Se votare Macron al ballottaggio

Jean Luc MélenchonSono abbastanza d’accordo con l’analisi di Emiliano Brancaccio: il meno peggio (liberal-liberista) alimenta il peggio (fascista). Una politica che aumenta la competitività, accresce i profitti e riduce i debiti è una politica che allarga la forbice delle diseguaglianze, impoverisce il ceto medio e i ceti più deboli. Di conseguenza, questi ceti cercano un’alternativa al liberal-liberismo e si rivolgono ai partiti di estrema destra.

In verità, questi ceti si rivolgono anche ai partiti di estrema sinistra, come dimostrano le vittorie o le buone affermazioni elettorali di Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, France insoumise in Francia o l’emergere di leader come Bernie Sanders tra i democratici Usa o Jeremy Corbyn tra i laburisti britannici. In Italia, ancora non succede, la sinistra resta debole e frammentata, il suo spazio è assorbito dal M5S, un movimento populista ambidestro. Forse, la situazione italiana è il retaggio delle passate corresponsabilità di Rifondazione comunista con i governi di centrosinistra.

Si può capire allora che Melenchon in Francia, non voglia omologarsi ad un fronte nazionale contro il Front National. Se accadesse verrebbe meno un vero ed efficace argine al fascismo. Perciò, l’aggressività di liberali e socialdemocratici nel pretendere l’applicazione automatica della logica del ballottaggio da parte degli elettori di sinistra risulta irritante e controproducente, come spesso capita quando persone che si presumono razionali si mettono a sgridare una presunta irrazionalità. Peraltro, nell’ipotesi di un ballottaggio tra Melenchon e Le Pen lo stesso comportamento dei liberali sarebbe incerto.

Meglio la scelta di Melenchon di affidarsi all’intelligenza dei propri elettori, senza imperativi frontisti o equidistanti: chiede loro se astenersi o votare Macron; una consultazione che esclude il voto a Le Pen e dunque segna una differenza. Egli dichiara che andrà a votare e che non voterà mai per il Front National. In questo senso, sono in disaccordo con la conclusione che Brancaccio fa discendere dalla sua analisi: quella di distinguersi con una esplicita indicazione di astensione, una indicazione troppo prossima alla logica del tanto peggio tanto meglio, poiché non si capisce in che modo astenersi costituirebbe un miglior argine al peggio tra le due opzioni possibili.

Io, alla consultazione di Melenchon, opterei per il voto a Macron, senza suonare grancasse, senza farne una bandiera, non per sostenere una politica, ma per scegliere il governo a cui fare opposizione, dato che il mio candidato al ballottaggio, per pochi voti, non c’è, ma potrà esserci in futuro, perché non è scritto da nessuna parte che l’alternativa al liberismo non possa essere di sinistra. Una sinistra che non si confonde con i liberisti e tiene ferma la discriminante antifascista.

Sulle presidenziali francesi 2017

Risultati presidenziali francesi 2017

Al primo turno delle presidenziali francesi avrei votato per Hamon (socialista), o per Melenchon, (sinistra radicale), perché io sono di sinistra ed è nella logica del doppio turno, che al primo si voti il candidato più vicino e al secondo, eventualmente, il candidato meno lontano. Così al secondo turno voterei Macron, perché il liberalismo mi è sempre meno lontano del fascismo. Tuttavia, il liberalismo non garantisce uno sviluppo indefinito, uno sviluppo per tutti e, nelle fasi di crisi, non sa proteggere il ceto medio e i ceti più poveri. Di conseguenza questi ceti cercano riparo presso forze non tradizionali ed anche illiberali. Marine Le Pen non ha primeggiato e rimarrà isolata. Dunque, probabilmente perderà, ma la sua pronosticata sconfitta avverrà comunque in una traiettoria ascendente. Nel 2002, l’accesso al ballottaggio del Front National fu una sorpresa, nel 2017 è un dato previsto, che può stabilizzarsi nel quadro politico francese.

