Laura Boldrini e la maternità surrogata

Laura Boldrini al Video forum di Repubblica

Anche se ne sono rimasto deluso, ma non sorpreso, la risposta data al videoforum di Repubblica, su sollecitazione di una rete di donne, la considero davvero insufficiente per rappresentare Laura Boldrini come una convinta e determinata legittimatrice della cosiddetta gestazione per altri (gpa). La presidente della camera ha dichiarato solo questo: «E’ un tema molto delicato, al di là della mia opinione personale è un’evidenza che coppie eterosessuali e omosessuali oggi vadano all’estero per questa pratica. Di fronte a questa realtà è necessaria la norma». Senza precisare quale norma, se in senso permissivo o restrittivo: anche il divieto è una norma. Sul suo profilo twitter con più di 820 mila follower, sono state rilanciate le risposte date durante il videoforum, ma quella sulla maternità surrogata non compare. Come non compare nel programma del suo partito.

L’impressione è che la candidata di Liberi e Uguali, come il resto della sinistra, sia evitante sulla gpa, la reputi un tema sensibile (e non prioritario), come altri temi già divisivi tra laici e cattolici, e ne faccia una questione di coscienza. Personalmente, ha dichiarato di avere molte riserve su questa pratica, ma secondo la sua concezione laica e razionale della politica, si dà il compito di mediare gli interessi, regolare la realtà, impedire gli abusi e ridurre i danni.

Nel confondere le idee della sinistra, incidono molto gli ideologismi contrapposti della famiglia tradizionale e della famiglia alternativa e la persuasione che l’evoluzione della tecnoscienza significhi, per definizione, progresso e libertà, mentre le istanze femministe contrarie alla mercificazione della donna e alla rottura della relazione materna, parzialmente neutralizzate dalla declinazione neoliberista della libertà femminile e dalla tradizione antimaterna di una parte dello stesso femminismo, facciano ancora fatica, specie in Italia, a dividere il campo e ad orientare la sinistra dalla parte giusta. Perciò, chi come me non vuole l’utero in affitto, ha da lavorare per formare e orientare, non per smascherare o esigere chiarimenti, nello spazio di una campagna elettorale, da candidati e partiti con le idee poco chiare, impegnati su altre priorità.

Dato questo livello di confusione, è impossibile fare della maternità surrogata un criterio per decidere il voto. Dovremmo per assurdo votare Berlusconi, Salvini, Meloni, la parte meno civile della politica italiana, più permeabile alle culture intolleranti e violente del sessismo, del razzismo e del fascismo, rispetto alle quali personalità come Laura Boldrini rappresentano un argine e un bersaglio quotidiano, come mostrano i continui episodi di barbara violenza simbolica: il rogo del fantoccio di Busto Arsizio, il fotomontaggio della testa mozzata, quello del collo tra le cesoie. Messaggi di odio, intimidazione, per non dire minacce di morte, a cui nessun uomo politico è mai stato sottoposto, un pericolo potenziale, come abbiamo visto a Macerata, dove dalle parole si è passati ai fatti. Una violenza colpevolmente tollerata dall’indifferenza della politica e dall’amplificazione acritica dei media ufficiali. In questo clima, a Laura Boldrini si può solo esprimere il massimo della solidarietà, della simpatia e del sostegno.

Autodeterminazione in affitto

Maternità libera

L’utero in affitto sequestra l’autodeterminazione delle donne. O meglio, l’affitta insieme con l’utero. Paradossalmente, i favoreggiatori dell’utero in affitto usano l’autodeterminazione come argomento a sostegno, persino come bandiera: fanno il paragone con l’aborto e ricordano lo slogan il corpo è mio e lo gestisco io. Ma con l’utero in affitto legalizzato, la gestione del corpo è regolata e vincolata dalle leggi e dai contratti. I veri gestori del corpo delle donne diventano i committenti, le agenzie di intermediazione, gli avvocati e i medici. Lei, la cosiddetta madre surrogata, può in alcuni casi sottrarsi al dettato di controlli, diete e linee di condotta, al prezzo però di rinunciare a compensi e rimborsi. E soprattutto, a differenza di quanto avviene con la legge sull’aborto, lei, nella scelta di essere o non essere madre, non ha l’ultima parola.

La donna che vuole abortire, può cambiare idea in qualsiasi momento, anche all’ultimo secondo. La donna che vuole fare un figlio per altri, una volta firmato il contratto, non può cambiare idea e alla fine della gravidanza scegliere di tenere il figlio per sé. Non importa sindacare per quale motivo possa cambiare idea. Se lei è davvero libera, sono affari suoi, non deve renderne conto. Questa possibilità invece è negata. L’utero in affitto legalizzato limita e subordina il potere di scelta delle donne agli interessi dei committenti, il vero soggetto tutelato e garantito dalla legalizzazione. Qualcuno può pensare che ciò sia giusto, ma non può dire che sia autodeterminazione.

