Sul tracollo della «sinistra»

Trend elettorale 2013-2018 del PD

La sconfitta della sinistra è stata annunciata da varie tornate amministrative, dall’esito del referendum costituzionale e da molti sondaggi. Una sconfitta prevedibile da tempo. L’annuncio era verosimile: il partito al governo avrebbe pagato il conto della crisi economica, nonché l’identificazione con il cosiddetto establishment, punito in tutto l’Occidente dall’ascesa di movimenti populisti, fino alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ci si aspettava che lo stesso vento elettorale arrivasse in Italia. Ed è arrivato.

Inaspettate invece sono state le proporzioni della sconfitta. Trump negli Stati Uniti, vinse per un soffio e solo nell’assegnazione dei grandi elettori. In Italia, per quanto il PD abbia creduto o voluto far credere di essere competitivo per il primato dei voti o almeno dei seggi assegnati, il suo risultato è finito sotto la soglia psicologica del 20%; il dato più negativo per la sinistra dal dopoguerra o addirittura da prima della Grande guerra, il 1913. Cosa ha provocato una sconfitta in simili proporzioni? Non lo sappiamo, ma possiamo fare il punto sulle congetture.

Un elemento che può aver forzato in negativo il dato del PD è la logica utilitaria, derivante dal sistema maggioritario e dall’idea di eleggere il governo e non il parlamento, poiché la rappresentanza e l’opposizione non conterebbero nulla. L’elettorato del PD è stato a lungo educato alla logica del voto utile. L’eccezionale appello di Indro Montanelli (Turatevi il naso, ma votate DC), è stato elevato a regola permanente, tanto da essere esplicitamente citato da Matteo Renzi, per chiedere il voto ai suoi candidati. Una citazione paradossale. Indro Montanelli era un giornalista liberale di destra che chiedeva il voto per la DC, al fine di arginare il PCI, nel quadro del bipartitismo imperfetto degli anni ‘70. I dirigenti democristiani, pur apprezzando l’appello, non l’avrebbero mai fatto proprio, per l’evidente effetto autodenigratorio.

I dirigenti e attivisti del PD invece sono stati montanelliani in prima persona. E lo sono stati soprattutto a guardia del possibile esodo elettorale verso Liberi e Uguali, senza vigilare sulle altre possibili destinazioni, incentivate proprio dall’indicazione di turarsi il naso e votare il meno peggio, come si farebbe nel riorientare la propria scelta in un secondo turno elettorale: dati tre poli, se uno è perdente in partenza (il centrosinistra), non rimane che scegliere tra i due possibili vincenti (centrodestra e M5S). Una parte dell’elettorato PD, specie al sud, deve aver ragionato così, anche in forza del profilo incolore dei perdenti rispetto ai vincenti. Dunque, una scelta, riguardo il PD, più derubricante che punitiva.

Flussi elettorali del PD dal 2013

Tuttavia, l’elemento punitivo non è mancato. Come vediamo in questi giorni, il centrodestra con il 37% e il M5S con il 32%, da soli, non hanno i numeri per formare un governo. Nel 2013, grazie ad un premio di maggioranza spropositato (poi dichiarato inconstituzionale) alla Camera e d’accordo con Berlusconi (poi con Alfano e Verdini) al Senato, il PD ha sempre potuto formare un governo: maggioritario in parlamento, ma minoritario nel paese. Un governo consapevole di essere minoritario si muove con cautela e cerca la condivisione.

Il PD di Matteo Renzi, invece, si è comportato come se fosse stato davvero un partito del 40%, con il popolo con sé, contro tutti gli altri: i corpi intermedi, la vecchia guardia, i gufi, i rosiconi, etc. Ha fatto riforme importanti e antisociali, come quelle sul lavoro e sulla scuola, e le ha imposte con il voto di fiducia; ha tentato persino di riformare a fondo la Costituzione ed ha trattato i suoi avversari con irrisione ed arroganza. Un’espressione di questo atteggiamento fu il tweet provocatorio del deputato PD Ernesto Carboni che, ad urne ancora aperte, salutava con un «ciaone» i sostenitori del referendum sulle trivelle, avviato a mancare il quorum. Con questo atteggiamento, il PD renziano è andato incontro alla legge del contrappasso.

