Per contrastare i trafficanti in modo civile, liberalizziamo le migrazioni dei poveri

Rifugiati in Europa ogni mille abitanti

Il governo italiano ha mostrato un difetto di civiltà e di umanità, nel chiudere i porti ad una nave di soccorso volontario, operante nel Mediterraneo, carica di migranti naufraghi, tra cui minori, bambini, donne e donne incinta; 639 persone che hanno sofferto dure condizioni di detenzione in Libia, lo shock e la disidratazione per il viaggio ed il naufragio, obbligate dalle nostre autorità ad una prolungata e non necessaria permanenza in mare, su una barca capiente per cinquecento passeggeri, in condizioni di maltempo.

Il governo italiano ha, inoltre, mostrato un difetto di dignità, nel pretendere che a farsi carico dei naufraghi migranti fosse Malta, un’isola di 316 kmq e mezzo milione di abitanti, che già ospita 18 rifugiati ogni mille abitanti, contro i due per mille dell’Italia. Il nostro paese, uno dei più grandi e importanti d’Europa, membro del G7, ha intrapreso un braccio di ferro con una piccola isola. Poi, ha cantato vittoria per il gesto di saggezza umanitaria compiuto dal nuovo governo socialista spagnolo disponibile ad accogliere la nave dei migranti a Valencia, un porto distante quattro giorni di viaggio, per 1500 km dalla posizione della nave, contro i 40 km di distanza dal porto di Messina. Una sofferenza inutile per i migranti, accompagnati da due navi della marina italiana; uno spreco di risorse a scapito di altri naufraghi che, nel frattempo, avrebbero potuto essere salvati da questi mezzi.

Malta Valencia

Nonostante l’assurdità della situazione e la mancanza di umanità e dignità del governo italiano, la sua mossa di chiusura può far leva sui sentimenti irrazionali che pervadono parte dell’opinione pubblica: l’avversione e la paura nei confronti dei migranti percepiti come invasori di un paese in crisi, lasciato solo dall’Europa. In realtà, proprio in questi anni di crisi, senza riceverne particolare danno, l’Italia ha fronteggiato la pressione migratoria dal Mediterraneo, intensificatasi dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi; ha salvato molte vite umane con la sua marina militare ed è stata aiutata in modo indiretto dall’Europa, mediante aiuti economici e la sottrazione delle spese di gestione dai vincoli di bilancio, ragion per cui, ciò che si risparmierebbe sui migranti, non potrebbe essere speso altrimenti, perché verrebbero a mancare le coperture.

La questione è culturale: la convivenza con la diversità; non economica e materiale: le spese sono sostenibili ed i migranti, risorsa economica, si ripagano da sé, anche con gli interessi e suppliscono al nostro declino demografico. Redistribuire l’impatto dei flussi migratori vuol dire così redistribuire il peso della convivenza culturale. Le migrazioni sono un fenomeno globale ed epocale a cominciare dal dopoguerra. Oggi i flussi investono l’Italia e altri paesi costieri; in passato hanno investito gli altri grandi paesi europei, che continuano ad avere più immigrati di noi, compresa la Spagna, senza che l’Italia contribuisse alla redistribuzione. Anzi, ha contribuito, e ancora contribuisce, all’emigrazione. Su questo fronte, davvero, il vittimismo italiano è poco onorevole. Tuttavia, è sensato e lungimirante, immaginare da ora in poi una gestione europea dei flussi migratori, per alleviare l’impatto su ogni singolo paese. Peccato che il nostro governo si stia alleando in Europa, proprio con gli stati, tipo quelli dell’est, i quali preferiscono che ciascuno si faccia il suo recinto di filo spinato. Perché questo, nell’immediato, è ciò che dà soddisfazione alla xenofobia.

L’ostilità verso i migranti si ammanta di una retorica nobilitante. Contrastare l’immigrazione sarebbe rifiutare la deportazione degli schiavi, lo sfruttamento dei capitalisti, il traffico degli scafisti, e un vago e imprecisato business. Ma, per salvarli da trafficanti e sfruttatori, non occorre lasciare affogare i migranti in mare, farli morire nel deserto, imprigionarli negli hotspot, basta condividere con loro libertà, tutele e diritti: permettergli di raggiungerci con gli aerei e le navi che prenderemmo noi per andare in un altro paese; registrare e regolarizzare gli arrivi, concedere visti, permessi di soggiorno, di uno o due anni, per cercare un lavoro regolare, e aprire alla cittadinanza. Le migliaia di euro oggi investite in viaggi clandestini, lunghi e pericolosi, potrebbero tenerseli per contribuire a mantenersi nei primo anno. Si può proporre come requisito, che giungano con la disponibilità di una certa cifra, cinque, diecimila euro.