Se si crede, secondo il mito patriarcale, che i bambini siano figli, non delle donne che li partoriscono, ma del DNA degli inseminatori, e si rappresentano le madri solo come corpi ospitanti, corpi di passaggio, incubatrici del figlio che, nella sua essenza, già preesisteva, allora le madri possono anche non essere considerate le vere e principali protagoniste della venuta al mondo di una creatura. Sono, infatti, persino negate come madri e di conseguenza cancellate, pagate pure per sparire. Un tal modo di vedere mette sul serio in discussione la liceità dell’aborto: se una donna non può scegliere di tenersi il figlio, in quanto il primato sulla filiazione deve riconoscerlo ai suoi inseminatori, perché mai una donna dovrebbe poter scegliere di abortire senza il consenso del suo inseminatore?

Inserire tra i motivi favorevoli all’utero in affitto, la libertà individuale delle donne di fare del proprio corpo ciò che vogliono, significa alterare la verità. Secondo un principio del femminismo storico nessuna legge può obbligare o impedire ad una donna di diventare madre contro la sua volontà.

La presentazione di Chakra sulla gpa

Chakra

Riguardo la presentazione della seconda putanta di Chakra, dedicata alla gpa, occorre precisare alcune cose.

1) La domanda iniziale della presentazione è mal posta. «E’ giusto avere un figlio passando per il corpo di un’altra persona?» La madre non è un “corpo di passaggio” di qualcosa esistente già prima. E’ la creatrice del figlio. Quindi: «E’ giusto avere un figlio da un’altra donna, chiedendole di pianificare la rottura della relazione materna?»

2) Luisa Muraro non è una praticante della contrapposizione. Il titolo del suo libro è «L’anima del corpo», il sottotitolo voluto dall’editore è «Contro l’utero in affitto». Nella prima pagina del libro è possibile leggere da parte dell’autrice:

Per chiarezza, c’è un “contro” nel titolo, ma l’autrice di questo libro non si contrappone a persone che la pensano diversamente, specialmente se donne. Con le donne mi confronto di preferenza, tanto più su questi temi in cui ne va dei loro (nostri) desideri, corpi e libertà. Alle contrapposizioni ed agli schieramenti, preferisco la lettura dell’esperienza, la ricerca di argomenti e, se necessario, il conflitto.

3) Nichi Vendola ha ampiamente parlato della sua vicenda. E’ stato, ed è tuttora, a tutti gli effetti, il principale sponsor, il testimonial italiano della gpa. Alla chiave di ricerca “Nichi Vendola e figlio” corrispondono su Google molte pagine di link. Le prime sono di dichiarazioni sue, fonti amiche, che trattano della nascita, del battesimo, della vita con il figlio. E stasera è in televisione.

4) Nel testo di presentazione della trasmissione non è spiegato il motivo del rifiuto di Luisa Muraro a parteciparvi. Si rimanda solo all’articolo sul sito della Libreria. Pare, nella presentazione, si tratti di semplice riluttanza a confrontarsi con chi la pensa diversamente, ma il problema di Vendola non sono le sue idee in materia di gpa, ma il suo comportamento di uomo e di uomo pubblico:

Lui è un uomo politico ed è andato all’estero per aggirare la legge italiana, ha agito in contrasto con l’orientamento raccomandato dall’Europa e si è presentato all’opinione pubblica ignaro di essere nel torto anche verso l’ordine simbolico materno. Ha fatto della madre un mezzo per soddisfare un suo desiderio, che in sé era degno, ma non a queste condizioni.


Aggiornamento:
[^] Con Nichi Vendola, no – Luisa Muraro 29-09.2017
[^] Le nuove maternità – Chakra 7.10.2017
[^] Lettera aperta alla presidente Monica Maggioni – Facebook 10.10.2017
[^] Replica di Michela Murgia alle critiche – Facebook 11.10.2017
[^] Replica di Arcilesbica nazionale a Michela Murgia – 12.10.2017
[^] Cara Murgia la Gpa è un mercato come quello delle aspirapolvere che tu descrivi nel tuo libro – Daniela Danna 13.10.2017

Il bambino, deprivato della madre biologica, subisce un trauma

elogio-della-maternita

La scienza, per me, è una autorità tra le altre, un pronunciamento ulteriore. E’ significativa la convergenza di più autorità nell’affermare il primato della relazione materna e l’importanza della sua continuità. Ci sono due grandi ragioni contro la maternità surrogata: il rifiuto dello sfruttamento, della compravendita e il valore e la continuità della relazione materna. Chi sostiene una, relativizza l’altra. Io le sostengo entrambe. Chi è favorevole all’utero in affitto spesso ha il mito della tecnologia, della scienza e vede un progresso. Una smentita scientifica può dargli da pensare.