Macron, oggi pare un argine e una possibile alternativa: giovane, non compromesso con i governi precedenti ed i partiti tradizionali, anche se è stato iscritto al PS e per breve tempo ministro sotto Hollande. Il suo programma, tuttavia, rimane nel solco della tradizione neoliberale: vuole tagliare la spesa pubblica, abbassare le tasse, ridurre il pubblico impiego, approvare gli accordi commerciali internazionali, liberalizzare il mercato del lavoro, attenuare la legge sulle 35 ore di lavoro settimanali. Su alcuni punti del programma sociale, il Front National, lo scavalca paradossalmente a sinistra. Marine Le Pen vuole mantenere le 35 ore, abbassare l’età pensionabile a 60 anni, aumentare le tutele per i lavoratori francesi. Macron propone di accelerare l’integrazione europea ed è più aperto nell’accoglienza ai migranti: è favorevole allo ius soli, ma concede alla sua avversaria di voler rafforzare i controlli alle frontiere e accorciare i tempi degli esami per le richieste di asilo. Insomma, un confronto tra un europeismo neoliberale e un protezionismo nazionalista, con il primo che, dalla posizione di un governo minoritario nel paese, alimenta il secondo.

Dato il suo essere vincente, Macron suggestiona buona parte dei democratici italiani. Matteo Renzi, ne ha già imitato il motto En marché (In cammino). Renzi, in effetti, è giovane, ma ormai usurato come leader del PD e presidente del consiglio, per giunta sconfitto nel referendum costituzionale. Macron è un consigliere economico competente svincolato dalle appartenenze, una novità in Francia. In Italia, tecnici indipendenti legati al mondo della finanza, ne abbiamo già avuti, fin dal 1993. Così, un Macron ex novo, non ce l’abbiamo. Anche se lo avessimo, il suo risultato francese sarebbe insufficiente in Italia. Qui, con otto milioni e mezzo di voti e il 24%, non si arriva primi e se ci si arriva bisogna comunque allearsi con altri; una possibilità disponibile anche per gli avversari. In Italia, non c’è un pericolo isolato all’estrema destra, espressione della provincia rurale, c’è il M5S, un movimento ibrido tra Le Pen e Melenchon, capace di vincere in grandi città come Roma e Torino, proprio con un sistema a doppio turno.

Se ai nostri liberali manca un Macron, a sinistra non abbiamo un Melenchon. O un Iglesias, uno Tsipras, un Sanders, un Courbyn, una personalità in grado di superare la frammentazione patologica di tutto quel che esiste alla sinistra del PD. Melenchon ha ottenuto un ottimo risultato, ridimensionato solo dal fatto di essere stato preceduto da pronostici troppo favorevoli fino ad essere dato come possibile candidato al ballottaggio: non aver raggiunto quell’obiettivo adesso sembra una sconfitta. Ma, se Le Pen ha mancato il primato è anche merito suo e solo poco tempo fa, una sinistra radicale prossima al 20% in Francia era inimmaginabile. Oggi con Hamon, candidato di sinistra del PS, farebbe il 26%. Questo può essere se non il modello, la speranza: riuscire a realizzare tra breve, quel che adesso sembra impossibile.

Riferimenti:
[>] Elezioni presidenziali in Francia del 2017 (Wikipedia)
[>] Due idee diverse di Francia (Il Post, 24.04.2018)
[>] Macron e Le Pen andranno al ballottaggio (Il Post, 24.04.2018)

Relativismo e senso della relatività

Velo-Burkini-La lotteria della indecenza

Paragoni tra il burkini e altre cose

Luca Sofri ha criticato i “come se” relativi al burkini, perché «non è mai “come se”. Per un tratto che è comune ai casi paragonati ce ne sono altri cinque, dieci, cento, diversi».

L’osservazione è corretta. Bisogna però vedere quali tratti e quali no rientrano tra i criteri del divieto francese all’origine della discussione. Esso proibisce di ostentare simboli religiosi e di sottomissione della donna, perché violano i valori di laicità, secolarizzazione, uguaglianza tra i sessi. Con un divieto così motivato, tutto ciò che si può ritenere ostentazione pubblica di religiosità o di sessismo può essere vietato. Anche la tonaca della suora, come pare confermi il vicesindaco di Nizza; poi, in merito, sono d’accordo con quanto scrive la professoressa Alessandra Smerilli e con tutto il suo articolo.

Il direttore del Post prova a proporre dei “come se” che mostrino la plausibilità del divieto e cita il nudismo e la cintura di castità. Entrambi possono risultare intollerabili per la nostra morale. Tuttavia, i divieti dettati solo dalla morale sono discutibili, mentre possono essere condivisibili quelli dettati dalla tutela igienico-sanitaria. Non vogliamo sederci nudi dove molti altri si sono seduti nudi; possiamo intuire la pericolosità di rivestire o addirittura imprigionare le parti intime con materiali metallici, anche se non mi pare ciò sia oggetto di normativa. Una signora, per liberarsi, ha dovuto chiamare i vigili del fuoco.

