Il conflitto Grasso-Boldrini e la possibile alleanza tra Liberi e Uguali e il M5S

Laura Boldrini intervistata da Lilli Gruber

Forse, Laura Boldrini si è sbilanciata nel chiudere la porta al M5S, ma per tenerla aperta, Pietro Grasso le ha dato una risposta inadeguata. O meglio, l’ha data a SkyTg24, per dire che non decide lei, decide lui. Rappresentandosi, in tal modo, come uomo solo al comando, nel rapporto con il suo partito (salvo negarlo quando la domanda successiva passa dal dualismo con Boldrini al dualismo con D’Alema) e come maschio alpha, nel rapporto con una donna di pari autorità. Il ruolo di leader, di un leader forte, non implica affatto, nella gestione del dissenso, una sottrazione di autorità nei confronti dell’altro e, in special modo, dell’altra. Lo implica invece una leadership debole.

Lo puntualizzo dopo aver biasimato, in un precedente post, le critiche demolitorie nei confronti di Grasso. Il leader va sostenuto. Egli, a sua volta, sostiene i suoi compagni e le sue compagne, in un circolo virtuoso di autorità. In seguito, Grasso si è corretto nell’assumersi la responsabilità di ricondurre a sintesi il pluralismo. Questa formula, ineccepibile, non avrebbe offerto il pretesto ad un giornale avversario di titolare «Boldrini umiliata da Grasso». Il verbo umiliare sui fogli di destra è spesso usato per infierire sulle donne. Anche questo richiede attenzione. Un partito coerentemente di sinistra, che dica di battersi per una vera parità di genere – concetto discutibile, ma ora diamolo per buono – oltre a promuovere le donne a responsabilità e cariche elettive, dà l’esempio nel riconoscimento e nel rispetto dell’autorità femminile.

Il che non significa che alle donne si dà sempre ragione. Anzi, la differenza sessuale comporta il conflitto tra i sessi. È probabile – l’ho visto molte volte – che il gioco tattico, la manovra politica, appassioni gli uomini ed interessi poco le donne, più legate al senso pratico del fare politica. D’altra parte, il gioco tattico disancorato da un sistema di valori, una visione strategia, una rappresentanza di interessi, vale ben poco. Così, questa idea di aprire al M5S, che io trovo tatticamente quasi intelligente, può non convincere una donna che ha lavorato per il rispetto delle sue simili, dei diritti umani e delle istituzioni. Il suo punto di vista è bene concorra al processo decisionale. La ricchezza del pluralismo, per non essere una formula vuota, richiede che nessuno sia ridimensionato. Laura Boldrini, forse si è sbilanciata, ma non ha tolto autorità a nessuno.

Pietro Grasso intervistato da Maria Latella

Condivido la filosofia del mai dire mai e credo di capire il ragionamento di Grasso (Bersani, Fratoianni e altri): aprire al M5S ci svincola dalla sola interlocuzione con il PD ed aumenta il potere contrattuale nei confronti dello stesso PD. Il M5S non è costitutivamente di destra, è ondivago e opportunista: non sarebbe sorprendente se convergesse su alcuni punti di sinistra, tali da permettere un accordo, peraltro parte del suo programma sociale è già di sinistra. Dopo il 4 marzo, Il M5S potrebbe essere il primo partito ed avere bisogno, in modo determinante, dei voti di LeU per formare un governo. Oppure LeU potrebbe svolgere un ruolo di cerniera per un governo più largo che coinvolga anche il PD. Si dice, si valuterà la situazione dopo il voto, sulla base dei programmi, dato il sistema prevalentemente proporzionale.

Tuttavia, continuare a ripetere che non esistono pregiudiziali nei confronti del M5S, nei codici della politica, significa indicare una preferenza. Dunque, la questione è già posta prima del voto e presenta alcuni nodi. Un accordo è un compromesso nel quale devi rinunciare a qualcosa, se sei il più piccolo tra gli alleati, devi rinunciare anche a molto. Un potenziale alleato ritenuto ondivago, per non ritenerlo di destra, rimane inaffidabile per un accordo di programma, specie nel quadro di un rapporto di forze sfavorevole. Vero che LeU sarebbe determinante, ma nel trasformismo dei parlamenti italiani, le forze minoritarie determinanti sono state spesso sostituite dall’apposita formazione di nuovi gruppi minoritari, per sostenere i governi. Un fallimento dell’accordo, non sarebbe a costo zero. Inoltre, un movimento politico non è solo il suo programma, è anche la sua cultura politica, il suo personale politico. Sulla base del solo programma, la sinistra, in passato, avrebbe potuto considerare il dialogo con i proponenti del programma di San Sepolcro del 1919, che fu, in effetti, la base per l’appello ai fratelli in camicia nera del 1936. La cultura politica dei 5 stelle, per una intera legislatura, si è mostrata impregnata di qualunquismo, xenofobia, e sessismo. Il suo personale politico si è mostrato di una ignoranza e incompetenza imbarazzanti. Molto difficile che tutto questo sia ripulito in un passaggio elettorale.

