Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, do la mia adesione.

Stefano Esposito non è Erri De Luca

Stefano Esposito - Erri De Luca

Il senatore PD Stefano Esposito è stato condannato per diffamazione in una causa che lo opponeva ad alcuni esponenti NoTav accusati dal senatore di avere impartito direttive ai manifestanti in occasione dei disordini e degli scontri con la polizia al cantiere di Chiomonte della Tav Torino-Lione, l’8 dicembre 2011.

Secondo il blog dei notav, Esposito prevedeva una sentenza di assoluzione uguale a quella di Erri De Luca. Lo stesso Esposito rimarca ora la differenza: in difesa di De Luca si sono schierati politici, giornali, intellettuali. Per lui invece nessuno. Quindi, annuncia l’apertura dell’hastagorgogliosamente non sono Erri De Luca”. In effetti, l’accostamento tra le due personalità è difficile.

Soprattutto sono molto diversi i due capi di imputazione. Quello di Erri De Luca era un caso di libertà di espressione, che secondo l’accusa poteva essere istigazione a commettere un reato. De Luca disse che era legittimo da parte del movimento notav compiere atti di sabotaggio per impedire la realizzazione dell’opera.

Se si valuta che un opera è inutile e dannosa, una dilapidazione di risorse economiche e di risorse ambientali ai danni dei cittadini, le popolazioni interessate hanno il diritto di difendersi dall’esecuzione dell’opera, anche con il ricorso al sabotaggio. Un’affermazione discutibile, ma un’affermazione di principio, al limite della legalità, come lo sono spesso le affermazioni dei teorici della disobbedienza civile. Il sabotaggio, se non è associato a violenza contro le persone, può essere ritenuto una forma di resistenza non violenta.

Il principio della disobbedienza civile, proclamato o praticato, non esclude, anzi implica, che i disobbedienti si assumano la propria responsabilità davanti alla legge, ma di norma, nei tempi più recenti, negli stati democratici si tende all’assoluzione dei disobbedienti, al riconoscimento dei loro principi.

Le affermazioni imputate al senatore Esposito sono invece soltanto delle accuse senza prove mosse contro presunti capi notav, indicati quali mandanti di disordini e violenze. Attribuire reati ad altre persone, senza validi argomenti a sostegno, solo sulla base di induzioni, non è libertà di espressione, non è affermazioni di principi, è solo diffamazione, forse anche calunnia.

Altri termini di paragone sono possibili. Affermare che i notav sono violenti, o responsabili e mandanti di violenza, perché ogni tanto durante le manifestazioni notav si verificano atti di violenza, è come affermare che i sostenitori delle grandi opere sono dei corrotti o dei mafiosi, perché ogni tanto nelle procedure di appalto o di esecuzione si verificano dei casi di corruzione o di infiltrazione mafiosa. In entrambi i casi, non c’entrano nulla i principi e la libertà, c’entra se le accuse sono corroborate oppure no da prove o gravi indizi.

I notav e gli antimeridionali

Salvini Giletti

C’è una evidente differenza tra essere notav ed essere antimeridionali. I notav si oppongono ad un progetto, un fatto: un opera inutile e dannosa, costruita contro la volontà delle popolazioni locali. Gli antimeridionali si oppongono a delle popolazioni e le danneggiano attraverso stereotipi negativi: sono fannulloni, sporchi, incivili, mafiosi, etc.

A volte, a far da bersaglio a questo comportamento offensivo è Napoli, la città simbolo del sud. Ai tempi delle migrazioni meridionali, Napoli al nord poteva essere un insulto, sinonimo di terrone. Quando facevo il cattivo, la mia nonna piemontese spesso mi chiamava Napoli.

Molto prossime a questo comportamento sono le dichiarazioni televisive del presentatore Massimo Giletti che, in presenza di Matteo Salvini suo ospite in trasmissione, ha definito Napoli una città sporca e indecorosa; il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha quindi annunciato querela per diffamazione; lo scrittore Erri De Luca si è dichiarato dalla parte di De Magistris.

