La storia vivente di Lina Scalzo

Franca Fortunato intervista Lina ScalzoSai chi è Lina Scalzo? è un breve libro intervista in formato digitale, scaricabile gratuitamente dal sito della Libreria delle donne, che narra di una donna e dei suoi cambiamenti di vita dovuti alla pratica femminista. L’intervistatrice Franca Fortunato e l’intervistata Lina Scalzo sono due donne legate da una lunga relazione, prima nei luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL), poi nel femminismo della differenza.

Franca ruppe con la madre, che la voleva insegnante, per poter fare la sindacalista. Solo dopo aver letto, L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, recuperò il rapporto con lei e si dedicò all’insegnamento. Lina Scalzo invece non ruppe con la madre, nonostante le impedisse di diventare infermiera: riuscì a trovare nell’assistenza alle handicappate e alle anziane un lavoro equivalente.

Lavorò sotto la direzione di Maria Innocenza Macrina, fondatrice della Fondazione Betania, a Gasperina e a Catanzaro, una donna energica e determinata, capace di mantenere le sue assistite, raccogliendo cibo e vestiti nei paesi vicini. La sua memoria e quella delle sue collaboratrici fu cancellata da un parroco di Catanzaro, che titolerà l’istituto al suo collega di Gasperina.

Nella sua relazione con Franca e con le donne dell’Opera, Lina impara a riconoscere la soggettività delle assistite, prima viste solo come malate, senza comprendere le donne che erano state: protagoniste e padrone nella loro vita familiare. Nell’assistere le handicappate che potevano assorbire ogni energia, Lina impara a farsi forza con le altre assistenti; nell’assistere le anziane, impara che potevano esserle maestre, come Caterina Rippa, che le insegna il rispetto dell’essere umano, del suo pudore, dei suoi affetti personali. E della differenza tra uomo e donna.

Un’astratta legge sulla parità nel 1977 impose all’istituto di avere anche operatori e ricoverati maschi. Dal reparto misto fu escluso il lavoro delle handicappate. Lina, lì trasferita, riuscì ad ottenere di portarsene alcune con sé come collaboratrici. Gli operatori maschi facevano quel mestiere, per bisogno, senza una cultura del lavoro di cura, indisponibili ad essere istruiti e diretti dalle donne. I ricoverati maschi erano prevaricanti anche sessualmente. Lina cercò di istruire gli operatori a impedire le molestie e le donne a rifiutarle; ebbe un conflitto con una sua collaboratrice, Concetta, che aveva con gli uomini un rapporto di maternage. Per le antipatie suscitate dal suo stare dalla parte delle donne, Lina volle essere trasferita e lo fu nella comunità Teodora, una casa famiglia di sole donne anziane, dove fece l’esperienza di ricostruire la storia delle donne venute lì, dal punto in cui la loro vita si era spezzata. Per molte, si era trattato di una violenza subita da familiari o parenti.

Da pensionata, Lina non vuole rompere il rapporto con le donne con cui ha lavorato, ma è contenta di non fare più quel lavoro, disumanizzato da un efficientismo che sacrifica le relazioni.


Sai chi è Lina Scalzo? è insieme un libro intervista di carattere biografico e un libro di storia, secondo la pratica della comunità di storia vivente, presso la Libreria delle donne di Milano: le vicende personali e professionali della donna intervistata rievocano l’ambiente e il contesto storico in cui si svolgono: la Calabria tra gli anni ’60 e ’80.

Il passaggio delle due donne dai luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL) al femminismo della differenza, testimonia la rottura operata negli anni ’60 dalle donne che si sono sottratte alle gerarchie e alle forme della politica maschile riprodotte nel movimento operaio e studentesco del ’68, anticapitalisti e antiautoritari, ma comunque patriarcali.

La fondazione dell’Opera Betania per l’assistenza alle donne anziane e handicappate, mostra come nell’Italia del dopoguerra, specie nel sud, molta parte del Welfare fosse costruita e garantita dalla chiesa cattolica, in particolare dalle donne cattoliche. La cancellazione della fondatrice e direttrice, Maria Innocenza Macrina dalla titolazione e dai documenti dell’Istituto, è un esempio dell’obliterazione storica dell’esistenza del protagonismo femminile.

L’istituzione di un reparto misto, dopo il 1977, fa vedere la risposta emancipazionista e paritaria del legislatore e delle istituzioni alle istanze del movimento delle donne, una risposta che annulla le differenze ed omologa le donne agli uomini, fino ad esporre le donne al sacrificio del pudore ed al rischio di subire violenze e molestie.

Infine, il pensionamento “contento” della protagonista dice del prevalere, a partire dalla politica di privatizzazioni degli anni ’90, dell’aziendalismo nella gestione di strutture sanitarie e assistenziali, a scapito delle relazioni umane.

Rosy Bindi e la misoginia imperante a destra e a sinistra

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La misoginia ce l’aspettiamo dagli uomini di destra e ci «sorprende» negli uomini di sinistra. Tante volte, intellettuali, giornalisti, politici di area progressista messi di fronte ad una donna che delude le loro aspettative, che vogliono criticare, che considerano un’avversaria, si mostrano incapaci di trovare toni, parole e significati diversi da quelle dei loro colleghi conservatori e reazionari. Questo articolo di Franca Fortunato, pubblicato sul Quotidiano del sud, ne mostra un chiaro esempio nelle polemiche di scrittori e politici di sinistra contro Rosy Bindi, rea di aver applicato il codice etico della commissione antimafia e aver inserito il candidato PD Vincenzo De Luca nella lista degli imprensentabili.

