e opportunismo o gli danno del ritardatario e gli rinfacciano la caduta del governo Prodi.

Accuse inverosimili. Bertinotti ritirato dalla politica attiva nel 2008, ha 74 anni, è ormai oltre le dinamiche della carriera politica. Denigrare Bertinotti a sinistra, in difesa dei gloriosi simboli, è controproducente, perchè lo stesso Bertinotti è un simbolo come ultimo leader di rilievo del comunismo italiano e del tentativo di rifondarlo. Ascoltando tutta l’intervista al Festival di Todi e non solo gli estratti di Franco Bechis (Libero), si capisce che l’orientamento politico bertinottiano è immutato. Con qualche eccessiva concessione simbolica al suo interlocutore radicale.

L’Europa è ademocratica. Conta chi governa, non per cosa si governa. Destra e sinistra sono inesistenti: una volta al governo fanno la stessa politica ragionieristica dettata dalla troika europea. Succede anche nei paesi dove sono già soddisfatte le aspettative di governabilità dei nostri riformatori istituzionali. La reazione è il populismo e una nuova dialettica basso vs alto. In Europa la politica non è più un confronto tra progetti di società. Negli anni ’60 si riformava la scuola per dare l’istruzione ai figli degli operai, oggi si riforma la scuola per fare quadrare i conti e smaltire i precari. Questa Europa sanziona il deficit, ma non sanziona la disoccupazione e così dice quali sono i valori della sua civiltà: merce, concorrenza, competitività. Mentre la dignità della persona rimane un optional. Una civiltà si giudica dall’accessibilità dei diritti. Come spiegava Federico Caffé, economista riformista, il diritto al lavoro significa che lo stato è occupatore in ultima istanza. Keynes spiegava che invece di avere un disoccupato era meglio far scavare le buche e farle riempire il giorno dopo. Il sindacato è diventato un pezzo dello stato sociale. Ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, per farsi riconoscere come interlocutore istituzionale. Nel 1975, i salari italiani erano i più alti d’Europa, oggi sono i più bassi. Questo è il bilancio della concertazione. Così i lavoratori non riconoscono più il sindacato e alla fine non lo riconosce più neanche Palazzo Chigi.

Nel nuovo scenario del capitalismo finanziario globale, per Fausto Bertinotti, le culture storiche sono tutte sconfitte e devono perciò tornare a dialogare e a mescolarsi per riguadagnare l’autonomia della politica, in modo che la politica torni ad essere un potere che si misura con gli altri poteri. Qui però Bertinotti dichiara che la sua storia è stata più sconfitta delle altre, mentre la cultura liberale che ha sempre difeso i diritti dell’individuo, da tutto, dal potere economico, dallo stato, è più attrezzata per far ripartire un processo di liberazione. Invece l’altra grande tradizione, quella marxista, ha ritenuto che i diritti dell’individuo fossero comprimibili, che si potesse mettere la mordacchia al dissenso, se questo era utile alla causa. Nel dopoguerra tutta l’intellettualità europea era comunista e taceva sull’Urss, pur sapendo quello che vi capitava, per non togliere il mito alla classe operaia. Per esempio, Jean Paul Sartre.

Proletari di tutti i paesi uniteviDichiarazioni che conquistano l’attenzione mediatica e fanno arrabbiare i simpatizzanti. Per spiegarle, si possono fare ipotesi e illazioni. Strategia di comunicazione per non passare inosservato. Eccesso di galanteria nei confronti dei radicali. Volontà di mitigare la propria sconfitta politica nella più grande sconfitta storica del comunismo.

Tuttavia, le dichiarazioni ideologiche di Fausto Bertinotti sono condivisibili? Secondo me, così formulate no. Sono dichiarazioni che mettono a confronto liberalismo ideale e comunismo reale. Il primo valorizzato sul piano teorico, il secondo criticato sul piano storico. Danno l’impressione che la negazione dei diritti individuali e del dissenso sia un tratto costitutivo del marxismo. Viceversa che il liberalismo abbia difeso l’individuo da tutti i poteri, addirittura dal potere economico, come se il liberalismo fosse stato capace di andare oltre l’individuo astratto. Nel liberalismo elogiato da Bertinotti c’è molta proiezione marxista.

In origine, Karl Marx era un liberale, favorevole ai diritti civili e ai diritti politici, ad un certo punto della evoluzione del suo pensiero, ha ritenuto che tali diritti non costituissero una condizione sufficiente per la liberazione umana. Il borghese e il proletario anche se uguali di fronte alla legge dello stato, rimanevano profondamente diseguali nella società fondata sul modo di produzione capitalistico. Cosi il socialismo era il completamento del liberalismo, non la negazione. Il mescolamento era all’origine del marxismo, perchè il marxismo nasce salendo sulle spalle dei liberali. Nella stessa vicenda italiana, Palmiro Togliatti forma il gruppo dirigente del Partito Nuovo del dopoguerra, reclutando i rampolli delle più importanti famiglie liberali.

Il silenzio dell’intellettualità europea sull’Urss non era assediato dalla denuncia. Prima della guerra fredda, pure i liberali e gli Stati Uniti tacevano su quanto accadeva in Urss, durante i processi staliniani. Mentre la pianificazione sovietica era oggetto di studio e di emulazione. Non era complicità, era il prodotto di una valutazione su un paese considerato ancora arretrato e in transizione: non era tanto il comunismo, quanto la tradizione russa. Se negli anni ’80, abbiamo visto nell’Urss un sistema marcio, all’epoca era visto come un sistema acerbo. La principale risorsa contro il nazifascismo del presente. Che prometteva il futuro. Ed era questa promessa ad essere valorizzata, più che il fine giustificato dai mezzi. Ma già nel dopoguerra era solo questione di tempo. Venne il 1956.