La relazione materna è la relazione primaria. Una presenza accessoria, residuale, è una surrogazione di continuità. Possiamo non renderci conto o non credere all’esperienza, all’intuito, alla scienza, concepire il corpo materno come un mero contenitore da cui, alla nascita, un bambino può separarsi per essere in modo del tutto indifferente consegnato alle cure di chiunque altro, perché ci sembra di non vedere i segni evidenti di un trauma. Potremmo però almeno pensare che le conseguenze di questa separazione sulla madre, sul figlio, siano una grave incognita, un rischio serio che non vale la pena correre in forza di un’idea patriarcale che pensa i figli come figli del DNA. Una grave incognita, un rischio serio sulla nostra umanità, trasformare la riproduzione in un processo di fabbrica.

Il caso limite intrafamiliare si può ammettere. Diverso è costruire un’industria, un mercato, un sistema organizzato di compravendita a livello globale. Regolamentare significa legittimare, aprire la strada all’idea che non c’è niente di male nel fare i figli su ordinazione, venderli, comprarli. Lo sfruttamento non è dato dalla mancanza di regole, ma dalla concorrenza sul prezzo. Una regolamentazione seria implica costi elevati per l’assistenza legale e sanitaria e per la ricompensa o «rimborso spese» della gestante. Non è per tutte le tasche e ci sarà sempre qualcuno in qualche parte del mondo che offrirà lo stesso servizio ad un costo inferiore. Gli inglesi già lo sanno e dispongono sia delle regole che del maggior numero di committenti che si rivolge al mercato clandestino.

Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso difende la libera scelta delle madri surrogate e attacca l’ipocrisia di chi si oppone all’utero in affitto, evoca la regolamentazione per rimediare allo sfruttamento. Eppure, il nodo è la libertà dei committenti; l’ipocrisia non prova il torto; favorevoli e contrari sono insiemi disomogenei, regolamentare vuol dire legittimare.

Persone benestanti, sterili, anziane, gay orgogliosi abitano la nostra parte di mondo; sono i committenti effettivi o potenziali, la domanda che genera il commercio o il dono, con l’aiuto di avvocati, medici, intermediari. Molto pensiero sulla surrogata esprime i loro interessi, la loro ideologia. E’ sulla loro libertà che dobbiamo interrogarci. La libertà della madre surrogata è un parafulmine.

Coppie etero o omosessuali possono essere buoni genitori non biologici, quindi è giusto favorire le adozioni di bambini rimasti orfani o abbandonati; situazioni indesiderate, impreviste a cui genitori adottivi di qualsiasi orientamento sessuale possono porre rimedio. Molto più dubbio è invece ordinare una gravidanza e pianificare la separazione del figlio dalla madre; ignoriamo le conseguenze su quel figlio, come ignoriamo quali genitori possano essere coloro che comprano un figlio come fosse un prodotto, pronti a rifiutarlo se insoddisfatti della produzione.

Tra chi si oppone all’utero in affitto vi sono cattolici e conservatori, persone poco impegnate contro lo sfruttamento delle donne in fabbrica, sulla strada, nelle famiglie tradizionali. Perciò si, la loro denuncia dello sfruttamento delle madri surrogate è ipocrita, ma non per questo sbagliata. Un ladro che dice non rubare è ipocrita, però dice bene. Tra gli oppositori vi sono pure laici, persone di sinistre, autorevoli femministe. E’ con loro che bisogna misurarsi; gli ipocriti sono interlocutori di comodo.

Tra le ipocrisie, vi sarebbe la denuncia del mercato, che poi però non si vuole regolamentare. La regolamentazione implica accettare il principio della compravendita. Va bene per le merci, non per la materia vivente, le capacità riproduttive, i bambini. Chi rifiuta la mercificazione, rifiuta di legittimarla, tanto più se la legittimazione non aiuta a ridurre il danno. E rifiuta il dono, il rimborso spese alle donatrici, perché pure il mercato sa essere ipocrita.

GPA – E la maternità solidale?

madri con bambino

A chi si orienta contro l’utero in affitto, è posta la questione della maternità surrogata gratuita e solidale. Per parte mia, ne ho una opinione meno negativa, ma comunque negativa. Per almeno tre ragioni.