Infine, immagino, speriamo, che Liberi e Uguali diventi un soggetto politico stabile, strutturato e radicato, ben oltre il cartello elettorale: un nuovo partito di sinistra, che innesti sulla tradizione del movimento operaio, l’antirazzismo, l’ambientalismo e il femminismo. Possiamo magari crederci poco e sperarci molto, ma una cosa pensiamo di saperla: che un partito a struttura forte non nasce e non si costruisce stando al governo e stare al governo non è obbligatorio.

 

Se un leader è necessario, si sostiene

Pietro Grasso - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Un leader appena scelto, in vista di elezioni molto vicine, prima si sostiene poi, eventualmente, si critica. Questo, nell’interesse del gruppo che ritiene necessario avere un leader. Lo penso dopo aver letto due articoli contro Pietro Grasso: uno a firma di Alessandro De Angelis sull’HuffPost, l’altro a firma di Peppino Caldarola su Lettera43. Due firme vicine a Liberi e Uguali e soprattutto a Massimo D’Alema. Il quale del progetto di LeU è il principale ispiratore. Grazie a lui, alla sua esplicita posizione contraria nel referendum costituzionale, la minoranza PD ha potuto rendersi autonoma in modo definitivo da Matteo Renzi e dare vita ad una nuova formazione politica. D’Alema ne potrebbe essere il capo naturale, ma lui, da buon «ex PCI» ha un complesso di legittimazione e preferisce delegare un altro. Da qui il ritornello renziano su chi comanda in Liberi e Uguali.

La contraddizione emerge nella formazione delle liste, dove si misurano i rapporti di forza tra le componenti del movimento (Mdp, Sinistra italiana, Possibile) e tra i partiti e gli indipendenti (Grasso, Boldrini, Muroni), che, in una logica di partito, finiscono per essere visti come una componente a sé. A Grasso è attribuita la richiesta di dieci indipendenti nelle liste. Una richiesta ritenuta eccessiva dai partiti (o da alcuni di loro), perché il futuro gruppo parlamentare di LeU sarà prevedibilmente dimezzato rispetto all’insieme dei parlamentari uscenti dei tre gruppi promotori. Quindi, per ridurne le pretese, arrivano le critiche al leader, troppo lento, poco connesso emotivamente con il popolo di sinistra, abituato alle deferenze, etc. Critiche poco misurate, dannose per l’autorità del leader e la credibilità di un movimento, evidentemente incapace di scegliersi una guida adeguata.

Raffaella Muroni - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Ignoro quanto le critiche siano fondate. Mi dispiace l’abuso della retorica demolitoria. La lentezza e la flemma che ricordano Antonio Ingroia, preso in giro da Maurizio Crozza possono ricordare anche Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, imitato da Corrado Guzzanti. La connessione emotiva con il popolo di sinistra (un tema caro a D’Alema fin dai tempi di Occhetto), possono interpretarla i leader dei vari gruppi di sinistra, che non spariscono in virtù del candidato premier. Per ciò che concerne la scelta della coordinatrice della campagna elettorale, Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, mi pare buono che si tratti di una donna e di un’ambientalista e a giustificarla credo basti il rapporto di fiducia con il candidato premier. Molto esagerato è il paragone con il giglio magico di Renzi che rimanda ad amicizie consolidate e a volontà di esclusione.