All’elemento punitivo si associa l’elemento sociale nei confronti dell’ex partito del lavoro divenuto il partito garante del rispetto dei trattati economico finanziari dell’Unione europea. Lo storico marxista Giorgio Candeloro sosteneva che la borghesia fosse veloce a cambiare cavallo, cioé partito di riferimento, se e quando le conveniva, mentre le classi subalterne, per fare lo stesso, potevano impiegavano decenni. Questo cambiamento che non è mai avvenuto a vantaggio della sinistra radicale, forse sta avvenendo a vantaggio del M5S. Lo vediamo nella geografia del voto delle grandi città, con il PD, partito delle élite, assediato nei centri cittadini e nei quartieri bene dalle periferie pentastellate. Non penso che il dato sociologico sia sufficiente per qualificare il M5S come nuovo partito di sinistra, poiché sempre a detta dello storico, è il programma che fa il partito di classe, ma esiste una potenzialità: alcuni punti di programma ci sono, come il reddito di cittadinanza e la reintroduzione dell’art. 18, e molti ex elettori di sinistra la pensano così: che il M5S sia il nuovo partito dei più deboli.

Infine, c’è l’esaurimento del renzismo. Fatto tutto quel che ha fatto, dopo il 4 dicembre 2016, perso il referendum costituzionale, Matteo Renzi e il suo gruppo non hanno più avuto nulla da proporre. Ora, i suoi sostenitori chiedono di non farne un capro espiatorio, di non addossare a lui responsabilità che hanno dimensioni storiche e globali. In parte, essi hanno ragione; in parte, devono però ammettere che se Renzi poteva essere glorificato per l’effimero dato elettorale europeo del 41%, qualcosa adesso tocca addebitargli per il ben più pesante 18% delle elezioni politiche. A lui, ai suoi collaboratori e sostenitori.

Variazioni elettorali del PD

Al tracollo della sinistra hanno partecipato Liberi e Uguali e Potere al popolo. I primi, hanno mancato un risultato di rilievo nazionale, almeno il 5-6%, i secondi sono rimasti molto al di sotto della soglia di sbarramento. I due insuccessi mostrano che una non è la soluzione ai problemi dell’altra. Nella sinistra alternativa si può essere in continuità o in discontinuità, responsabili o radicali, moderati od estremisti, sobri o brilli, si perde lo stesso. Le spiegazioni tipo «Siamo appena nati», «Non ci hanno dato spazio», «Gli altri non hanno fatto un passo indietro», etc. oltre ad essere omissive, sono vittimistiche ed infantili, specie al tempo dei social media, dove si può esistere ed apparire anche senza essere invitati ai talk-show. L’unico momento in cui Liberi e Uguali ha determinato il dibattito politico è stato quando ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie. Di Potere al popolo ci si è accorti solo per la proposta di abolire il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi. Poi è certo vero che la logica maggioritaria e governativa e le sue leggi elettorali sono molto svantaggiose per le minoranze, specie se fuori dalle coalizioni, anche se quelle dentro non hanno certo fatto meglio, tuttavia questo non dipende da noi.

Per quale motivo si può scegliere di votare una minoranza? Perché evoca un passato di cui si ha molta nostalgia; perché evoca un futuro per il quale si ha una grande aspettativa; perché candida personalità molto attraenti. Liberi e Uguali ha evocato la nostalgia dell’Ulivo, dei Ds, del PD originario, ma è stata smentita da Prodi e Veltroni, più evocativi di D’Alema e Bersani, rispetto a quella esperienza che, in verità, al di fuori di un segmento simpatizzante, non è ricordata con grandi rimpianti, come invece accade per il PCI di Enrico Berlinguer. In più, Liberi e Uguali, nel rievocare l’Ulivo si è trovata in contraddizione con la sua collocazione e le sue dimensioni, nell’occupare lo spazio politico che fu di Rifondazione comunista.