I giornali di destra vedono lo scrittore in contraddizione: prima ha difeso la sua libertà di parola, il suo diritto di dire e rivendicare la giustezza del sabotaggio della Tav e ora si schiera contro la libertà di parola di Massimo Giletti su Napoli. Evidentemente, i giornali di destra non vedono differenze tra l’essere contro la Tav e l’essere contro Napoli.

Il foglio de luca giletti

Tuttavia, è vero che il sabotaggio può essere reato e che tra offesa e libertà di parola può esserci un confine labile, che non è sempre possibile riconoscere e fissare in modo automatico. Violare un cantiere, tagliare le reti con le cesoie, impedire, ostacolare i lavori, può essere ritenuto giusto politicamente e moralmente, ma al tempo stesso, date le leggi vigenti, può essere un reato. Io sono d’accordo con il movimento notav e con Erri De Luca, ma sono poco convinto che la difesa di una opposizione anche violenta (che fa violenza alle cose) e delle parole che la sostengono, possano iscriversi nella libertà e nel diritto. Sono a tutti gli effetti atti di disobbedienza civile. E così andrebbero praticati e condotti: non rivendicando un diritto, ma assumendosene la responsabilità. Violo la legge, perché lo ritengo giusto e me ne assumo la responsabilità, con il mio volto, il mio nome, anche andandomi a costituire. Un movimento lo può fare con tante persone. Non chiedo di non essere processato, chiedo che la sentenza sia più giusta della legge.

Su questo piano non può esistere alcuna contraddizione tra il sostenere il sabotaggio della tav e il sostenere una causa di diffamazione contro chi offende il sud. Dubito che Giletti e Salvini possano appellarsi alla disobbedienza civile per insultare Napoli e i meridionali. Nel caso, una sentenza più giusta della legge dovrebbe essere nei loro confronti molto più severa.

Il gruppo come limite alla libera espressione

Breznev

Il segretario di un piccolo partito comunista ha dato disposizione ai suoi militanti di non fare commenti autonomi su Facebook e di consegnare le password dei propri account alla direzione del partito, perché la natura dei social network spinge oggettivamente all’individualismo e alle peggiori performance di protagonismo. La notizia suscita ilarità. Sembra una caricatura farsesca del vecchio centralismo democratico.
Tuttavia, nella mia esperienza militante, ho notato più volte come la libera espressione del singolo associato ad un gruppo politico, specie se dissonante o se espressione di una autonomia ritenuta eccessiva e ingiustificata, sia vissuta come un problema di lealtà dal resto del gruppo, in particolare dai suoi dirigenti. Vi è l’idea che la parola pubblica debba essere sintesi del pensiero del gruppo, o quanto meno debba prima passare attraverso una discussione nel gruppo e solo in caso di insoddisfazione possa essere esternata come posizione individuale, ma a quel punto assume il significato della divisione.

È una idea adatta ai punti di vista tradizionali, che irrigidisce la dialettica interna ai partiti e persino alle coalizioni. Per l’Ulivo prima e per l’Unione poi, era insufficiente la coesione parlamentare della maggioranza al momento di votare i provvedimenti del governo. I leader egemoni della coalizione esigevano una disciplinata conformità anche nelle dichiarazioni pubbliche e mal tolleravano qualsiasi espressione di indipendenza simbolica. Un ministro era stigmatizzato se partecipava ad una manifestazione sindacale. Proprio ciò che poteva permettere di tenere insieme una alleanza eterogenea – la possibilità di rendere manifesto il dibattito e le differenze, per poi arrivare comunque a convergere nel voto in parlamento – era vissuto come divisivo e destabilizzante.
Il conformismo di gruppo, per cui ogni membro ha timore di prendere la parola in pubblico, senza il conforto del resto del gruppo, esiste anche al di fuori della politica dei partiti e delle istituzioni ed è dettata dalle medesime preoccupazioni: i panni sporchi si lavano in famiglia; avversari ed estranei possono ascoltare e mal giudicare; è meglio delegare al gruppo, ai suoi leader ed esserne tutelati, perché loro ne sanno di più.