Luciano Casolari cita un altro “come se”: la svastica o la bandiera dell’Isis. Sono simboli politici inequivocabili. Un vestito può avere un significato politico (per esempio, le camicie nere, verdi, rosse), ma anche no.

Il rispetto e il sospetto per le religioni

Sofri aggiunge che non bisogna abusare del rispetto delle religioni: «Una violenza domestica, in qualunque forma, è una violenza domestica che sia predicata da una religione o no». Sono d’accordo. Con un’aggiunta ulteriore: non bisogna abusare del sospetto antireligioso. Se un musulmano spara alla sorella, perché indossa la minigonna, bisogna perseguirlo senza considerare la sua cultura un’attenuante, come quando lo fa un fratello italiano. Casi sempre troppo numerosi di violenza maschile volti a limitare od annullare la libertà delle donne esistono tra i musulmani, tra i cattolici, tra i laici. Vanno contrastati allo stesso modo, senza farsi frenare da benevoli pregiudizi culturali per gli «altri» e da benevoli pregiudizi psichiatrici per i «nostri».

Quello che non si può accettare è che le mogli, le sorelle, le figlie musulmane siano considerate a priori delle prigioniere, bisognose di una tutela preventiva fatta di obblighi opposti a quelli attribuiti ai loro padri, fratelli, mariti, con il rischio di violare la loro libertà individuale o di metterle tra l’incudine e il martello. Tuttavia, a volerle considerare prigioniere, c’è da immaginare che le donne musulmane siano obbligate, non solo ad indossare il velo, ma anche a non svolgere lavori retribuiti, a svolgere i lavori domestici, a cucinare e a servire in tavola, ad accudire i bambini, ad assistere il marito e gli anziani, a fare sesso. Perché preoccuparsi così tanto e prima di tutto del velo?

C’è uno scarto grande tra la commiserazione apocalittica della condizione delle donne musulmane, viste in balia di uomini violenti e feroci e la modestia di provvedimenti come il divieto del velo. Ecco, un altro “come se”. È come se affermassimo che le prostitute sono schiavizzate, abusate, violentate e uccise e da questa affermazione ne ricavassimo che, allora, alle prostitute va proibito di indossare la minigonna in strada, perché di certo sono costrette ad indossarla. Un provvedimento simile, in effetti, è stato pensato dai sindaci di tre comuni marchigiani e, temo, da altri loro colleghi.

Relativismo, relatività, reciprocità

Io non mi riconosco nel relativismo culturale (ogni cosa è giustificata nel contesto della sua cultura) e neppure nel multiculturalismo (coesistenza di comunità chiuse e separate); sono favorevole all’integrazione (mescolamento delle persone nel rispetto dei principi costituzionali); cerco, tuttavia, di avere il senso della relatività (e della reciprocità) per provare a temperare la mia parzialità. A volte mi riesce. Che il rifiuto della violenza abbia valore universale oppure no, lo affermo e lo rivendico contro qualsiasi cultura.

Allo stesso tempo, provo a vedere nelle altre culture ciò che è presente anche nella mia, per esempio proprio la violenza, il sessismo, il conformismo, l’etnocentrismo, per evitare di essere indulgente, garantista, razionale quando questi aspetti negativi riguardano «noi» e fustigatore, giustizialista, irrazionale quando riguardano gli «altri». Considero che pure gli «altri» possano avere uno sguardo molto severo su questi aspetti quando riguardano «noi». Cosa ne pensa il resto del mondo della «nostra» prostituzione, pornografia, pedofilia, mercificazione dei corpi femminili? Quando vogliamo togliere il velo alle donne, vogliamo emanciparle dalla sottomissione o metterle in mutande per il piacere dei «nostri» uomini? Come siamo interpretati? Per una donna musulmana, la donna occidentale è un modello di donna rispettata?

Provo a vedere differenze del tutto lecite: che altre genti, magari quelle che vivono da secoli in luoghi con più sole e più deserto, si coprano di più, abbiano un senso del pudore più forte, ed una spiritualità più intensa. Anche tra «noi» ci sono differenze e spesso perdiamo di vista quelle minoritarie o perdenti. Vi sono persone che provano imbarazzo nel mostrare il proprio corpo, perciò evitano spiagge e piscine e si sentono più a disagio nei mesi estivi. Un maggiore pluralismo nei costumi sarebbe più inclusivo, per tutti. Non siamo l’applicazione pratica di un libro. Le usanze esistono da prima dei libri. Alle usanze abbiamo dato e diamo significati diversi: devozione, appartenenza, status, conformismo, protesta, moda, eleganza, seduzione, preferenza: quella propria e quella di accontentare altri.