Liberi e Uguali. Il voto classico di sinistra

Laura Boldrini - Vota Liberi e Uguali

Mi chiede: «E tu per chi voti?». Rispondo: «Liberi e Uguali». Lei: «Va bene, ma come lo motivi politicamente?» Io: «C’è Laura Boldrini». Lei: faccia ironica e rassegnata. Se piace una persona, cosa si può obiettare? D’altra parte, basta una persona per scegliere un partito? Nella nostra cultura di sinistra, no. Si sceglie per una visione del mondo, un progetto, un programma, un soggetto collettivo, come fa il manifesto degli intellettuali. Per parte mia, aderisco a questa cultura non personalistica, ma capita ci sia una persona, per milioni o per alcuni, per quelli che la sostengono e per quelli che l’attaccano, più capace di altre di essere una bandiera.

Per me, Laura Boldrini corrisponde ai contenuti, ai valori, che lei stessa ha nominato nella chiusura della sua campagna elettorale a Milano, per delineare la fisionomia del nuovo partito che Liberi e Uguali può diventare: il laburismo, l’europeismo, l’ambientalismo, la solidarietà, il femminismo. Quest’ultimo citato con più enfasi. Poi, c’è un magnetismo che è difficile mettere in parole. Ha la sua importanza, per me, il fatto che lei sia una donna e altre con lei, come Anna Falcone e Rossella Muroni. Che a favore di questa lista ci siano Maria Luisa Boccia, Rossana Rossanda, Luciana Castellina. Perché da tempo dò più credito alle leadership femminili.

Detto da osservatore esterno, un po’ tutto il personale politico di Liberi e Uguali è abbastanza di mio gradimento. Nell’insieme i candidati più noti, li vedo come persone competenti, presentabili, rispettabili, a tratti persino un po’ ingenue, non mediatiche, non demagogiche, che non fanno gli strilloni, non cercano di piacerti, non ti dicono «Sono uno di voi». Parlano alla testa, si affidano al ragionamento, al discorso strutturato. Non mostrano ostilità nei confronti degli avversari. Chiedono un voto per sé, non contro altri.

Nel complesso Liberi e Uguali mi appare come una formazione di sinistra equilibrata. Né convertita, né identitaria, ma unitaria. Né moderata, né estremista, ma socialista. Né squadra, né popolo, ma partito. Un partito di sinistra in senso classico, plurale e potenzialmente grande, quello che si dà per programma l’attuazione della Costituzione. In tempo di crisi e confusione, di moderno medio evo, il ritorno al classico mi pare la scelta più saggia.

Inutile che la sinistra si annulli per mitigare la sconfitta del PD

Media sondaggi coalizioni

Il PD chiede il voto utile per battere la destra. Lo chiede agli elettori di sinistra. Se però leggiamo la media dei vari sondaggi elettorali, vediamo che il centrodestra è dato al 36,9 per cento, il centrosinistra al 27,8 e la sinistra al 5,9. Lo spostamento dei voti di sinistra sul centrosinistra, dunque, non servirebbe per battere la destra, ma solo per mitigare la sconfitta della coalizione centrata sul PD.

La questione del voto utile è complicata. Si pone per la quota maggioritaria del sistema elettorale, che elegge il 37 per cento dei seggi. Il restante 63 è ripartito in modo proporzionale. E si pone in modo diverso in ciascun collegio uninominale. Alcuni collegi sono sicuri per il centrodestra, altri per il PD, altri per il M5S. In tali collegi, gli elettori delle minoranze non hanno da preoccuparsi del voto utile inteso a battere lo schieramento di cui hanno più paura. La preoccupazione vale per i collegi dove l’esito è incerto.

Tuttavia, se l’obiettivo è battere la destra, non è detto che il voto utile sia sempre quello al PD. In tanti collegi, specie al sud, il candidato più competitivo è quello del M5S. Se gli elettori di sinistra volessero prestare ascolto agli appelli per il voto utile, dovrebbero valutare collegio per collegio, se per battere la destra è più utile votare PD o M5S. In coerenza con il proprio appello, una tale valutazione dovrebbe farla lo stesso PD, per ritirare il proprio candidato quando può danneggiare il candidato più competitivo alternativo al centrodestra.