Rosa-LuxemburgMarxismo e liberalismo sono state culture plurali. Se nel marxismo tanta parte ha avuto lo stalinismo, nel liberalismo tanta parte ha avuto il liberismo. Paolo Ferrero replica che lo stalinismo è stato la negazione del comunismo. Ha ragione, finché il ragionamento non diventa rimozione. C’è da chiedersi come il giudizio di insufficienza della libertà politica sia diventato un giudizio di irrilevanza in tanta parte del movimento comunista C’è da riconoscere che, parafrasando Rossana Rossanda a proposito delle Brigate rosse, anche lo stalinismo fa parte del nostro album di famiglia. Tuttavia, anche il liberalismo ha il suo album di famiglia. Fin troppo facile citare il colonialismo, l’imperialismo, l’appoggio ai fascismi, il maccartismo, i colpi di stato e le dittature militari sostenute in nome dell’anticomunismo, il Cile di Pinochet come laboratorio politico del liberismo. E non è solo storia del passato. Sarebbe imbarazzante spiegare ai detenuti di Guantanamo che per la cultura liberale i diritti dell’individuo sono incomprimibili. Le stesse tecnocrazie dell’Europa ademocratica a quale album di famiglia apparterrebbero? Se il liberalismo ha le risorse per sottoporre a critica dal suo punto di vista la propria storia, anche il marxismo, che in parte è già mescolanza di liberalismo e socialismo, possiede le sue risorse. L’embrione del futuro sistema sovietico, il partito bolscevico teorizzato nel Che fare di Lenin, fu infatti radicalmente criticato da Rosa Luxemburg e da Leone Trockij, proprio dal punto di vista della democrazia e della libertà. E Lenin era revisionista rispetto a Marx. Se un dirigente innominato (da Bertinotti) dice che la rivoluzione è verità, Gramsci dice che la verità è rivoluzionaria. Perchè dare maggior valore identitario alle deviazioni illiberali?

Il fallimento del comunismo è una tema evergreen. L’esercizio di una sepoltura permanente. Perchè, come scriveva Norberto Bobbio nel 1991, la sua fine non significa la fine dei problemi a cui egli ha tentato di dare una risposta. Peraltro il suo fallimento continua ad essere misurato sullo stesso terreno che gli è stato esiziale. Quello del farsi potere statuale ed identificarsi con tale potere. Il comunismo fallisce con l’ammainamento della bandiera rossa sul Cremlino. E Fausto Bertinotti parla della sconfitta del comunismo da quando perde la rappresentanza parlamentare. Se la presa del Palazzo d’Inverno, la presa del potere, non era la sua realizzazione, perchè la perdita del potere dovrebbe essere il suo fallimento? Semmai una opportunità.

Oggi, il marxismo è un pensiero dissociato da stati e movimenti politici rilevanti. Che mantiene una sua attualità almeno in ordine a quattro punti. 1) La transitorietà del capitalismo: è solo una fase dello sviluppo storico, un sistema che non c’era e non ci sarà, non un sistema naturale e permanente. 2) L’instabilità del capitalismo: sviluppa contraddizioni, crisi, che richiedono una trasformazione di base. 3) L’avversione alla povertà e alle diseguaglianze all’ingiustizia sociale. 4) L’utopia, la fiducia, che in qualche modo sia possibile una società futura migliore. (cfr. Eric Hobsbawm 2011)

Francia Ghigliottina e testa di Olympe de GougesDunque, marxismo autosufficiente? No, gli manca qualcosa, forse molto, ma non è dai liberali che può ricevere nuova linfa, quella già la possiede fin dalle origini e l’ha più volte riacquisita strada facendo. Il tema della coniugazione tra eguaglianza e libertà è il tema in cui sono cresciute tutte le generazioni comuniste tuttora contemporanee. E’ il tema della Rifondazione, dell’Eurocomunismo, del Partito Nuovo e della democrazia progressiva.

Tra i ritorni alle origini per rivisitare le grandi culture, le grandi visioni del mondo, c’è un’altra possibilità. Si insiste nel ricercare, rivisitare e rielaborare entro i tre soli lati di un triangolo, cristianesimo, liberalismo, socialismo, immaginando che se uno non va bene, allora va bene l’altro, o una sintesi dei due, o una sintesi dei tre. Ma c’è un altro importante pensiero, che non ha mai fatto insurrezioni, non ha mai vinto le elezioni, eppure ha cambiato il mondo. Marx pose al liberalismo astratto il tema materiale della diseguaglianza e della differenza sociale. Prima di lui Olympe de Gouges pose il tema della diseguaglianza e della differenza tra i sessi. Alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, rispose con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Tra i vinti giusti che possono risorgere, non ci sono solo vecchi patriarchi.

Riferimenti:
[>] I vinti giusti: un certo sguardo sul futuro | Alessio Falconio intervista Fausto Bertinotti
[>] Intervista a Paolo Ferrero sulle dichiarazioni rese a Todi da Fausto Bertinotti sul comunismo
[>] La svolta di Bertinotti “Sono anche liberale e il Papa è un profeta” | Repubblica 05.09.2014
[>] Marxisti e liberali di tutto il mondo mescolatevi | Cronache del Garantista 24.09.2014

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[>] Moretti, Bertinotti e la caduta di Prodi