Voteremmo una candidata di destra?

ursula-von-der-leyen

Pierlugi Battista chiede se saremmo disposti a votare Marine Le Pen, per sfondare il soffitto di cristallo dell’Eliseo. Lo chiede a proposito del fatto che molti di noi lacrimano perché questo soffitto non si è infranto per la Casa Bianca, mentre forse non lacrimerebbero se non si fosse infranto per Roma e per Torino, e in fondo ignorano che si è già infranto per il Fmi, per la Germania, per la Gran Bretagna. Così, nelle lacrime di genere per Hillary Clinton, lui ci vede un po’ di ipocrisia.

Il soffitto di cristallo (glass ceiling) è una metafora di origine femminista, per dire che l’accesso alla carriera e ai diritti è impedito da una discriminazione insormontabile di natura sessuale o razziale. Nel caso della sconfitta di Hillary Clinton, probabilmente, non si è trattato di questo, ma del suo essere percepita come rappresentante dell’amministrazione in carica e più in generale dell’élite.

Nelle sue competizioni, Hillary Clinton l’abbiamo sempre vista nel ruolo di candidata ufficiale favorita, mai nel ruolo della sfidante, come fosse già al di sopra del soffitto di cristallo. Il revanscismo sessista e razzista è stato tra le motivazioni del voto repubblicano, ma i voti repubblicani sono rimasti gli stessi del 2012, anzi 320 mila in meno.

Tuttavia, la prima volta di una donna candidata dichiaratamente femminista opposta ad un uomo ostentatamente maschilista, ci ha fatto vivere le presidenziali USA anche come espressione del conflitto tra i sessi; abbiamo tifato per lei, perché alla sua vittoria abbiamo attribuito un valore simbolico progressivo, alla vittoria di lui un valore regressivo, per non dire un grave pericolo.

La domanda di Pierlugi Battista si può allora così riformulare: ha sempre valore progressivo la vittoria di una donna candidata? La questione si pone, perché anche le destre, persino le destre estreme, si affidano più spesso a leadership femminili: Marine Le Pen (Front National, Francia); Diane James (Ukip, Gran Bretagna); Frauke Petry (l’Alternativa per la Germania); Beata Szydio (Legge e Giustizia in Polonia); Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia).

La mia risposta è no, non lo è in assoluto. Però, penso che Marine Le Pen sia meglio di suo padre; Giorgia Meloni meglio di Fini e Storace; Virginia Raggi e Chiara Appendino meglio di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Nelle amministrative di Torino sono stato in dubbio fino all’ultimo nella scelta. Alla fine ho votato il candidato di sinistra, ma non mi è dispiaciuta la vittoria della candidata del M5S.

A parità di condizioni, meglio una donna di un uomo; quando le condizioni non sono proprio pari, c’è da pensarci. Non Le Pen in Francia, ma Angela Merkel in Germania, le cui consigliere sono pure donne, contro un candidato socialdemocratico, si, potrei scegliere di votarla. La decisione di aprire le porte ai profughi siriani e di continuare a sostenerla, nonostante tutti i problemi, forse un cancelliere socialdemocratico maschio non avrebbe avuto il coraggio di prenderla.

Un’altra variabile è se la candidata fa valere il suo essere donna, punta sulla sua differenza o se la occulta; se ha una relazione forte con almeno un’altra donna o se isolata tra gli uomini. Nel primo caso, può avere valore sostenerla. Non ho motivo di credere che le donne siano migliori di natura, né mi aspetto donne di cuori. Ma per la loro esclusione storica, in un sistema di potere strutturato dagli uomini in millenni di società patriarcali, le donne al potere si trovano in contraddizione. E questo può aprire delle buone possibilità.

Rispetto per Hillary Clinton

Hillary Clinton

Tra le posizioni espresse sulle presidenziali americane, mi ispirano più simpatia quelle che manifestano sentimenti di fierezza e rispetto per Hillary Clinton, le rendono onore ed empatizzano con il suo dolore, per aver mancato di un soffio il sogno di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti.

Una donna sulla vetta del mondo avrebbe reso evidente la fine del patriarcato. Per me, anche solo la soddisfazione di veder prevalere la parte più civile e responsabile dell’umanità, la più razionale, esperta, progressista contro il suo opposto. C’è un po’ di superbia in questo mio modo di vedere gli schieramenti, ma pure un nucleo di verità e per ora mi accontento.

Hillary Clinton è corresponsabile di scelte controverse e discutibili della politica economica e della politica estera degli Stati Uniti e del Partito democratico; insieme con questo è stata un’avvocata, che si è battuta per i diritti civili ed è stata autrice del progetto più coraggioso ed inclusivo di riforma sanitaria. È una liberale, ma è anche una femminista.