Gli elettori di sinistra dovrebbero, inoltre, valutare se la sconfitta di uno schieramento è importante fino al punto di voler annullare la propria rappresentanza parlamentare. Questo fu l’effetto del voto utile nel 2008: non impedì la vittoria del centrodestra, ma escluse la sinistra arcobaleno dal parlamento, solo per ridimensionare un po’ la sconfitta del PD guidato allora da Veltroni. Votare «utile» nel 2018, vorrebbe dire con ogni probabilità replicare in parte quel risultato.

Media sondaggi partiti

Se il PD avesse davvero ritenuto necessario il voto di sinistra, per battere la destra, avrebbe costruito un’alleanza con la sinistra, invece di spendere adesso la carta del ricatto in campagna elettorale. Questa tattica cinica, che punta a mettere gli elettori di sinistra con le spalle al muro, spaventati dalla prospettiva della vittoria del nemico più temibile, qualifica l’autorità e la credibilità di chi la pratica, specie se la pratica di continuo ad ogni campagna elettorale.

Il PD, inoltre, avrebbe potuto battersi per una legge elettorale che prevedesse il voto disgiunto tra maggioritario e proporzionale, in modo da consentire agli elettori delle minoranze di votare «utile» nel maggioritario. Ha invece voluto un voto unico, con il probabile obiettivo di far fuori le liste alla sua sinistra. Anche questo dice della credibilità di chi si appella al voto utile.

Il PD è il principale responsabile dei governi degli ultimi anni, almeno dal 2011 e in particolare dal 2013. Se oggi, il centrodestra e il M5S sono più forti, è una conseguenza delle politiche di centrosinistra, che hanno penalizzato le pensioni, precarizzato il lavoro, aziendalizzato la scuola, assecondato le paure sull’immigrazione. Il PD è stato finora una diga bucata, per arginare le destre e i populisti.

Sia nel caso (possibile, ma improbabile) che vinca il centrodestra, sia nel caso (possibile e probabile) che non vinca nessuno e si formi un governo di centro (PD-Forza Italia), è necessario che si ricostruisca un’opposizione di sinistra nella società e in parlamento. Il voto utile va dunque misurato, non solo sul governo, ma sull’insieme del quadro politico. In questo senso, è poco utile il voto a Potere al popolo, che prevedibilmente sarà al di sotto della soglia di sbarramento e non potrà tradurre i suoi voti in seggi, mentre può essere utile il voto a Liberi e Uguali, che potrà avere, con la ripartizione proporzionale, un gruppo alla Camera e un gruppo al Senato.

Il conflitto Grasso-Boldrini e la possibile alleanza tra Liberi e Uguali e il M5S

Laura Boldrini intervistata da Lilli Gruber

Forse, Laura Boldrini si è sbilanciata nel chiudere la porta al M5S, ma per tenerla aperta, Pietro Grasso le ha dato una risposta inadeguata. O meglio, l’ha data a SkyTg24, per dire che non decide lei, decide lui. Rappresentandosi, in tal modo, come uomo solo al comando, nel rapporto con il suo partito (salvo negarlo quando la domanda successiva passa dal dualismo con Boldrini al dualismo con D’Alema) e come maschio alpha, nel rapporto con una donna di pari autorità. Il ruolo di leader, di un leader forte, non implica affatto, nella gestione del dissenso, una sottrazione di autorità nei confronti dell’altro e, in special modo, dell’altra. Lo implica invece una leadership debole.

Lo puntualizzo dopo aver biasimato, in un precedente post, le critiche demolitorie nei confronti di Grasso. Il leader va sostenuto. Egli, a sua volta, sostiene i suoi compagni e le sue compagne, in un circolo virtuoso di autorità. In seguito, Grasso si è corretto nell’assumersi la responsabilità di ricondurre a sintesi il pluralismo. Questa formula, ineccepibile, non avrebbe offerto il pretesto ad un giornale avversario di titolare «Boldrini umiliata da Grasso». Il verbo umiliare sui fogli di destra è spesso usato per infierire sulle donne. Anche questo richiede attenzione. Un partito coerentemente di sinistra, che dica di battersi per una vera parità di genere – concetto discutibile, ma ora diamolo per buono – oltre a promuovere le donne a responsabilità e cariche elettive, dà l’esempio nel riconoscimento e nel rispetto dell’autorità femminile.