Un’analogia che mi viene in mente è quella della Rifondazione degli anni ‘90. Un partito costruito da Armando Cossutta, il quale non poteva, né voleva esserne il segretario: scelse un amministratore delegato, prima Sergio Garavini, poi Fausto Bertinotti, con il presupposto di un vincolo determinante. In entrambi i casi, il vincolo fu rotto da un duello disastroso. Il copione per Cossutta si ripeté persino nel Pdci con il fedelissimo Oliviero Diliberto. Cossutta non seppe scegliere tra la rinuncia a fare il capo e il consentire che il capo lo facesse un altro. Neppure puntò su una leadership collegiale che del capo sa fare a meno. L’importanza della funzione e della figura del capo fu uno degli elementi che distinse nella storia il movimento comunista dalla socialdemocrazia. Il tempo di metterlo in discussione ha coinciso con il sopravvento del leaderismo mediatico.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, durante il brindisi di Natale, Roma, 22 dicembre 2017

Il complesso di legittimazione rende D’Alema simile a Cossutta. Non gli sono sfavorevole: un leader che ha sbagliato, può correggersi e avere nuove possibilità. Ho trovato incivile la rottamazione. Spero sappia sottrarsi all’effetto configurante delle caricature fatte ai suoi danni. Né mi sento particolarmente favorevole alla leadership di Pietro Grasso, anche se ritengo che avere i due presidenti del parlamento alla testa del movimento sia un elemento di forza da non indebolire, specie con argomenti che rasentano il populismo. Personalmente, avrei preferito la scelta di Laura Boldrini e una leadership caratterizzata da una forte relazione tra donne, un giglio magico femminile, poiché aderisco al pregiudizio secondo il quale le donne peggio degli uomini non possono fare.

Time e Politico

Time Metoo

Ho provato una bella soddisfazione nel leggere la notizia di due importanti riconoscimenti. Le donne che hanno rotto l’omertà sugli abusi sessuali, con l’hastag #metoo, elette persona dell’anno sulla copertina del Time, uno dei più autorevoli settimanali del mondo, il primo negli Stati Uniti. Laura Boldrini indicata come quinta personalità internazionale più influente da Politico Europe, la rivista di Bruxelles, erede di European Voice, versione europea del quotidiano di Washington e New York. Due riconoscimenti motivati dalla lotta alla violenza sessista. Una lotta per la quale faccio il tifo e a cui provo a partecipare.

Qualche giorno fa, una giornalista, Monica Ricci Sargentini, ha mostrato i numeri delle prime pagine dei due principali quotidiani italiani. Dieci firme sul Corriere della Sera, otto di uomini, due di donne. Dodici firme su Repubblica, otto di uomini, quattro di donne. Credo questo spieghi perché i media italiani hanno puntato molto nel rappresentare le donne divise tra loro sul caso Weinstein e i suoi omologhi nostrani, nonostante i sondaggi, come le discussioni sui social, mostrino una netta maggioranza femminile a favore delle denunce e gli uomini spaccati a metà come una mela.

Forse, l’Italia è un po’ più indietro rispetto agli Stati Uniti e al nord Europa e i riconoscimenti del Time e di Politico.eu possono essere qui percepiti come elitari, estranei a problemi più seri e materiali. La violenza, le molestie ed il sessismo simbolico, in effetti, non sono ancora molto avvertiti come problemi degli uomini. Tuttavia, ciò che appare elitario, penso sia solo anticipatorio, direi ormai quasi puntuale. Le avversioni esplicite provengono quasi solo dai fogli di destra e dal loro ambiente di riferimento.

Le Silence Breakers hanno rotto una visione maschile di comodo, quella di un immaginario erotico condiviso tra i sessi: il Vis grata puellae, la violenza gradita alla fanciulla, derivato dall’arte amatoria di Ovidio e spesso citato dalla giurisprudenza italiana nelle cause per violenza sessuale. Se pure continueranno ad esserci dei molestatori, si vedranno come tali. E questo, voglio sperare, oltre al maggior timore di doverne rendere conto pubblicamente, ne ridurrà il numero e la baldanza.

Laura Boldrini Politico

Laura Boldrini, per quanto osteggiata, ha spinto l’acceleratore sul cambiamento del linguaggio, secondo le indicazioni di Alma Sabatini nel suo lavoro sul Sessismo nella lingua italiana (1987). Lo stesso ha fatto nella lotta contro la misoginia sul web. La presidente della camera è inoltre la personalità politica che sa dire le parole più chiare sull’accoglienza dei migranti.