Altre posizioni sulla candidata democratica la ritraggono colpevole del risultato, o addirittura peggiore del suo avversario, per non essere abbastanza o per nulla nuova, radicale, donna, femminista, etc. Porta il nome del marito (invece del nome del padre). È troppo debole per sfondare o troppo forte da spaventare. Un altro candidato al suo posto – Bernie Sanders, Obama, Michelle – avrebbero vinto, stravinto.

In queste posizioni, nei toni astiosi, scomunicanti, sproporzionati, pur al di sotto dei giornali più beceri, percepisco quella misoginia, che non perdona ad una donna l’affermazione professionale e che gode dei suoi insuccessi, oltre la volontà di smarcarsi dalla sconfitta o di usarla a fini provinciali.

Sulle potenzialità vincenti di un altro candidato possiamo pensare quello che vogliamo, come fino a ieri lo abbiamo pensato per Hillary Clinton. Ma è un fatto che, dopo Roosevelt, tre mandati democratici consecutivi non ci siano mai stati e che sarebbe stato ben difficile realizzarli proprio oggi con un orientamento populista che, in tutto l’Occidente, penalizza i governi in carica. La candidata democratica ha ottenuto meno consensi di Obama, ma dopo otto anni di Obama; un declino già in atto nel 2012.

In ogni caso, Hillary Clinton ha prevalso nel voto popolare ed ha ottenuto la maggioranza tra le donne, i giovani, gli afroamericani, gli ispanici, e i poveri. Ha perso, secondo gli analisti, nelle regioni deindustrializzate, dove nell’ambiente operaio, bianco e maschio, si sono saldati la paura della globalizzazione, il sessismo e il razzismo. Sulle donne va detto che sono state soprattutto le donne nere a votare in massa per Clinton, mentre le bianche al 53% hanno votato per Donald Trump.

Un candidato più socialista avrebbe dovuto tenere insieme la capacità di mostrarsi alternativo al governo in carica, pur facendo parte dello stesso partito, vincere le diffidenze conservatrici e reazionarie, che esistono ed hanno il loro peso, e allungare la coperta sul lato della classe operaia e del ceto medio impoverito senza scoprire altri settori della società. Sanders avrebbe dovuto fare i conti pure con l’antisemitismo. Gli ebrei, per due terzi, hanno votato Clinton.

Troppo facile buttarla sulla candidatura sbagliata, facendo leva sui pregiudizi. È stata una candidatura dignitosa e la sua sconfitta coinvolge tutti i progressisti ed i loro valori. Se pure Trump avesse vinto, nonostante e non grazie al sessismo e al razzismo, questo direbbe dell’insufficiente rilevanza di questi giudizi di valore. Tuttavia, questi giudizi hanno avuto più rilevanza che in passato ed hanno messo in difficoltà il candidato repubblicano.

Quella democratica non è una sconfitta storica, perché non è definitiva per un tempo storico; ha mancato una vittoria ad alto valore simbolico come fu quella di Obama nel 2008 (anche nelle primarie di allora, Hillary Clinton prese più voti e meno delegati), ma sta dentro un movimento oscillante e può prendersi tutte le sue rivincite.

Riferimenti:
[*] Great again – Ida Dominijanni, 9.11.2016
[*] 2016 election results: National Exit polls edition.cnn.com
[*] Clinton ha preso più voti di Trump ma perde molti stati per un soffio – Fabrizio Tonello, 10.11.2016
[*] Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo – Judith Butler, 10.11.2016
[*] Dietro alla vittoria di Trump c’è la rivincita dell’uomo bianco – Adam Shatz 11.11.2016
[*] Trump ha vinto grazie a Facebook? – Il Post, 11.11.2016
[*] «Vi spiego perché vincerà Trump – Allan Lichtman, 01.10.2016
[*] 5 motivi per cui Donald Trump vincerà – Micheal Moore, 24.07.2016
[*] Nancy Fraser – Hillary Clinton e il nuovo spirito del femminismo

Sarandon tanto peggio tanto meglio

Susan Sarandon

L’attice Susan Sarandon preferisce la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, alle presidenziali americane, se i due candidati otterranno la nomination dei rispettivi partiti. Secondo l’attiva sostenitrice di Bernie Sanders, la vittoria della Clinton significa andare avanti con le forze di polizia militarizzate, con le prigioni appaltate ai privati, con la pena di morte, con il salario ai minimi storici, con le minacce ai diritti delle donne. Se invece vince Trump scoppierà una rivoluzione. È la logica classica del tanto peggio tanto meglio opposta a quella del meno peggio.