Le donne e i loro patriarchi

Esistono donne fedeli alla tradizione. Come pure esistono donne che vogliono bene ai loro padri, fratelli, mariti, anche quando questi uomini non sono meritevoli, e con essi vogliono rimanere in relazione, senza assumere la libertà come primo valore, o senza assumere determinati obiettivi di libertà come prioritari. Queste donne comunque trovano i modi di contrattare spazi di libertà e di potere e l’interferenza di una autorità «illuminista» può fargli danno. Sono cose che capitano tra noi, pure in situazioni molto diverse dalle relazioni affettive. Negli anni ’90, a sinistra, pensavamo alla riduzione dell’orario di lavoro. Avrebbe aumentato la libertà dei lavoratori e redistribuito l’occupazione. Un’idea ottima, molto razionale. Ma non fu appoggiata dal movimento sindacale e dai lavoratori; dicevano che doveva essere materia regolata nei contratti e non dalla legge. Essi non volevano lavorare di meno, anzi erano disposti a lavorare di più. La loro priorità era il salario, volevano aumenti salariali. Il capitalismo esiste anche con il sostegno dei lavoratori. I sindacati ed i partiti operai hanno ottenuto conquiste quando sono stati capaci di accordare i loro programmi agli obiettivi considerati prioritari dai lavoratori.

Così posso ammettere che le donne abbiano priorità (o desideri) differenti da quelle assegnate loro dalla mia idea di femminismo. Proprio tutte le donne. Possono esistere donne tradizionaliste che per propria volontà aderiscono ai precetti della propria religione, pure con un radicalismo superiore a quello degli uomini, come avviene nell’ebraismo ortodosso e nell’islam fondamentalista. Il patriarcato esiste da millenni. Con il sostegno, almeno parziale, delle donne. Può non piacere e può far rabbia (e a me ne fa tanta), ma le donne possono usare e usano la loro libertà anche per sottomettersi; per convergere con questa o quella istanza patriarcale; per schierarsi a supporto nelle guerre territoriali maschili, anche quando il territorio è lo stesso corpo della donne. Sono patriarchi gli uomini che ad oriente vogliono velare le donne. Sono patriarchi gli uomini che ad occidente vogliono svelarle; ben rappresentati da quei poliziotti di Nizza, che impongono ad una signora di svestirsi in spiaggia.

Il burkini incompatibile con i valori della repubblica per il governo francese, incompatibile con la sharia per i musulmani più conservatori. I costumi e le norme sui costumi, oltre il fotogramma che li fissa in un significato, hanno una traiettoria, si muovono verso una direzione. Per quanto sia sostenuto da alcuni laici e alcune femministe, l’editto francese contro le donne velate, recuperato dal repertorio colonialista, non è mosso dalla laicità (che nulla c’entra con l’esclusione della religione dallo spazio pubblico), né dal femminismo, né dall’illuminismo, ma dalla frustrazione di non aver saputo prevenire il terrorismo, dall’islamofobia e dalla volontà di competizione dei socialisti e dei gollisti con il fascismo del Front National.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

I «nostri» valori esclusivi

democrazia

In difesa dei nostri valori si proclama chi vuole la guerra e chi vuole la pace (o la politica). Chi vuole la guerra intende difendere i nostri valori da un nemico religioso o ideologico. Chi vuole la pace (o la politica) intende difendere i nostri valori anche dagli eccessi immunitari dei paladini che vogliono la guerra, perché la contrapposizione, l’intolleranza, la paura, l’uso reattivo della forza sono una minaccia per la libertà e la democrazia.

Questa differenza mostra che noi siamo divisi anche nei nostri valori, che noi non siamo un noi, come sistema di valori, abbiamo un rapporto diverso e controverso con i principi ufficiali che proclamiamo. Siamo vari ed eterogenei come lo è quell’altro mondo a cui una parte di noi si immagina contrapposta. Parliamo di Occidente e di mondo islamico, due entità più astratte che reali, se considerate nella loro effettiva disomogeneità.