Time 1967I dissensi maschilisti e razzisti sono violenti, chiassosi, folcloristici. Questo li fa apparire più grandi e popolari di quello che sono. Spesso tendiamo a considerare popolari, i sentimenti e gli orientamenti più reazionari, perché diamo per scontata la prevalenza di ignoranza e arretratezza e in modo paternalistico ci diciamo di voler comprendere le paure della gente comune, fino a chiudere gli occhi sulla misoginia e la xenofobia. In realtà, anche i riconoscimenti più prestigiosi, non sarebbero possibili, senza essere il riflesso di un orientamento che è anche popolare. Angela Scarparo ricorda che nel 1967, il Time mise in copertina i giovani come protagonisti dell’anno. Poi, venne il ’68.


Riferimenti:
[^] Time, la «Persona dell’anno», ai «Silence Breakers»
[^] Politico.eu per l’Italia punta su Laura Boldrini.

Il voto di fiducia sulla legge elettorale

Mattarella-Boldrini

L’opposizione si fa al governo, al presidente del consiglio, alla coalizione di maggioranza, non al parlamento ed alla sua presidente. Mi dispiace molto perciò vedere Maurizio Acerbo, il nuovo segretario di Rifondazione comunista, fare confusione tra i due piani ed imitare i 5 stelle nel prendere di mira la terza carica dello stato, Laura Boldrini e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con tanto di maxi-foto e rilanci vari, per protestare contro il voto di fiducia sulla legge elettorale; una scelta, quella di porre la fiducia, che è responsabilità del PD e del governo e contro la quale la presidente della camera non ha il potere di opporsi, perché l’incostituzionalità della procedura, denunciata da una parte delle opposizioni, è solo presunta, solo una questione di interpretazione.

Con la fiducia è stata approvata la legge truffa del 1953 e l’Italicum del 2015. L’Italicum è stato modificato dalla Corte Costituzionale, ma non giudicato incostituzionale per il modo in cui è stato approvato e nessun tentativo è stato fatto per provare ad interpellare la Corte su questo punto.

Secondo una parte delle opposizioni, il voto di fiducia posto sulla legge elettorale viola l’art. 72 della Costituzione, che vuole per le leggi in materia costituzionale, elettorale e di delegazione legislativa, sia sempre rispettata la procedura normale di esame e di approvazione diretta della Camera. Questa procedura consiste nel fatto che ogni disegno di legge sia esaminato articolo per articolo, prima in commissione, poi in aula. Ma la procedura normale non esclude esplicitamente il voto di fiducia. La fiducia posta dal governo è su tre articoli, da votare uno per volta. Dunque, la forma è salva.

Sul piano politico, se ne può dire tutto il male possibile, e lo dico, perché il voto di fiducia fa della legge elettorale una questione del governo, contro questa o quella minoranza, ma per questa scelta autoritaria, bisogna prendersela con i responsabili, non con la presidente della camera, che non può improvvisarsi capo dell’opposizione.


Aggiornamento:
[^] Perché non potevo negare il voto di fiducia – Laura Boldrini, il manifesto 13.10.2017

I vantaggi della violenza virtuale

Pollice Verso, by Jean-Léon Gérôme

La violenza virtuale quando diventa persecutoria è violenza psicologica ed è pericolosa: può indurre all’omicidio (Jo Cox in Gran Bretagna), al suicidio (Tiziana Cantone in Italia); far soffrire terribilmente (tante vittime di cyberbullismo, vendette porno, tempeste di merda, bufale). Questa violenza non riguarda solo una folla di ignoranti frustrati, che si fa gruppo sui social e si sente impunita, anche se una questione di alfabetizzazione esiste, basti vedere quanto sia difficile fare umorismo sulle fake news senza essere fraintesi e presi sul serio.

Questa violenza riguarda il necessario collante delle culture identitarie razziste e nazionaliste o del revanscismo maschilista e misogino. L’essere capaci di stare insieme solo contro un nemico, uno straniero, un corpo alieno, un disertore, un capro espiatorio, o semplicemente un punching ball. La teorizzazione di una intolleranza che inquina e contagia: il combatterla si alimenta di risentimento, il non combatterla, trova le occasioni per emularne il linguaggio. Penso a come noi civili e democratici vediamo certi leader e i giornalisti della destra, al senso di repulsione che ci provocano, o a certe miserie delle dispute intestine alla sinistra.