Il che non significa che alle donne si dà sempre ragione. Anzi, la differenza sessuale comporta il conflitto tra i sessi. È probabile – l’ho visto molte volte – che il gioco tattico, la manovra politica, appassioni gli uomini ed interessi poco le donne, più legate al senso pratico del fare politica. D’altra parte, il gioco tattico disancorato da un sistema di valori, una visione strategia, una rappresentanza di interessi, vale ben poco. Così, questa idea di aprire al M5S, che io trovo tatticamente quasi intelligente, può non convincere una donna che ha lavorato per il rispetto delle sue simili, dei diritti umani e delle istituzioni. Il suo punto di vista è bene concorra al processo decisionale. La ricchezza del pluralismo, per non essere una formula vuota, richiede che nessuno sia ridimensionato. Laura Boldrini, forse si è sbilanciata, ma non ha tolto autorità a nessuno.

Pietro Grasso intervistato da Maria Latella

Condivido la filosofia del mai dire mai e credo di capire il ragionamento di Grasso (Bersani, Fratoianni e altri): aprire al M5S ci svincola dalla sola interlocuzione con il PD ed aumenta il potere contrattuale nei confronti dello stesso PD. Il M5S non è costitutivamente di destra, è ondivago e opportunista: non sarebbe sorprendente se convergesse su alcuni punti di sinistra, tali da permettere un accordo, peraltro parte del suo programma sociale è già di sinistra. Dopo il 4 marzo, Il M5S potrebbe essere il primo partito ed avere bisogno, in modo determinante, dei voti di LeU per formare un governo. Oppure LeU potrebbe svolgere un ruolo di cerniera per un governo più largo che coinvolga anche il PD. Si dice, si valuterà la situazione dopo il voto, sulla base dei programmi, dato il sistema prevalentemente proporzionale.

Tuttavia, continuare a ripetere che non esistono pregiudiziali nei confronti del M5S, nei codici della politica, significa indicare una preferenza. Dunque, la questione è già posta prima del voto e presenta alcuni nodi. Un accordo è un compromesso nel quale devi rinunciare a qualcosa, se sei il più piccolo tra gli alleati, devi rinunciare anche a molto. Un potenziale alleato ritenuto ondivago, per non ritenerlo di destra, rimane inaffidabile per un accordo di programma, specie nel quadro di un rapporto di forze sfavorevole. Vero che LeU sarebbe determinante, ma nel trasformismo dei parlamenti italiani, le forze minoritarie determinanti sono state spesso sostituite dall’apposita formazione di nuovi gruppi minoritari, per sostenere i governi. Un fallimento dell’accordo, non sarebbe a costo zero. Inoltre, un movimento politico non è solo il suo programma, è anche la sua cultura politica, il suo personale politico. Sulla base del solo programma, la sinistra, in passato, avrebbe potuto considerare il dialogo con i proponenti del programma di San Sepolcro del 1919, che fu, in effetti, la base per l’appello ai fratelli in camicia nera del 1936. La cultura politica dei 5 stelle, per una intera legislatura, si è mostrata impregnata di qualunquismo, xenofobia, e sessismo. Il suo personale politico si è mostrato di una ignoranza e incompetenza imbarazzanti. Molto difficile che tutto questo sia ripulito in un passaggio elettorale.

Infine, immagino, speriamo, che Liberi e Uguali diventi un soggetto politico stabile, strutturato e radicato, ben oltre il cartello elettorale: un nuovo partito di sinistra, che innesti sulla tradizione del movimento operaio, l’antirazzismo, l’ambientalismo e il femminismo. Possiamo magari crederci poco e sperarci molto, ma una cosa pensiamo di saperla: che un partito a struttura forte non nasce e non si costruisce stando al governo e stare al governo non è obbligatorio.