Forse questo pensiero è inopportuno, perché divide e disorienta ancora di più, perché dobbiamo essere uniti, a me però fa vedere qualche fantasma in meno, mi fa sparire l’immagine di quelli che odiano i nostri valori, la nostra civiltà, intesa come civiltà della libertà e del benessere. Non ne capisco il senso, ogni essere umano aspira ad essere libero e a stare bene. Cosa ci può essere di odioso nel poter fare una vita dignitosa e nell’essere liberi di dire quello che si pensa senza rischiare di essere ucciso o finire in carcere?

Ci è andato vicino Alfio Marchini, che però è riuscito a dirlo molto male, a rappresentarsi l’invidia dei più scarsi e, giustamente, è finito nello stupidario dell’Espresso.  È l’odio degli esclusi, perché i nostri valori sono esclusivi e non una promessa di condivisione per tutti. Qui, può esserci un principio di risposta sul che fare, per prevenire la guerra e il terrore: essere disposti a condividere.

lanzichenecchi

Il terrorismo di matrice islamista che colpisce in Francia è letto da molta opinione pubblica, come un attacco dell’Islam o della sua parte più radicale contro i valori occidentali di democrazia, laicità, libertà di espressione. In tal modo, gli attentatori sono visti come l’avamposto violento ed estremo di una comunità ostile. Una presunta comunità islamica a cui viene chiesto di dissociarsi.

Io aderisco ad un’altra lettura. Quella che vede giovani francesi figli di immigrati dalle ex colonie, che si sentono esclusi dai valori occidentali e da un modello di benessere. Ritrovano un senso e una idea di riscatto nell’incontro con l’islamismo politico, le sue componenti più fanatiche, ed entrano in azione a modo loro in concomintanza con la ripresa dell’esposizione occidentale nella guerra in due paesi musulmani, l’Iraq e la Siria, e con l’efferata propaganda mediatica del nuovo sedicente califfato.

Il terrorismo di questi giovani fanatici può colpire in ogni luogo. La prevenzione che si affida alla chiusura e alla sicurezza ha efficacia limitata e costa libertà. Così, la vera minaccia per i nostri valori, non è data in primo luogo dall’islamismo violento, bensì dal modo di fronteggiarlo. Dalla contrapposizione identitaria, fatta di intolleranza e aggressività nei confronti dei musulmani in Europa; di atti discriminatori in contrasto all’immigrazione o verso persone ritenute sospette; di consenso all’interventismo militare in paesi musulmani.

Mentre una maggiore sicurezza può essere meglio garantita dalla coerenza con i proclamati valori occidentali. Una politica di integrazione in Europa e di superamento di ogni impostazione neocoloniale nei rapporti con i paesi del Medio Oriente.

I significati simbolici delle vittime

Torre Eiffel

Qualche anno fa è stato molto valorizzato il sentimento dell’empatia, la capacità di mettersi nei panni altrui. Più di recente, questo sentimento è stato sottoposto a critica, poiché tale capacità agirebbe solo nei confronti dei più prossimi a scapito dei più lontani.

Un riscontro di questo limite, lo abbiamo visto nelle ultime settimane. Siamo, giustamente, pieni di empatia per la Francia colpita dal terrorismo. Sentiamo il bisogno di scriverne, di esprimere condanna e solidarietà, di leggere, capire, analizzare, di esibire il tricolore francese. Ancora più forte diventa questo sentimento, quando riconosciamo le vittime e possiamo attribuirgli un nome e cognome, una biografia, un volto, un sorriso immortalato in una foto. Sentiamo il dolore dei loro cari, è il nostro dolore.

Erano persone civili, inermi, innocenti, non avevano fatto del male a nessuno, anzi di alcune siamo più che certi che facessero del bene, come la volontaria di Emergency, e comprendiamo quale valore è stato cancellato, quale perdita assurda abbiamo subito. Eppure erano persone civili, inermi e innocenti, anche i 224 passeggeri dell’aereo russo abbattuto sul Sinai ed erano tali le 43 vittime uccise nei due attentati di Beirut. Assassinate dallo stesso nemico: il fanatismo islamista di Daesh. Ma per loro non abbiamo sentito, non sentiamo la stessa partecipazione, lo stesso dolore, le abbiamo lasciate sullo sfondo di altre attenzioni.

