Risentimento garantista

proscioglimento

Succede che un personaggio pubblico, in genere un politico o un imprenditore, sia indagato, processato e assolto. Al momento della sua assoluzione, lui, i suoi amici e simpatizzanti lamentano l’ingiustizia delle accuse e la rinfacciano agli avversari, all’opinione pubblica, ai pubblici ministeri. È uno sfogo comprensibile, anche se non si comprende dove questa espressione di risentimento possa andare a parare, quando pretende di farsi discorso.

Non c’è modo di garantire l’apertura di una indagine e il rinvio a giudizio solo di indagati ed imputati di certo condannati, per cui se un processo si conclude con l’assoluzione allora è stato tutto sbagliato fin da principio. Una istruttoria si apre in base ad indizi di reato, non a prove certe. Queste, se esistono, vanno trovate nel corso del procedimento. Un processo, per fortuna, può concludersi anche con una assoluzione e questo dimostra che la giustizia funziona, non il suo contrario.

È pure inevitabile che in presenza di una testimonianza o di un’accusa e della conseguente apertura di una inchiesta, in forza del diritto di cronaca, si raccontino i fatti, si sviluppi una discussione, si formino delle opinioni favorevoli o contrarie all’indagato. Certo, sono da evitare gogne e linciaggi mediatici, come in ogni tipo di discussione è da evitare il linguaggio violento.

Va poi tenuto a mente che la giustizia giuridica non è la giustizia in sé o la verità in sé. Esistono responsabilità politiche senza rilevanza penale, che però possono favorire reati quali la corruzione o la criminalità organizzata. Per converso, si può commettere un reato, ritrovandosi parte di un ingranaggio, senza averne la responsabilità politica. La nostra idea di cosa sia peggio o meglio o più meritevole di essere discusso, può essere diversa da quanto stabiliscono gli atti giudiziari.

Ogni assoluzione proscioglie l’imputato, ma le assoluzioni, a secondo della motivazione, hanno una diversa rilevanza pubblica. Si può essere assolti se il fatto non sussiste; se l’imputato non lo ha commesso; se il fatto non costituisce reato; se il fatto non è previsto dalla legge come reato; se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione. Varie sentenze di assoluzione sono sbandierate come prova di innocenza, quando invece si è trattato solo di prescrizione o di insufficienza di prove (il fatto non sussiste).

Le sentenze chiudono una causa giudiziaria, ma non chiudono ogni discussione. Le sentenze si rispettano. Ciò significa che si accetta l’applicazione delle disposizioni e il ruolo dei magistrati, ma si può essere e rimanere in dissenso con l’esito della sentenza, le sue motivazioni, e dichiararlo. Le sentenze, non possono decidere in assoluto, chi ha torto e chi ha ragione.

Intercettazioni, nuovo bavaglio?

legge bavaglioIl Partito democraticodice l’Unitànon metterà mai nessun bavaglio alla stampa su notizie che hanno un interesse pubblico. Chi decide quale notizia ha interesse pubblico? Limitare la libertà di questa valutazione significa limitare la libertà di stampa. Tanto più che il PD avvoca a sé il potere di mettere o di non mettere il bavaglio.

Infatti, la maggioranza ha approvato una legge delega che, stabiliti alcuni principi, conferisce al governo il potere legislativo nella riforma del processo penale e della disciplina sull’uso delle intercettazioni. Le leggi delega hanno il compito di alleggerire l’attività del parlamento dalla legislazione ordinaria. Quando però sono in gioco equilibri delicati, come quello tra i diritti della parte offesa e i diritti della difesa o quello tra la privacy e il diritto di cronaca, quando la materia è molto controversa e oggetto di forti conflitti, è opportuno che la competenza legislativa sia per intero del parlamento.

Un altro articolo dell’Unità a sostegno della legge, la intende in contrasto al giustizialismo. Tuttavia, il provvedimento vuole aumentare in modo consistente le pene per i reati di furto e rapina, in particolare per i furti in appartamento. Inoltre, introduce un nuovo delitto, punito con la reclusione fino a 4 anni, che colpisce chi diffonde il contenuto di conversazioni captate in modo fraudolento per recare danno alla reputazione. Sono misure abbastanza giustizialiste.