Un certo grado di conformismo può essere necessario. Vi sono documenti che richiedono di essere ben preparati: discorsi da pronunciare in convegni, congressi, seminari, università, assemblee elettive; articoli e saggi da pubblicare su fonti qualificate, riviste, libri. Un tempo queste fonti erano le uniche esistenti e vi si poteva accedere solo per selezione o per cooptazione. Al limite si poteva mandare una lettera al direttore, ma era chiaro che quel documento non valeva come l’editoriale del giornale o come una intervista. Oggi chiunque può crearsi una tribuna amatoriale digitale e pubblicarsi da solo le sue lettere al direttore.
Giusto evitare lo sfogo, l’invettiva, l’esibizione. Quel che rende problematica e persino distruttiva la discussione sui social media è l’immediatezza, il riflesso condizionato, l’applicare al mezzo la dinamica del ping pong. Si applicasse la dinamica del gioco degli scacchi, la discussione virtuale potrebbe invece essere molto produttiva. Le mosse sulla scacchiera possono implicare ore di riflessioni, addirittura qualche giorno. Oltre questo tempo, l’immobilità, il silenzio diventano una forma di clausura comunicativa.

Il dibattito pubblico non è un pericolo, ma una opportunità. Permette l’imprevisto, il contributo di chi non fa parte del gruppo, l’incontro con persone nuove. È formativo per chi si esprime e si espone, oltre la lettura e lo studio. E fa bene alla salute, perché soddisfa il naturale bisogno di esprimersi.
Ormai abbiamo i mezzi digitali per praticare con continuità e regolarità questo esericizio. Andiamo in palestra o in piscina, facciamo ginnastica e nuotiamo sotto gli occhi di tutti, senza voler battere nessuno, senza voler conquistare medaglie alle prossime Olimpiadi. Allo stesso modo possiamo esercitarci nella dialettica e nella scrittura sui social media e sui blog. Se ne abbiamo voglia. Altrimenti, consegnamo la password al segretario generale.

Riferimenti:
“Vietato esprimere opinioni autonome sui social”: il regolamento del Partito comunista
Il partito comunista di Marco Rizzo detta le regole ai militanti per stare su Facebook: “Mai commentare autonomamente”

Charlie Hebdo, voglio essere libero invece di far la guerra

Io non dicPat Carra - Liberta di espressioneo “Je suis Charlie“. Perchè al posto suo mi sarei dato una linea editoriale diversa. Però comprendo chi lo dice. E’ un modo di manifestare solidarietà. Senza essere l’unico obbligato. Penso abbia valore manifestare solidarietà per le vittime e condanna per l’attentato, anche se si dichiara un punto di vista diverso da quello di chi è stato colpito.

Così ho postato una vignetta di Pat Carra. Titolata “Libertà di espressione in Occidente”. Sotto il titolo, la disegnatrice si chiede: “Posso dire che non sono Charlie?”. Un’amica commenta: Certo che si può dire, ma è fuorviante, non è questa la questione. Domando: Qual è la questione? Mi risponde: Un attacco terroristico che vuole metterci uno contro l’altro. Una risposta esauriente da cui dissento.

Uomini armati, in nome di una religione, hanno ucciso giornalisti inermi. Giornalisti che pubblicavano vignette contro la religione intestata dai loro assassini. Subito penso che, pur con effetti modesti, anch’io mi espongo in pubblico. Critico, attacco, derido (a volte). Anch’io, in teoria, sono vulnerabile. La libertà di espressione è un bene prezioso, sia per principio, sia perchè la uso io. Mi dispiace quando mi viene negata, quando si manifesta intolleranza verso ciò che esprimo e mi si esclude. Questa è una questione: la difesa ferma e assoluta della libertà di espressione. Di tutti.