Università gratuita, se diritto universale

Pietro Grasso - Abolizione delle tasse universitarie

Se l’istruzione superiore è un diritto universale, è giusto che l’accesso sia gratuito. Se invece è un servizio a domanda individuale, è giusto pagare una contribuzione per accedervi, secondo il proprio reddito. Questo è il discrimine tra una visione politica socialista ed una liberale e conservatrice.

Senza tener conto di questo discrimine, l’idea di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie è finita, per alcune ore, nel calderone delle promesse demagogiche e populiste. Questo, per via della competizione elettorale, che porta a respingere una proposta avversaria, persino da parte di coloro che l’hanno nel proprio programma (Potere al popolo). E per via del fatto che ci siamo ormai disabituati a pensare in modo socialista.

Così, di fronte alla proposta di Grasso, l’unica cosa che viene in mente è il paragone con le politiche di destra che vogliono ridurre le tasse ai ricchi, poiché sono soprattutto i ricchi a pagare le tasse universitarie, proprio in virtù del fatto che quelle tasse sbarrano l’accesso ai poveri, come dimostrato dal parziale aumento delle immatricolazioni dopo le esenzioni per i meno abbienti. Esenzioni insufficienti sul piano economico, dato che i redditi di 30 mila euro devono pagare almeno un migliaio di euro e inadeguate sul piano simbolico, dato che vanno a formare liste di poveri oggetto di compassionevole concessione.

Al contrario, nella visione di un welfare universalistico, come avviene per la sanità e per la scuola dell’obbligo, l’accesso è gratuito, un diritto per tutti, senza distinzioni di reddito ed il finanziamento è garantito dalla fiscalità generale, che deve, questa si, essere progressiva, secondo il dettato costituzionale. Ciò vuol dire che l’Università deve essere finanziata anche dai ricchi che non la frequentano o che non la frequentano più.

Jeremy Corbyn - Bernie Sanders

A differenza delle proposte realmente populiste, quella di Grasso ha suscitato un ampio dibattito e molti articoli di approfondimento sullo stato dell’istruzione in Italia e sulle comparazioni tra il nostro e gli altri paesi europei. Per cui si può vedere come il modello ispiratore della proposta sia quello scandinavo o, se si pensa ad una contribuzione minima, quello della Germania. Peraltro, nonostante Trump sia stato evocato a sproposito, a proporre l’abolizione delle tasse universitarie sono stati Bernie Sanders negli Stati Uniti e Geremy Corbyn in Gran Bretagna.


Riferimenti:
[^] Pietro Grasso spiega la proposta di abolire le tasse universitarie
[^] Università gratuita: che vuole dire, perché è giusto, perché fa scandalo? – Claudia Pratelli – HuffPost
[^] Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare – Angelo Romano – Valigia Blu

Se un leader è necessario, si sostiene

Pietro Grasso - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Un leader appena scelto, in vista di elezioni molto vicine, prima si sostiene poi, eventualmente, si critica. Questo, nell’interesse del gruppo che ritiene necessario avere un leader. Lo penso dopo aver letto due articoli contro Pietro Grasso: uno a firma di Alessandro De Angelis sull’HuffPost, l’altro a firma di Peppino Caldarola su Lettera43. Due firme vicine a Liberi e Uguali e soprattutto a Massimo D’Alema. Il quale del progetto di LeU è il principale ispiratore. Grazie a lui, alla sua esplicita posizione contraria nel referendum costituzionale, la minoranza PD ha potuto rendersi autonoma in modo definitivo da Matteo Renzi e dare vita ad una nuova formazione politica. D’Alema ne potrebbe essere il capo naturale, ma lui, da buon «ex PCI» ha un complesso di legittimazione e preferisce delegare un altro. Da qui il ritornello renziano su chi comanda in Liberi e Uguali.

La contraddizione emerge nella formazione delle liste, dove si misurano i rapporti di forza tra le componenti del movimento (Mdp, Sinistra italiana, Possibile) e tra i partiti e gli indipendenti (Grasso, Boldrini, Muroni), che, in una logica di partito, finiscono per essere visti come una componente a sé. A Grasso è attribuita la richiesta di dieci indipendenti nelle liste. Una richiesta ritenuta eccessiva dai partiti (o da alcuni di loro), perché il futuro gruppo parlamentare di LeU sarà prevedibilmente dimezzato rispetto all’insieme dei parlamentari uscenti dei tre gruppi promotori. Quindi, per ridurne le pretese, arrivano le critiche al leader, troppo lento, poco connesso emotivamente con il popolo di sinistra, abituato alle deferenze, etc. Critiche poco misurate, dannose per l’autorità del leader e la credibilità di un movimento, evidentemente incapace di scegliersi una guida adeguata.