A preoccupare, oltre i violenti, è la comprensione per il violento, il biasimo per la vittima, l’odio strisciante, il divertimento normalizzante. La violenza virtuale al tempo della televisione commerciale e di Internet è un grande circo, un dispositivo per generare ascolti, visite, traffico, e per vendere inserzioni e dati utenti. Giornali come il Corriere della Sera adesso scrivono articoli di consenso per Laura Boldrini che reagisce alle offese sessiste e razziste, ma sono gli stessi giornali ad amplificare in modo acritico gli insulti contro di lei o contro altri, a dare notizia con fare neutrale di battute e video dal livore provocatorio di uomini di cultura, contesi dalle televisioni a suon di migliaia di euro, come ci informa lo stesso Corriere. Improbabile poter fare da anticorpo alla violenza mentre se ne sfruttano i vantaggi.

Un vantaggio è l’immediata semplificazione della lotta politica. Invece di elaborare un programma, strutturare un discorso, articolare un ragionamento, è più facile insultare l’avversario, rappresentarlo in modo ridicolo, immorale, attribuirgli dichiarazioni e comportamenti falsi e indegni, persino i più assurdi, incredibilmente creduti. Il frastuono di una minoranza di violenti, la fa sembrare maggioranza o addirittura unanimità («Tutti la odiano»). L’aggressione che offende, intimidisce, azzittisce, emargina, espelle, diventa esercizio di potere, surrogato di autorità, sfida simbolica al monopolio della violenza, quasi come lo fu lo squadrismo fascista, con un corollario simile di comprensione e complicità. A scopo deterrente, si lasciano affogare in mare i migranti; e si lasciano affogare nel fango le ong e la donna politica più favorevole all’accoglienza.

La violenza è una vantaggiosa strategia dell’attenzione, persino nello sfruttare l’ingenua indignazione dei non violenti. Chiunque, appena un po’ noto, può diventare molto noto, con la battuta viscerale di un tweet. La denuncia paradossalmente aiuta la viralità del messaggio. Post scritti con caratteri piccoli criticano screenshot di offese a caratteri cubitali, che di denuncia in denuncia fanno il giro delle pagine facebook. Come accade con la diffusione disapprovante di molti video incivili, per non dire delle televisioni, dei quotidiani o di semplici fans, pronti ad informarci che il tal dei tali ha massacrato, demolito, asfaltato, distrutto, il talaltro.

Lo spettacolo della violenza diverte. Umiliare qualcuno o vedere qualcuno umiliato è un intervallo eccitante tra il vuoto e la noia. C’è del compiacimento a mostrarlo, in chi lo esalta e forse pure un po’ in chi lo condanna. È qualcosa che coinvolge la sessualità maschile. Gran parte del bullismo contro le donne è a sfondo sessuale. Umiliare una donna, specie una donna importante, di potere, una donna femminile, è eccitante per gli uomini. Quando è colpita una donna, molti titoli giornalistici usano proprio il verbo, umiliare, per dirci che lui ha umiliato lei. A sostegno, interviene una singolare distorsione egualitaria: poiché tutte le donne sono umiliate dalla misoginia e dal sessismo, è democratico che la siano anche le donne più importanti.

Come contrastare la violenza offensiva in rete, riguarda allora questa domanda: come trasformarla da vantaggio in svantaggio, come renderla controproducente, come negarle i suoi premi più ambiti: l’attenzione, il divertimento, l’eccitazione e il potere. Di fronte alla tematizzazione della violenza in rete, c’è chi si preoccupa principalmente di assolvere la rete e di tutelarne la libertà d’espressione; non quella delle vittime, ma quella più rozza della libera volpe in libero pollaio. Io tengo alla libertà d’espressione di tutti, ma non riesco a separarla dalla responsabilità. L’arbitrio irresponsabile non è condizione di libero arbitrio. Al contrario: è la premessa dell’autoritarismo. Anche per questo la violenza virtuale è pericolosa.


Riferimenti:
[^] Relazione finale della commissione Jo Cox – 28.07.2017
[^] La furia della rete – Maura Gancitano, Tlon 15.08.2017
[^] Non è un post qualunque – Selvaggia Lucarelli, 16.08.2017
[^] Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini – 15.08.2017

Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini

Laura Boldrini - Presidente della Camera dei deputati

La condanna dell’orribile tiro al bersaglio contro una persona e la critica a quella persona sono due discorsi diversi da tenere distinti. Metterli in relazione, non è onesta intellettuale, ma un modo furbesco per rilanciare lo stesso tiro al bersaglio in una forma più educata. È la sensazione che mi dà l’ultimo articolo di Linkiesta dedicato alla presidente della camera. Il testo richiama al rispetto umano, ma si accoda nella mancanza di rispetto politico e morale; mentre stigmatizza gli insulti, ribadisce contro di lei i soliti luoghi comuni ostili: antipatica, sussiegosa, miracolata. L’autore potrebbe essere più onesto se sottoponesse a critica, non solo l’eccesso, ma proprio lo sguardo dei tiratori, cioè quanto lui stesso ha in comune con loro.