E ancora meno ne sentiamo per le possibili vittime di Raqqa, la capitale di Daesh, città siriana di oltre 200 mila abitanti, da ieri bombardata dall’aviazione francese in risposta agli attentati di Parigi, che a loro volta erano in risposta ai precedenti bombardamenti francesi sulla Siria, etc. [Daesh dice alla BBC: sono stati colpiti solo luoghi deserti]

Spesso sentiamo domandare perché nei paesi arabi non c’è una reazione dei musulmani agli attentati terroristi in Occidente, perché non scendono in piazza per le nostre vittime, per tutelare la reputazione della loro religione sporcata dai fanatici terroristi. Succede, immagino, per lo stesso motivo per cui non scendiamo in piazza noi, ogni volta che le vittime del terrorismo islamista sono proprio loro, cioè la grande maggioranza delle volte. Per lo stesso motivo per cui siamo stati quasi indifferenti alle vittime russe e libanesi. L’empatia funziona per tutti allo stesso modo: bene da vicino, male da lontano.

vittime di terrorismo nel mondo

Attraverso questo mal funzionamento, cambia il nostro modo di simboleggiare gli esseri umani. Le vittime sono tradotte in simboli demonizzati, idealizzati, o lasciate senza significato, simboli: di satana, dell’occidente, della prostituzione, della corruzione; di tutta l’umanità o della miglior umanità, dei nostri valori; di estraneità, di nulla o effetti collaterali. Una traduzione simbolica che deumanizza o sovraumanizza, con tutte le gradazioni intermedie. Che fa velo al fatto che un essere umano è altro e molto più di un simbolo, che ci fa sentire incompresi dagli altri (perché non ci amano o addirittura ci odiano?), che non ci fa comprendere il dolore e la rabbia degli altri.

È vero, i crimini commessi a Parigi sono crimini contro tutta l’umanità, come lo sarebbero a Roma, come lo furono a New York nel 2001 e a Madrid nel 2004. Ma noi non siamo tutta l’umanità e non sappiamo vedere la stessa cosa quando i crimini sono commessi nelle altre città, sulle altre popolazioni del mondo. Come pure da quindici anni accade, e da prima ancora, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, in Israele e Palestina, in Kurdistan.

Parigi, crimine contro inermi e innocenti

occhio-tricolore-francese

Le vittime uccise o ferite a Parigi nella notte tra il 13 e il 14 novembre di nulla erano responsabili. Perciò, quello che è stato commesso contro di loro è un crimine da condannare sul piano morale senza remore ed ambiguità. Piena e totale solidarietà ai sopravvissuti, ai parenti, gli amici e a tutta la comunità colpita. Solidarietà in qualunque forma espressa, con i colori della Francia o solo con le proprie parole.

Anch’io vivo e mi muovo tra grandi città. Non ho paura, ma ogni tanto ci penso. Certo, non farei cambio con un siriano, un iracheno o un palestinese. Sono stato molto fortunato a nascere e vivere in questa parte del mondo, a godere della democrazia, della libertà, del benessere e della pace. Negli ultimi tempi, specie oggi, questa grande fortuna l’avverto a rischio e sono più consapevole di averla, perché vivo come eccezione inaccettabile, quello che per altri è quotidianità.

Tante volte ho detto e scritto parole di condanna, per l’uccisione di civili inermi e innocenti, fossero causati da terroristi o da bombardieri umanitari, perché non è un prezzo accettabile, per nessuna causa e perché le stesse leggi internazionali negano che in guerra tutto sia lecito. Il moderno diritto internazionale nel regolare la guerra ha la sua origine nel codice cavalleresco, che ammette come onorevole la fuga, la resa, vuole la tutela del prigioniero, e la difesa delle donne, dei bambini, degli anziani, di chi non è parte belligerante.

Dunque, la strage di Parigi, rivendicata da Daesh, è condannabile tanto sul piano morale, quanto sul piano della legittimità. Non c’è motivo di reazione che, su quei piani, la possa giustificare o fare comprendere. Rimane il piano politico. E anche questo mostra che tanti movimenti politici che agiscono in nome di popoli che vivono una situazione di oppressione, privazione, guerra, sono capaci di scegliere forme di lotta morali e legittime, dal Kurdistan all’America latina e nello stesso Medio Oriente.

Forse questi movimenti non possono vantare grandi risultati, ma questo al momento non lo possono fare neppure Daesh o Al Qaeda o le altre formazioni terroriste di ispirazione islamista, la cui azione ha nel complesso peggiorato, insieme ai rapporti tra occidente e mondo arabo musulmano, le condizioni di vita degli arabi musulmani o ne ha precluso la prospettiva di un miglioramento. Il fanatismo armato non può dare un futuro, così merita anche la condanna politica.