Raffaella Muroni - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Ignoro quanto le critiche siano fondate. Mi dispiace l’abuso della retorica demolitoria. La lentezza e la flemma che ricordano Antonio Ingroia, preso in giro da Maurizio Crozza possono ricordare anche Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, imitato da Corrado Guzzanti. La connessione emotiva con il popolo di sinistra (un tema caro a D’Alema fin dai tempi di Occhetto), possono interpretarla i leader dei vari gruppi di sinistra, che non spariscono in virtù del candidato premier. Per ciò che concerne la scelta della coordinatrice della campagna elettorale, Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, mi pare buono che si tratti di una donna e di un’ambientalista e a giustificarla credo basti il rapporto di fiducia con il candidato premier. Molto esagerato è il paragone con il giglio magico di Renzi che rimanda ad amicizie consolidate e a volontà di esclusione.

Un’analogia che mi viene in mente è quella della Rifondazione degli anni ‘90. Un partito costruito da Armando Cossutta, il quale non poteva, né voleva esserne il segretario: scelse un amministratore delegato, prima Sergio Garavini, poi Fausto Bertinotti, con il presupposto di un vincolo determinante. In entrambi i casi, il vincolo fu rotto da un duello disastroso. Il copione per Cossutta si ripeté persino nel Pdci con il fedelissimo Oliviero Diliberto. Cossutta non seppe scegliere tra la rinuncia a fare il capo e il consentire che il capo lo facesse un altro. Neppure puntò su una leadership collegiale che del capo sa fare a meno. L’importanza della funzione e della figura del capo fu uno degli elementi che distinse nella storia il movimento comunista dalla socialdemocrazia. Il tempo di metterlo in discussione ha coinciso con il sopravvento del leaderismo mediatico.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, durante il brindisi di Natale, Roma, 22 dicembre 2017

Il complesso di legittimazione rende D’Alema simile a Cossutta. Non gli sono sfavorevole: un leader che ha sbagliato, può correggersi e avere nuove possibilità. Ho trovato incivile la rottamazione. Spero sappia sottrarsi all’effetto configurante delle caricature fatte ai suoi danni. Né mi sento particolarmente favorevole alla leadership di Pietro Grasso, anche se ritengo che avere i due presidenti del parlamento alla testa del movimento sia un elemento di forza da non indebolire, specie con argomenti che rasentano il populismo. Personalmente, avrei preferito la scelta di Laura Boldrini e una leadership caratterizzata da una forte relazione tra donne, un giglio magico femminile, poiché aderisco al pregiudizio secondo il quale le donne peggio degli uomini non possono fare.

Maschilismo femminista

Liberi e Uguali

Esistono due soggettività principali: le donne e gli uomini. Una non include l’altra. Poi esistono i temi: il lavoro, l’economia, la giustizia, l’ambiente, etc. Anche se non ha detto che sono foglioline, mettere insieme le donne con l’ambiente, come ha fatto il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ospite di Fabio Fazio, sottintende che le donne siano un tema, la vecchia questione femminile, una tra le altre, della tradizione maschile di sinistra.

Poiché sono un uomo e provengo da quella storia, la rappresentazione di Liberi e Uguali mi è familiare e mi viene naturale simpatizzare con loro. Il nome si rifà al primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani (del 1948); il simbolo ha una grafica gradevole sopra lo sfondo della mia sfumatura di rosso preferita. La «I» pennellata in «E» può dare, in effetti, l’idea della doppia lettura Libere-liberi e risolvere così la declinazione di genere. D’Alema ricorda che nessuno protestò per il maschile plurale di Democratici di sinistra. Era il 1997. Oggi, il mutamento nelle relazioni tra i sessi, ha il suo effetto nel linguaggio, nei segni che significano le cose. Il significato di un nome maschile plurale, di una foto di quattro leader maschi e di un’aggiunta grafica femminile al simbolo, se non è l’esclusione delle donne, sembra la promessa d’inclusione in un progetto preconfezionato dagli uomini.