Queste persone, potrebbero così decidere di tornare indietro se non riescono ad inserirsi, mentre oggi si trattengono in ogni caso, per la paura di non poter eventualmente ritornare. E potrebbero anche circolare per l’Europa e trasferirsi in altri paesi. Il pretesto con cui la Francia e l’Austria li respingono alle frontiere è che non sono con certezza identificabili. Ma in un sistema di libera circolazione, non occorre nascondere l’identità per il timore di essere rimpatriati. Questo sistema, se siamo in vena di forzature e atti unilaterali, possiamo iniziare a praticarlo noi. È più umano, civile e dignitoso, che prendere in ostaggio i naufraghi migranti e giocare a poker sulla loro pelle. Se permettessimo una libera migrazione legale, avremmo la legittimità morale di contrastare l’immigrazione davvero clandestina. Una legittimità morale che oggi non abbiamo.

La rivoluzione in corso

porta

Una serie di messaggi depressivi sul tema delle molestie, evidenzia le differenze tra gli Usa e l’Italia, per dire che nel nostro paese le donne di successo continuano a tacere o a difendere gli uomini accusati; quindi ritiene che la più tiepida ribellione femminile in Italia sia destinata a rifluire: tutto tornerà come prima. Oppure: le donne non denunceranno mai. Questo pessimismo è comprensibile, ma confonde rassegnazione e impazienza e, forse, un mal celato tifo per gli uomini, che peraltro ne hanno molto bisogno.

Da almeno tre decenni il pregiudizio sessista si è rovesciato nella credenza che le donne siano meglio degli uomini. Lo pensano più le donne degli uomini, ma quelle e quelli che lo pensano, insieme, fanno la maggioranza. Donne migliori significa donne più credibili. Infatti, netta è la maggioranza femminile a dar credito alle accusatrici; consistente la minoranza maschile. Insieme fanno di nuovo la maggioranza dell’opinione pubblica. Il femminismo, uscito dalle sue nicchie, gode di buona salute, tanto da essere divenuto persino un brand per campagne di marketing. Anche se le sue aspirazioni di fondo sono ancora irrealizzate, il femminismo sembra orientare il senso della storia e trascinare con sé una parte crescente degli stessi uomini.

Quella storia che è sempre stata così, nel momento in cui viene nominata, cambia di significato e non può più essere così. Il distacco degli uomini di mondo è un’arma spuntata. Come lo sarebbe nella fiaba «I nuovi vestiti dell’imperatore»: due imbroglioni convincono il re di aver tessuto un abito elegantissimo invisibile agli indegni. I cortigiani, per timore dell’accusa di indegnità lodano il nuovo abito che non c’è. Lo stesso fa persino il re e poi tutto il popolo che lo vede sfilare abbigliato di niente. Finché un bambino esclama: il re è nudo! A nulla sarebbe valsa l’obiezione: tanto lo sapevamo. Rotto il velo di silenzio, rotta l’ipocrisia.

Le nuove tecnologie, la rete, i social media, tra i molti difetti, hanno alcuni pregi: rendono facile e veloce la comunicazione e mettono in contatto le persone con interessi comuni, nonostante le distanze. Questo relativizza l’isolamento delle persone e il potere dei media nel decidere l’agenda dell’informazione. Le denunce amplificate dai grandi giornali sono state precedute da tante denunce di donne comuni contro uomini comuni sui social. Alcune di queste denunce hanno anche assunto rilevanza mediatica come quelle contro le molestie per strada o contro i gruppi di stupro virtuali. Ormai un flusso di comunicazione si è aperto. Con la coscienza femminista, la rottura dell’incantesimo omertoso, e la disponibilità delle nuove tecnologie, far tornare tutto come prima diventa molto improbabile.

Che le donne di successo non denuncino, anzi continuino a difendere gli uomini, dice solo di un punto di partenza più arretrato, non di un progresso mancante. Se le donne di successo traggono ancora qualche vantaggio dal compromesso con il patriarcato, sono comunque una minoranza destinata a ridursi. Una ragione materiale, per la quale è difficile tornare indietro, si aggira nei paraggi del pensiero di una giovane pornostar, la quale coglie un punto, pur collocandolo dal lato sbagliato. Lei vede il sesso femminile come risorsa scarsa. Ho fatto in proposito le obiezioni del caso, ma ne ho saltata una.

Nello scambio tra sesso e potere, le donne possono darci tutto il sesso che vogliamo; noi non possiamo dar loro tutto il potere che vogliono, perché sono donne sempre più istruite, coscienti, ambiziose. Insieme con l’incantesimo, si è rotto un equilibrio. I nostri uomini potenti, non sono in grado di fare di ogni donna desiderata una diva, una ministra, una assunta, una promossa, perciò devono illudere, imbrogliare, costringere, finché si forma una massa di donne capaci di mettere in atto una class action micidiale, che sposta il giudizio d’indegnità. Se in Italia non succede ancora abbastanza, succederà sempre di più. Questa è la direzione.


Riferimenti:
[^] Selvaggia Lucarelli – Non c’è alcuna rivoluzione (…) in corso – FB 20.11.2017
[^] Maria Cecilia Guerra – Perché le donne continueranno a non denunciare le violenze sessuali – HuffPost 24.11.2017
[^] Claudia Torrisi – Molestie sul lavoro: perché in Italia un caso “Weinstein” non c’è e non ci sarà – Valigia Blu 23.10.2017