La libertà di espressione si difende praticandola. Ho letto che adesso mancano le condizioni per discutere sui limiti della libertà di espressione, della satira, di chi dice “Je suis Charlie”. In difesa della libertà, è ora inopportuno esprimersi liberamente, perchè il nemico della libertà ci ascolta. Assumere questo schema è una importante vittoria dei terroristi: l’annullamento delle differenze e del pluralismo per far posto alla logica binaria della guerra. Ho letto tanti titoli proclamare: “Siamo in guerra”. Ma io non voglio inquadrarmi in uno schema di guerra, e non mi sento in guerra.

Ecco dunque un’altra questione molto importante: disinnescare la logica del noi e loro. Per destrutturare lo schema di guerrafondai e terroristi. Per vedere le persone e le loro differenze, invece di vedere appartenenze. La logica del noi e loro è la logica delle contrapposizioni identitarie. Le quattro persone di religione ebraica uccise nel supermercato Kosher in Francia sono state colpite per la loro identità. Per la loro prossimità ad Israele. Se invece di vedere persone, vediamo identità, le persone diventano simboli di identità. E di un simbolo si può fare una bandiera o un bersaglio. Come negli oltre cinquanta attacchi a persone e luoghi di culto musulmani, subito di seguito.

Condannare identità o sollecitare identità ad esprimere condanne è parte di questa deriva. Lo stesso messaggio della condanna, anche se meglio indirizzato, da solo può essere inadeguato. A volte dichiaro di disapprovare un comportamento e la mia dichiarazione ha influenza. A volte no. In entrambi i casi può essere importante dichiararsi, ma nel secondo è insufficiente, perchè nei confronti dei miei destinatari sono ininfluente. Allora, posso ritirarmi. Posso surrogare la capacità di influenza con la violenza. Posso tentare di accrescere la mia capacità di influenza. Siamo in una situazione analoga. E’ necessario e giusto condannare l’atto terroristico, senza se e senza ma. Tuttavia, la condanna è poco influente nei confronti dei destinatari, i terroristi, e del loro potenziale bacino di attrazione, tra i giovani figli dell’immigrazione, nati e cresciuti in Occidente.

Così, come abbiamo fatto dopo l’11 settembre, possiamo provare a surrogare il difetto di credibilità e autorevolezza con la violenza, mediante leggi securitarie e repressive e guerre preventive. Oppure possiamo provare ad accrescere la nostra capacità di influenza, investendo in un rapporto con i migranti, i giovani figli dei migranti, i loro paesi di origine, che scommette sullo scambio invece che sull’offerta di sogni o sulla pretesa di dissociazione, assimilazione e omologazione, o nel ripiego del multiculturalismo, la coesistenza separata delle comunità. Si dirà che crescere in capacità d’influenza richiede tempo. Il problema della sicurezza è subito. Ma sono passati 14 anni dall’11 settembre, da quando abbiamo voluto reagire subito, per essere sicuri subito.

Crescere in influenza credo c’entri qualcosa con il superamento di una politica aggressiva e neocoloniale nei confronti dei paesi del Medio Oriente e con la pratica di una giusta politica di accoglienza e di integrazione nei paesi occidentali. Credo c’entri anche con il ragionare sulla libertà di espressione. Su come conciliarla con il rispetto dell’altro. Su come esercitarla prestando attenzione alle asimmetrie di potere. Se da piccolo sfotto uno più grande, sono coraggioso e divertente. Se da grande sfotto uno più piccolo, sono un bullo e il mio spirito è arrogante spirito di patata. Perciò è diverso dileggiare il cristianesimo a Islamabad o a Roma, come è diverso dileggiare l’ebraismo in Israele o in Europa. E l’islam nei paesi arabi o in Europa.

Riferimenti:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk
Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi» | di Tk
Libertà di espressione in occidente | di Pat Carra
Difendiamo la libertà di espressione (2) | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo non voleva fomentare l’odio, ma stemperarlo: risposta a Luisa Muraro | di Marina Terragni
Io non mi dissocio | di Karim Metref
Non mi sento tanto bene | di Pat Carra