L’integrazione al posto del riconoscimento e della valorizzazione della differenza ha molte implicazioni pratiche. Per esempio, le tute bianche di Melfi, uguali per tutti, ma umilianti per le operaie, che si ritrovano con la tuta macchiata durante il ciclo mestruale, come protestano le delegate FIOM. L’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini e l’abolizione del divieto del turno di notte per le donne, come ricordato da Silvia Niccolai. L’imposizione agli istituti riservati alle donne di avere anche operatori e ricoverati maschi, poco disponibili al lavoro di cura, alla direzione delle donne, inclini alla prevaricazione anche sessuale, come raccontato da Franca Fortunato e Lina Scalzo. Le garanzie giuridiche a protezione degli uomini dal potere dello stato, che non garantiscono le donne e i bambini dal potere degli uomini, come denunciato da Judith Lewis Herman. L’indifferenza alla composizione delle leadership e la neutrale prevalenza maschile, che a sinistra fa più impressione.

Speranza Grasso Civati Fratoianni

Nella protesta contro Liberi e Uguali ci sono varie cose: la strumentalizzazione renziana; la ridondanza dei social; il gusto di prendere in castagna il sessismo inconsapevole della sinistra. Al netto di tutto questo, c’è però una critica femminista fondata, che mostra anche un’aspettativa delusa. A nessun femminismo verrebbe in mente di criticare la denominazione di Fratelli d’Italia (guidati, peraltro, da Giorgia Meloni). Il riflesso difensivo del militante non aiuta: refrattario alle critiche, le sminuisce o si precipita in correzioni, quando è solo il momento di ascoltare, di darsi il tempo di pensare e affidarsi ad altre. Che, in fondo (troppo), non mancano. Chiara Geloni, giornalista, portavoce social-mediatica della nuova formazione, ricorda che in parlamento attuali capogruppo sono due donne: Cecilia Guerra e Loredana De Petris. Inoltre, in arrivo, c’è Laura Boldrini (peccato non sia la candidata guida). Però, come scrive Celeste Costantino, rischia di essere una scorciatoia.

Senza pretendere che le femministe facciano differenze tra gli uomini, io la differenza tra Salvini, Berlusconi, Grillo, Renzi e Grasso preferisco farla. Per me, è diverso essere stati collusi con la mafia o aver rischiato la pelle nella lotta contro la mafia. Aver praticato la violenza maschile o essersene assunto la colpa storica. Voglio vedere in questi uomini di sinistra i maschilisti migliori. Oso dire: un maschilismo femminista. D’altra parte, nelle transizioni si formano gli ibridi: vedo pure un femminismo maschilista, che difende la prostituzione e l’utero in affitto, che mescola la lotta alla violenza con l‘ostilità ai migranti, che assume pose e toni virili. Nella nostra mistura di ambiguità, opportunismo ed evoluzione, il maschilismo femminista è, in ogni caso, il sintomo di un cambiamento ambientale, di una potenzialità, un passo a carponi che sa di non poter indietreggiare, cerca la strada e procede per tentativi ed errori. Prova Civati con il femminile plurale, prova Fratoianni con il piano di Non una di meno.

E’ l’effetto di una grande crisi ideologica e simbolica: della sconfitta storica del comunismo e del declino epocale del patriarcato. Una reazione tende all’arrocco ortodosso, l’altra alle dilatazioni eretiche, nella ricerca del nutrimento in tutti i movimenti positivi: gli studenti, l’antimafia, il pacifismo, l’ambientalismo, e naturalmente il femminismo. Senza però, riuscire a trovare davvero il proprio asse, quello attorno a cui formare una nuova e solida cultura politica. Una cultura politica non si improvvisa. Meno che mai, tra gli affanni della prima linea. Ma, su un tempo più lungo, la si può ben coltivare nelle retrovie.