Il sussiego e il difetto di ironia in una donna, si vedono più facilmente quando dalle donne si pretende un supplemento di umiltà e di comprensione. La miracolata, quando si è incapaci di riconoscere nelle donne, specie in quelle più femminili, capacità e competenze; e quando si ritiene di appartenere al sesso dei miracolosi. Laura Boldrini ha più storia di Nichi Vendola. La presidente della camera può non piacere. A me piace, la trovo più simpatica di Fulvio Abbate; più adeguata e meritevole della media del personale politico istituzionale attualmente in carica; condivido le sue idee e le sue battaglie. I difetti a lei attribuiti non c’entrano nulla con l’odio ossessivo che riceve. Cecile Kyenge reagiva al lancio di banane con ironia e senza sussiego, ma di insulti ne riceveva altrettanti.

Esistono aree politiche, il M5S, la Lega, i fascisti, i tabloid berlusconiani, che fanno politica in modo incivile; agitano xenofobia e misoginia. Questa inciviltà trova argini deboli. La violenza verbale è una modalità di relazione, soprattutto nel linguaggio della destra, da quando esiste la televisione commerciale e, in special modo, da quando il padrone della televisione commerciale è diventato il capo della destra. La violenza fa audience e al tempo stesso intimidisce gli avversari, li delegittima, e supera le difficoltà del ragionamento. Questo linguaggio, che coinvolge e mobilita gli incolti e i frustrati pronti a trovare uno sfogatoio nei social-network, è stato assunto da molti giornali tradizionali che, invece di fare da anticorpo, fanno da veicolo, per ottenere lettori, visitatori, inserzionisti.

A questo si accompagna una perdita di autorità e di potere della politica. Così, l’ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati più che riuscire a sollevare la stima delle istituzioni, ne è tirata giù. D’altra parte, è lo scopo della violenza politica virtuale: dimostrare che quell’avversaria non merita rispetto, non ha la forza di farsi rispettare, è senza autorità. Così, anche chi la sostiene finisce per avere l’immagine deformata di una figura (a torto) molto odiata e quindi vulnerabile. Eppure la presidente della camera ha una fanpage di 250 mila sostenitori, contro gli 80 mila del presidente del senato e non ha mai subito una contestazione popolare in una iniziativa pubblica.

Laura Boldrini riassume tutti gli spettri dei reazionari: è una donna al potere; è femminista; è indipendente, non è sotto la tutela di un leader maschio e di un partito; è di sinistra; vuole accogliere ed integrare i migranti; Al tempo stesso, non è radicale e questo dispiace ad una parte dei suoi compagni, che non capisce come mai la presidente della camera non agisca come un capo d’opposizione. Lei interpreta un ruolo di mediazione: tra istituzioni e società, tra maggioranza e opposizione, tra vecchio e nuovo, tra le sinistre, tra italiani e stranieri, il ruolo del ponte. I ponti in tempo di pace si attraversano, in tempo di guerra si bombardano. Il linguaggio violento della destra ha introdotto in politica una psicologia da guerra civile.


Articoli correlati:
[^] Perché odi Laura Boldrini – Maura Gancitano, Tlon 2.08.2017
[^] Contro i seminatori di odio è tempo di reagire insieme – Laura Boldrini 28.07.2017
[^] Giù le mani da Laura Boldrini (nonostante tutto) – Fulvio Abbate, Linkiesta 26.07.2017
[^] Gli odiatori e chi li spinge all’odio – Daria Bignardi, Barbablog 29.11.2016
[^] Tutte le bufale su Laura Boldrini – Marco Sarti, Linkiesta 19.08.2016
[^] Perché attaccano Laura Boldrini? – Arturo Scotto, HuffPost 02/08/2016
[^] Perché un pezzo di internet odia Laura Boldrini? – Gabriele Ferraresi, dailybest 26.07.2017