Bernie Sanders è il più socialista dei democratici: vuole il servizio sanitario nazionale, la separazione tra banche di risparmio e banche di investimento, l’Università pubblica gratuita da finanziare con la tassazione degli speculatori di borsa, il salario minimo orario di 15 dollari. Tuttavia, deputato nel 2005, avallò un provvedimento a tutela dei produttori e dei venditori di arma da fuoco. Hillary Clinton, che vuole la parità salariale tra donne e uomini e un posto all’asilo per ogni bambino, ha nel complesso un programma più moderato e considera inattuabile il programma di Bernie Sanders Il repubblicano Donald Trump è l’equivalente americano di Berlusconi e Salvini, un miliardario reazionario, misogino e razzista.

La logica di Susan Sarandon è ricorrente nella sinistra radicale, nonostante si sia spesso rivelata del tutto sbagliata. Molti anarchici e massimalisti del secolo scorso ebbero in odio i riformisti e i liberali ancor più dei fascisti, ma il fascismo al potere, considerato un proficuo chiarimento, non provocò il rilancio dei moti rivoluzionari del primo dopoguerra, si risolve anzi in nuove tragedie. Il malcontento sociale solo perché aggravato non si traduce automaticamente in rivoluzioni di sinistra. I ceti più poveri e quelli impoveriti se privi di coesione sociale e di coscienza politica, come spesso lo sono nelle fasi di crisi, percorrono vie individualiste alla sopravvivenza. Reazioni di insofferenza collettiva possono indirizzarsi contro un capro espiatorio (le minoranze etnico-religiose, le donne, i gay); è appunto il programma politico di leader xenofobi come Trump. Persino rivolte sociali di sinistra, quando riescono senza una organizzazione e un progetto politico, non trovano sbocco e finiscono represse.

Provo più simpatia per gli orientamenti socialisti di Bernie Sanders che per quelli liberali di Hillary Clinton, però penso che la vittoria della prima donna presidente degli Stati Uniti abbia un grande valore simbolico, come lo ebbe la vittoria di Obama. Pure la vittoria del primo fascista presidente avrebbe un notevole valore simbolico e, soprattutto, un effetto emulazione in Europa. Perciò, è meglio la candidata democratica. Anche se non otterrà la nomination, Bernie Sanders ha già conseguito una buona affermazione e potrà condizionare Hillary Clinton, la quale su alcuni punti è già d’accordo con lui, per esempio sulla chiusura delle prigioni private.

Preferisco Hillary Clinton

Hillary Clinton

Nel 2008 consideravo i due principali candidati democratici alle presidenziali americane, entrambi moderati e centristi. Quelle elezioni sembravano però interessanti, per almeno due motivi: finiva l’era Bush, la peggiore presidenza della storia Usa e i neocons potevano essere archiviati; lo sfidante democratico del candidato repubblicano John McCain sarebbe stato un nero oppure una donna. Era in questo valore simbolico il punto di forza di Barack Obama e di Hillary Clinton.

Seppure Obama fosse un po’ più di sinistra, tifavo per Hillary Clinton, perché negli Stati Uniti l’emancipazione dei neri era partita prima ed era andata più avanti dell’emancipazione delle donne. Così, una prima presidente donna mi sembrava ancor più rilevante di un primo presidente nero. E’ vero che si trattava della moglie di un ex presidente e questo dava luogo ad una legittimazione di tipo dinastico, come era già stata di altre donne in paesi orientali, ma è anche vero che i Clinton sono una coppia politica, due alleati che si danno sostegno reciproco, senza il primato di uno e la dipendenza dell’altra. Simile è forse la coppia argentina de Kirchner. Inoltre, Obama, con sorpresa, partiva favorito: lo dicevano i sondaggi e anche i finanziamenti da lui raccolti.

Nel 2016, il dilemma si ripropone. Da un lato di nuovo la donna Hillary Clinton, dall’altro non più un nero, bensì un’altra importante novità simbolica: un socialista. Bernie Sanders. Questa volta però i sondaggi e i finanziamenti danno per favorita Hillary Clinton, che anche nei dibattiti televisivi pare se la cavi meglio dei rivali, per quanto Sanders faccia una buona figura. Sanders è dunque il candidato di sinistra, l’equivalente del britannico Courbyn, ma non a tutto tondo. Sanders è infatti un rappresentante delle lobby delle armi ed ha votato contro le proposte di legge che miravano a limitarne la diffusione. Durante la presidenza Obama, vi sono state quindici stragi e ancora pochi giorni fa un ragazzino ha ucciso una bambina di otto anni sparandole al petto.

Credo che anche questa volta farò il tifo per Hillary Clinton. In tempi di rottamazioni e giovanilismi, mi piace la rivincita di una signora matura, con molta esperienza; la più avversa alle lobby farmaceutiche e delle assicurazioni sanitarie, la più odiata dai repubblicani e dai misogini.