L’accusa abusiva di omofobia

Lgbt Israel

L’omofobia è l’avversione nei confronti degli omosessuali o il timore ossessivo di scoprirsi omosessuale. Un odio figlio della misoginia: sono soprattutto i maschi a disprezzare i gay, perché li vedono nella posizione femminile; per converso, l’omofobia è poco sentita dalle donne e colpisce meno le lesbiche. Dato che l’omofobia causa discriminazioni, intolleranza, e violenza il movimento LGBT chiede sia perseguita come reato. L’accusa di omofobia, per le persone civili, democratiche e progressiste, è dunque grave e infamante.

Ciò nonostante, parte dell’attivismo gay non esita ad accusare di omofobia le femministe contrarie alla gestazione per altri (gpa). L’accusa vuole reggersi su argomenti di questo tipo:

  • l’opposizione femminista alla gpa sarebbe iniziata solo di recente, per via dell’emergere di coppie gay omogenitoriali;
  • l’opposizione femminista coinciderebbe con quella cattolica e tradizionalista, qualcuno arriva a dire: fascista;
  • la genitorialità biologica omosessuale sarebbe un diritto a cui la tecnoscienza permette ormai di accedere e negarlo equivarrebbe ad una discriminazione.

Nessuno di questi argomenti, però, sembra voler davvero interloquire con le argomentazioni femministe.

  • Il femminismo affronta il tema della gpa fin dagli anni ’80. È l’opinione pubblica a mostrarsi interessata solo di recente, da quando la diffusione della gpa ha posto agli stati la questione della legalità: il formarsi di una industria e di un mercato esige una regolamentazione, prima di tutto a tutela di committenti, imprenditori, operatori e intermediari; il fatto che ci sia di mezzo un bambino richiede l’autorizzazione del suo affidamento. Così, in molti paesi, sono state promosse iniziative per legalizzare la gpa e, in risposta, per abrograre le legalizzazioni. Il dibattito si è diffuso e radicalizzato soprattutto sui social media (esistenti da pochi anni). Nel dibattito, alcuni maschi gay hanno fatto della gpa una bandiera; solo in questo senso sono diventati una parte in causa più esposta di altre.
  • La convergenza con i cattolici non è di per sé più sconveniente di quella con i neoliberisti; peraltro, Italia a parte, in Europa l’essere a favore della gpa è più di destra che di sinistra. I cattolici non hanno sempre torto e con loro si può essere d’accordo sulla solidarietà sociale, l’accoglienza dei migranti, l’opposizione all’eugenetica, l’abolizione della schiavitù. Tuttavia, sulla gpa, le motivazioni dell’opposizione sono diverse: mentre per i cattolici si tratta di difendere la famiglia naturale basata sul rapporto tra un uomo e una donna, per le femministe si tratta di contrastare lo sfruttamento e la strumentalizzazione del corpo della donna, delle sue funzioni procreative, e di difendere la relazione tra madre e figlio, la relazione materna, che viene scorporata e spezzata dalla gpa.
  • Secondo le femministe, la genitorialità è una possibilità, non un diritto: i desideri non sono diritti. Attribuire diritti ad alcuni, implica attribuire ad altri il dovere di corrisponderli. Le donne non hanno il dovere di corrispondere il desiderio di genitorialità degli uomini, neanche se omosessuali. Anzi, gli uomini non devono più poter asservire il potere generativo materno ai propri desideri. La libertà ed il potere procreativo delle donne non devono essere imbrigliati e vincolati da una legge o da un contratto.

Queste idee possono piacere o meno, ma non c’entrano con l’omofobia, salvo banalizzare ed estendere il concetto, fino a fargli perdere qualsiasi significato serio, per l’esigenza di screditare e censurare gli avversari (in questo caso, le avversarie). Un abuso propagandistico simile è quello che Israele e i filoisraeliani fanno dell’accusa di antisemitismo contro i pacifisti, contando sulla confusione con un antisemitismo effettivamente esistente. L’accusa abusiva di omofobia dice della deriva identitaria di una parte del movimento omosessuale, che si sente tradita dal venir meno di un sostegno femminile dato per scontato, come fosse dovuto. E dice della volontà di compattare un fronte, dividere il campo in etero (tradizionalisti) e omo (progressisti), in modo da non fare i conti con la differenza sessuale, che però viene interpretata anche dall’opposizione alla gpa da parte di molte lesbiche. Un’opposizione spesso fronteggiata con un bullismo che mette i suoi praticanti in una posizione anche troppo maschile.

Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso difende la libera scelta delle madri surrogate e attacca l’ipocrisia di chi si oppone all’utero in affitto, evoca la regolamentazione per rimediare allo sfruttamento. Eppure, il nodo è la libertà dei committenti; l’ipocrisia non prova il torto; favorevoli e contrari sono insiemi disomogenei, regolamentare vuol dire legittimare.

Persone benestanti, sterili, anziane, gay orgogliosi abitano la nostra parte di mondo; sono i committenti effettivi o potenziali, la domanda che genera il commercio o il dono, con l’aiuto di avvocati, medici, intermediari. Molto pensiero sulla surrogata esprime i loro interessi, la loro ideologia. E’ sulla loro libertà che dobbiamo interrogarci. La libertà della madre surrogata è un parafulmine.

Coppie etero o omosessuali possono essere buoni genitori non biologici, quindi è giusto favorire le adozioni di bambini rimasti orfani o abbandonati; situazioni indesiderate, impreviste a cui genitori adottivi di qualsiasi orientamento sessuale possono porre rimedio. Molto più dubbio è invece ordinare una gravidanza e pianificare la separazione del figlio dalla madre; ignoriamo le conseguenze su quel figlio, come ignoriamo quali genitori possano essere coloro che comprano un figlio come fosse un prodotto, pronti a rifiutarlo se insoddisfatti della produzione.

Tra chi si oppone all’utero in affitto vi sono cattolici e conservatori, persone poco impegnate contro lo sfruttamento delle donne in fabbrica, sulla strada, nelle famiglie tradizionali. Perciò si, la loro denuncia dello sfruttamento delle madri surrogate è ipocrita, ma non per questo sbagliata. Un ladro che dice non rubare è ipocrita, però dice bene. Tra gli oppositori vi sono pure laici, persone di sinistre, autorevoli femministe. E’ con loro che bisogna misurarsi; gli ipocriti sono interlocutori di comodo.

Tra le ipocrisie, vi sarebbe la denuncia del mercato, che poi però non si vuole regolamentare. La regolamentazione implica accettare il principio della compravendita. Va bene per le merci, non per la materia vivente, le capacità riproduttive, i bambini. Chi rifiuta la mercificazione, rifiuta di legittimarla, tanto più se la legittimazione non aiuta a ridurre il danno. E rifiuta il dono, il rimborso spese alle donatrici, perché pure il mercato sa essere ipocrita.

L’utero in affitto non è l’aborto

india surrogacy

Tra i favorevoli alla maternità surrogata ricorre spesso il paragone con l’aborto. Si può essere moralmente contrarie all’aborto, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di abortire; allo stesso modo si può essere moralmente contrarie alla maternità surrogata, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di praticarla. D’altra parte, vietare l’aborto provoca l’aborto clandestino; così vietare l’utero in affitto provoca il mercato clandestino degli uteri. Tuttavia, tra maternità surrogata e aborto vi sono alcune importanti differenze, da rendere improponibile il paragone.

Credo nessuna donna desideri abortire. Nessuna donna desidera trovarsi nella situazione di dover scegliere se abortire oppure no. Accade per una gravidanza indesiderata; perché la donna incinta viene abbandonata dal partner; per malformazione fetale, per conseguenze pericolose sulla salute della donna. Accade per una situazione imprevista e indesiderata. Secondo la posizione favorevole alla surrogacy, la donna avrebbe invece la volontà di donare (o di vendere) la disponibilità del proprio corpo per portare avanti una gravidanza per conto di altre. Si tratterebbe dunque, di una situazione voluta e pianificata.

La legalizzazione dell’aborto non si propone di affermare un diritto all’aborto o una libertà di scelta; si propone di contrastare l’aborto clandestino (tre milioni di casi l’anno, secondo le stime più elevate negli anni ‘70), di ridurre il danno; di sostituire al mercato nero dell’aborto, non un mercato legale, ma l’assistenza dello stato, nella prospettiva di superare le cause che possono portare all’interruzione di gravidanza. Un argomento a sostegno della legge è infatti la sua efficacia ai fini di una diminuzione degli aborti. La legalizzazione della surrogacy invece sarebbe volta, non ad un superamento, ma all’introduzione e ad un prevedibile aumento della pratica; nella sua versione più liberista, alla formazione di una industria e di un mercato.

L’aborto è praticato da donne di ogni censo e nazionalità. La surrogacy è in netta pravalenza praticata da donne povere di paesi poveri.

Infine, la differenza più importante: l’aborto non mette al mondo nessuno; la surrogata mette al mondo un essere umano. Sull’incognita di una creatura venuta al mondo, come ognuno di noi, nella relazione materna, ma subito strappato da quella relazione, non per una necessità, ma per un programma, c’è da riflettere e bisogna fermarsi.

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[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, Corriere della Sera 7.12.2015