Pionieri del web nostalgici del patriarcato

Le battaglie di civiltà competono a tutte le persone civili, qualunque posizione occupino, anche se i tutori del far west vogliono negare l’autorizzazione

basta-bufale

Navigo in rete dal 1998; mi diverte, mi consente di accedere a molte fonti, scrivere, esprimermi, partecipare. Tuttavia, ho sempre vissuto con disagio, rabbia e sofferenza le manifestazioni di inciviltà virtuale, forme di violenza psicologica dagli effetti censori ed escludenti, quando non pericolosi per la salute psicofisica delle persone colpite. Spesso si tratta di violenza sessista. Nel confrontarmi con le donne nei forum e nei social network, ho imparato a farne una questione politica. Perciò condivido la lotta di Laura Boldrini su questo fronte; l’appello contro le bufale, la richiesta a facebook di aprire un ufficio operativo in Italia, di assumersi la responsabilità dell’odio che permette di divulgare in dimensioni universali, di porre un limite.

Comprendo il dissenso, specie se accompagnato da suggerimenti e idee migliori, ma trovo del tutto inconsistente il tentativo di delegittimare la presidente della camera condotto dall’alto di una cattedra immaginaria. L’iniziativa di Laura Boldrini, coerente con la sua biografia, può non essere espressamente contemplata dalla carica istituzionale che ricopre, ma non è in contraddizione e non invade alcun campo, poiché al momento nessuno se ne occupa. C’è anzi da essere grati per il suo intervento. Le battaglie di civiltà competono ad ogni persona civile, qualunque posizione occupi. I tutori del far west, che pure si nascondono dietro la «complessità» e la «libertà d’espressione», non sono d’accordo, pretendono di negare l’autorizzazione, e soprattutto nulla propongono.

laura-boldrini-non-e-mio-padre-il-post

Tra di essi, ho presente Massimo Mantellini, poiché scrive sul Post di Luca Sofri. In un suo precedente articolo si era fatto notare per un titolo molto poco degno, nel quale equiparava Laura Boldrini a coloro che le rivolgevano offese vergognose, per chiedere l’allontanamento di entrambi dalla rete. Nell’ultimo, ha avuto una pensata più interessante e rivelatrice: ha titolato «Laura Boldrini non è mio padre». Il titolo gioca sulla complicità di una evidenza inconfutabile. Laura Boldrini è una donna, può essere madre, lo è, impossibile sia padre. Il padre è (o meglio, vorrebbe ancora essere) il simbolo dell’autorità. Ergo una donna non può essere l’autorità. Non le compete. Se accede al potere, che almeno stia rigorosamente nei suoi limiti, sia invisibile e non approfitti della sua eccezionalità.

Vedo poco il pioniere virtuale e molto il nostalgico patriarcale; le due cose in fondo vanno d’accordo dato lo stereotipo che vuole la tecnologia, l’autorità, la sfera pubblica, come cose da uomini (lei non conosce, lei non capisce). Il padre, figura spesso assente, talvolta delinquente, è dello stesso sesso di Mantellini, di Zuckerberg, del direttore di Libero, delle camerate maschili che occupano governi, consigli d’amministrazione e redazioni, degli odiatori del web. Laura Boldrini è dello stesso sesso di Tiziana Cantone, delle tante ragazze umiliate nei gruppi misogini, di Arianna Drago censurata da facebook per aver denunciato quei gruppi, di Hillary Clinton sommersa dalle menzogne diffamatrici dei gruppi repubblicani di sostegno a Trump, di Jo Cox la deputata laburista messa alla gogna sul web e uccisa da uno squilibrato di estrema destra. La differenza sessuale mostra gli interessi e le competenze: l’impegno di Laura Boldrini contro l’odio e la violenza in rete e l’impegno dei Massimo Mantellini contro Laura Boldrini.


P.s. Nel suo post sulle parole ostili (che dà per vincenti), egli parla bene solo di Gianni Morandi (un uomo), mentre mette in cattiva luce Laura Boldrini, le giovani giornaliste del Corriere della Sera, Giulia Belardini, responsabile della polizia postale per il Friuli (le donne). Rosy Russo, ideatrice del manifesto per una comunicazione non ostile, è citata solo in funzione narcisistica: non che lei abbia detto qualcosa di interessante, lei ha chiesto il pensiero di lui. E lui le ha concesso una pacca sulla spalla (un’iniziativa bellissima) e l’avvertimento che le sue belle intenzioni saranno seguite dal peggiore dei comportamenti. Ecco il padre che tutti vorremmo avere.