Rosy Bindi, la misoginia e il sessismo imperanti
di Franca Fortunato
Il Quotidiano del Sud, 6 giugno 2015

Chi si era illuso che passato Berlusconi sarebbe passato anche il berlusconismo, con il suo sessismo e la sua misoginia, si deve ricredere. Lo dico alla luce di alcuni commenti, in particolare in Calabria, seguiti alla vicenda che riguarda Rosy Bindi e la Commissione nazionale antimafia. La vicenda è nota. La Bindi, non a titolo personale, ma a nome della Commissione che presiede, tra i candidati “impresentabili” – tutti uomini – ha “osato” inserire il nome del neoeletto presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Al di là della polemica politica, che come sempre cerca di spostare il problema dalla causa all’effetto, come dimostra anche la denuncia di De Luca contro Bindi, quello che questa vicenda ha messo in luce è, ancora una volta, il sessismo e la misoginia maschile, elevati a dignità di “giudizio politico”.

Lo abbiamo visto fare anche nei confronti di Maria Carmela Lanzetta quando ha ritirato la sua disponibilità ad entrare nella Giunta regionale del Presidente Oliverio, dimettendosi da ministra. Allora, come adesso, c’è chi ha cercato di delegittimare e offendere in modo volgare non tanto la politica quanto la donna. Allora espressi la mia solidarietà a Maria Carmela, oggi lo faccio nei confronti di Rosy Bindi. Questo non vuol dire che le scelte politiche di una donna, se si ritiene siano sbagliate, non vadano criticate – anch’io l’ho fatto su questo giornale proprio nei confronti di Rosy Bindi quando nella sua venuta in Calabria ha chiesto spiegazioni a Maria Carmela per alcune affermazioni rilasciate in un’intervista al Corriere della Sera, convocandola a Roma. Non mi stancherò mai di dire, però, che una cosa è criticare, un’altra è insultare e, guarda caso – Berlusconi docet – quando si tratta di una donna lo si fa ridicolizzando il suo aspetto fisico. La volgarità e l’insulto non sono critica. C’è stato chi, come lo scrittore antimafia Mimmo Gangemi, per difendere l’“impresentabile” De Luca e l’eterna “identità” meridionale, sulla sua pagina facebook, nello stesso giorno in cui si votava, ha riesumato – o forse è meglio dire in continuità con Berlusconi – un linguaggio intriso di sessismo, volgarità e misoginia. «La Bindi? Una zitella che s’è presa d’acidità. Lei e parte della “Giustizia” stanno falsando tutto, realizzando una sorta di regime, alimentando il pregiudizio su certe aree d’Italia, ci coprono di arroganza, calpestano il principio fondamentale di presunzione di innocenza. Facile immaginare innumerevoli abusi d’ufficio di cui ci si macchia in Procura, già bastano le regolari fughe di notizie riservate, ci si macchia ovunque di questo reato, spesso per ignoranza. La Bindi, davvero, “più bella che democratica e coscienziosa”, la abbiamo eletta noi scemi di Calabria – non la voleva nessuno in Italia, gli scarti schifati da tutti li affibbiano sempre a noi, che ce lo teniamo questo scorfano. Il risultato? Ci sputa addosso di continuo il suo disprezzo e la sua vita sprecata e irrancidita, il suo rancoroso livore di zitella».

Credo di non dover fare alcun commento. Voglio solo ricordare il battibecco tra Berlusconi e Rosy Bindi nel corso della trasmissione Porta a Porta nel 2009, per dire come il sessismo e la misoginia – come la violenza maschile sulle donne – non hanno confini né geografici né politici, ma ci parlano solo della miseria simbolica maschile nel rapporto con una donna. La trasmissione di Vespa verteva sulla bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta. Berlusconi, che intervenne telefonicamente, era infuriato con il presidente Napolitano perché «aveva garantito con la sua firma che questa legge sarebbe stata approvata» e «data la sua notoria influenza sui giudici di sinistra, bastava che il capo dello Stato intervenisse […] sui componenti della Corte e ci sarebbe stato un voto favorevole». Al che Bindi, che era in studio, rispose: «Queste sono affermazioni gravissime». Spazientito, l’ex-cavaliere esplose in un «Sento parlare la signora Rosy Bindi. È sempre più bella che intelligente». «Presidente – gli rispose Bindi – io non sono una donna che a sua disposizione». Castelli, che era anche lui in studio, per non essere di meno, aggiunse: «Ma perché parli sempre, zitella petulante?».

Complimenti a tutti. Il post di Gangemi, dopo essere stato apprezzato dai molti che hanno cliccato Mi Piace, qualche giorno dopo l’autore lo ha rimosso per inserirne un altro con l’avvertimento di aver tolto gli “attacchi personali”. Attacchi personali? No, c’era molto di più in quel post. Chi l’ha scritto e chi ha cliccato Mi Piace dovrebbero solo vergognarsi e chiedere scusa alla Bindi e a tutte le donne della Calabria.