Il carcere dovrebbe essere limitato solo agli autori di reati criminali quali l’omicidio, lo stupro, le lesioni gravi. Chi non è pericoloso per la vita e l’incolumità altrui, e si rende responsabile di reati economici, amministrativi, civili, dovrebbe essere confinato ai soli arresti domiciliari o alle pene alternative.

L’eliminazione dell’udienza filtro, dove le parti decidono quali atti del processo rendere pubblici e quali no, è una misura molto poco garantista, perché esclude dalla valutazione la difesa. Gli atti processuali, compresi i testi delle intercettazioni, possono essere validi anche ai fini della riabilitazione dell’imputato.

Ammettiamo che il governo abbia davvero a cuore la tutela della privacy delle persone non coinvolte nei processi e solo in relazione con indagati e imputati. Resta il fatto che le intercettazioni e la loro pubblicazione in passato abbiano provocato grandi conflitti soprattutto quando hanno toccato le persone coinvolte nelle indagini e nei processi, spesso con importanti incarichi politici e di governo e che da questo abbiano preso le mosse le iniziative legislative volte a limitare l’attività dei magistrati e dei giornalisti.

Le intercettazioni e la cronaca giudiziaria sono necessarie in un paese in cui la corruzione politica e le attività mafiose formano fatturati da centinaia di milioni di euro; tali reati vengono messi in atto sempre più con l’ausilio della telefonia mobile e digitale e questo può richiedere anche un aumento delle intercettazioni, la cui disciplina già prevede siano ammesse per i reati superiori ai cinque anni di reclusione e solo in presenza di forti indizi di reato. Per la tutela della riservatezza e della reputazione, già esistono i reati relativi alla violazione del segreto istruttorio e quelli relativi alla calunnia e alla diffamazione. E’ un controsenso pensare a nuove pene e nuovi reati, per difendersi dal giustizialismo.

Anche se oggi è Renzi e non più Berlusconi, una stretta decisa con delega al governo, da una classe politica debole sulla questione morale, continua ad essere molto viziata da un difetto di credibilità. E forse anche di competenza, viste le tante critiche ricevute dalla Federazione della Stampa, dall’Associazione dei magistrati e dalle Camere penali, in pratica da tutti i soggetti interessati.

Scattone insegnante?

Marta RussoLa notizia di Scattone divenuto insegnante l’ho letta con disagio. Fossi stato un genitore della sua classe, avrei voluto ritirare mio figlio. Mi rendo conto che la questione è molto controversa e non credo esista un principio risolutivo.

Giovanni Scattone, condannato per l’omicidio colposo aggravato di Marta Russo, senza essere interdetto dai pubblici uffici, ha scontato la sua pena, vinto un concorso ed ottenuto una cattedra. I familiari della vittima e una parte dell’opinione pubblica hanno protestato. Alcuni commentatori sono stati garantisti con molta fermezza.

In linea di diritto, i garantisti hanno ragione: ha pagato il suo debito con la giustizia, è riabilitato, i linciaggi e le pene extragiudiziali sono inammissibili. Tuttavia, per il garantismo, Al Capone è solo un evasore fiscale. Se il diritto ci aiuta a convivere, non esaurisce e non risolve la convivenza. Le sentenze si rispettano e si applicano; i propri convincimenti nel merito si possono esprimere con rispetto. Il garantismo non può censurare le opinioni e i sentimenti negativi nei confronti di una sentenza e dei suoi effetti.

Quella sentenza ci dice che Giovanni Scattone ha il diritto di insegnare, ma non può dirci se è giusto, se è opportuno; questo ciascuno lo valuta e lo esprime per sé, senza chiederlo alle autorità. La madre di Marta Russo lo ha valutato e lo ha chiesto a lui. Lui si è ritirato e ha continuato a dichiararsi innocente, per spiegare di non potersi pentire, né chiedere scusa.

La valutazione di opportunità dipende da come giudichiamo la razionalità della sentenza, la gravità dell’uccisione di una persona, il ruolo dell’insegnante: se un pubblico ufficiale addetto alla trasmissione di nozioni, dunque un mestiere come qualsiasi altro, o un educatore che trasmette valori, che rappresenta egli stesso un esempio educativo.

Nel valutare, c’è il rischio di essere ingiusti nei confronti dell’ex condannato da riabilitare e c’è il rischio di mettere i giovani nelle mani di un uomo che ha ucciso per gioco e non se n’è mai pentito. Di un insegnante bisogna poter avere fiducia.