  • Anche con la maternità solidale esiste una grave incognita sull’identità e il benessere del nascituro. Ignoriamo quali conseguenze possano avere su di lui la separazione alla nascita dalla madre partoriente; la conoscenza della verità sulla sua origine; l’avere più di una madre, l’avere una madre esclusa dal suo nucleo familiare.
  • Anche con la maternità solidale si riafferma una idea discendente dai padri: che i figli siano figli del DNA e non del corpo che per nove mesi li porta in grembo, li nutre e infine li partorisce, corpo che, nella visione patriarcale, funge solo da terra seminata, da contenitore, da incubatrice. A lasciare perplessi non è soltanto la disponibilità di una donna a donare l’uso del proprio corpo per realizzare il desiderio genitoriale di un’altra persona, quanto il fatto che l’altra accetti, voglia o solleciti una tale possibilità, con la messa a repentaglio della vita, della salute, delle risorse di una donna, l’uso di lei come mezzo, per realizzare un proprio desiderio indotto dalla convinzione patriarcale, rinforzata dallo sviluppo di una industria e di un mercato, che l’essenza di essere padre o madre consista in un dato genetico.
  • Anche la maternità solidale può essere sfruttamento, cioé può fungere da copertura formale dell’utero in affitto. Lo dice bene Luisa Muraro: Finché ci sarà l’utero in affitto è inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita (…) la gratuità deve essere certa, come per il sangue e gli organi, certificata da un’autorità affidabile. Non basta: va prevista la possibilità che la donante possa cambiare idea.

La maternità surrogata solidale esalta nelle donne lo spirito di sacrificio, le induce a sacrificarsi, per essere socialmente apprezzate e valorizzate. Infine, tratta lo stesso il bambino come un oggetto. Invece che venduto e comprato, è regalato.

Articoli correlati:
[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, 7.12.2015
[^] Maternità surrogata e diritto dei figli alla conoscenza – Luciana Piddu, 17.12.2015
[^] Cosa vuol dire desiderare un figlio nell’epoca della sterilità – Dacia Maraini, 16.12.2015
[^] No all’utero in affitto – Il dibattito sul sito di «Che libertà»
[^] Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)? – Simona Sforza, 11.12.2015
[^] Il corpo della madre surrogata – Il Ricciocorno 28.03.2015
[^] Madri surrogate, ecco la Carta di Parigi – Daniele Zappalà, 26.12.2015

L’utero in affitto non è l’aborto

india surrogacy

Tra i favorevoli alla maternità surrogata ricorre spesso il paragone con l’aborto. Si può essere moralmente contrarie all’aborto, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di abortire; allo stesso modo si può essere moralmente contrarie alla maternità surrogata, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di praticarla. D’altra parte, vietare l’aborto provoca l’aborto clandestino; così vietare l’utero in affitto provoca il mercato clandestino degli uteri. Tuttavia, tra maternità surrogata e aborto vi sono alcune importanti differenze, da rendere improponibile il paragone.

Credo nessuna donna desideri abortire. Nessuna donna desidera trovarsi nella situazione di dover scegliere se abortire oppure no. Accade per una gravidanza indesiderata; perché la donna incinta viene abbandonata dal partner; per malformazione fetale, per conseguenze pericolose sulla salute della donna. Accade per una situazione imprevista e indesiderata. Secondo la posizione favorevole alla surrogacy, la donna avrebbe invece la volontà di donare (o di vendere) la disponibilità del proprio corpo per portare avanti una gravidanza per conto di altre. Si tratterebbe dunque, di una situazione voluta e pianificata.

La legalizzazione dell’aborto non si propone di affermare un diritto all’aborto o una libertà di scelta; si propone di contrastare l’aborto clandestino (tre milioni di casi l’anno, secondo le stime più elevate negli anni ‘70), di ridurre il danno; di sostituire al mercato nero dell’aborto, non un mercato legale, ma l’assistenza dello stato, nella prospettiva di superare le cause che possono portare all’interruzione di gravidanza. Un argomento a sostegno della legge è infatti la sua efficacia ai fini di una diminuzione degli aborti. La legalizzazione della surrogacy invece sarebbe volta, non ad un superamento, ma all’introduzione e ad un prevedibile aumento della pratica; nella sua versione più liberista, alla formazione di una industria e di un mercato.

L’aborto è praticato da donne di ogni censo e nazionalità. La surrogacy è in netta pravalenza praticata da donne povere di paesi poveri.

Infine, la differenza più importante: l’aborto non mette al mondo nessuno; la surrogata mette al mondo un essere umano. Sull’incognita di una creatura venuta al mondo, come ognuno di noi, nella relazione materna, ma subito strappato da quella relazione, non per una necessità, ma per un programma, c’è da riflettere e bisogna fermarsi.

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[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, Corriere della Sera 7.12.2015