Sul caso Boschi Etruria

Maria Elena Boschi a Otto e mezzo

Maria Elena Boschi è accusata dalle opposizioni e da alcuni organi d’informazione, in particolare il Fatto Quotidiano, di aver abusato del suo ruolo di governo per favorire il salvataggio di Banca Etruria, l’istituto di credito nel quale suo padre era vicepresidente, suo fratello impiegato e lei stessa detentrice di un piccolo pacchetto di azioni, circa 1.500 euro.

Il conflitto d’interessi

Le accuse si fondano su un procedimento induttivo. C’è il contesto del conflitto d’interessi: una banca con il padre vicepresidente e un governo con la figlia ministra; il governo ha competenza sulle banche; interviene per trasformare le banche popolari in società per azioni, poi per gestire le insolvenze. C’è la figlia ministra che, pur senza deleghe in materia economica e finanziaria, incontra alcune personalità, per parlare delle banche del suo territorio: l’ad di Unicredit, il presidente della Consob, il vicepresidente di Bankitalia. Nessuna di queste personalità afferma di aver subito pressioni dalla ministra, ma gli accusatori sostengono che la ministra interessata per questioni familiari, costituisca una pressione implicita con la sua sola presenza in colloqui non giustificati dal suo ruolo, quello di ministro dei rapporti con il parlamento. In più, il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, dichiara di non aver autorizzato membri del governo a trattare con altri in materia bancaria, né di aver ricevuto resoconto di iniziative da lui non autorizzate.

Il quadro così delineato mostra, dunque, un conflitto d’interessi e una diplomazia parallela da parte dell’allora ministra Boschi, tanto da rendere plausibile il sospetto, l’imbarazzo, la critica e la richiesta di un chiarimento. Non mostra invece atti da lei compiuti, o effetti favorevoli al suo interesse privato e dannosi per l’interesse pubblico, tali da sostenere una concreta accusa di favoritismo. Non ci sono, quindi, elementi sufficienti, per impostare una campagna volta ad ottenere le dimissioni della sottosegretaria, la rinuncia della sua candidatura, la fine della sua carriera politica.

Personalmente, penso che in politica sia inevitabile e forse anche necessaria una certa misura di informalità nei rapporti, che una ministra, ancorché parlamentare, sia legittimata ad occuparsi degli affari del suo territorio, ma che in presenza di interessi privati suoi e della sua famiglia, debba astenersi dall’interferire, per galateo e senso dell’opportunità. Diversamente, getta un ombra su di sé, sul suo operato, sul suo stile.

Il supplemento sessista

Travaglio imitatrice Boschi

Anche se Banca Etruria ha un peso specifico relativo, Maria Elena Boschi è molto pesante in quanto sottosegretaria del governo e principale alleata di Matteo Renzi. Di fatto è la seconda personalità del Partito democratico. Questo spiega gran parte dell’interesse per la vicenda. Lei lo afferma: colpiscono me, per colpire il Partito democratico. Afferma, inoltre, di essere colpita in quanto donna. Si riferisce, in particolare, a Marco Travaglio. Una dichiarazione giudicata strumentale, perché le ragioni per cui è attaccata sono politiche (il conflitto d’interessi, la sua appartenza al PD). Tuttavia, il sessismo come modalità e causa supplementare esiste. Basta vedere i titoli, le foto, le battute, le vignette e persino uno spettacolo teatrale inscenato dallo stesso Travaglio con una imitatrice poco vestita di Maria Elena Boschi. C’è da chiedersi perché, proprio mentre la sottosegretaria usa lo scudo antisessista, il Fatto insista nell’usare frecce sessiste invece di sgombrare il campo da questo argomento.

Cosciometro

Una spiegazione è che si può essere al tempo stesso moralizzatori e maschilisti, che in un paese un po’ arretrato come l’Italia, il maschilismo è visto come una subcultura utile, per orientare lo sfavore dell’opinione pubblica contro una donna di potere. Tuttavia, questa subcultura è sempre più ridotta e una parte di noi ritiene il modo in cui si trattano le donne più importante del modo in cui si trattano le banche. Se la ministra fosse ebrea e contro di lei venisse giocata la carta dell’antisemitismo, l’ordine delle priorità sarebbe evidente. Inizia a diventarlo anche per il sessismo. Il Fatto ancora non se ne accorge, perché il suo ambiente di riferimento non glielo segnala, come non lo segnala a Libero o al Giornale. Le proteste esterne alla sua bolla le vede solo come una strumentalizzazione del PD. Quando la sua bolla s’infrangerà, come è capitato a Luxuria, che ha dovuto chiedere scusa ad Asia Argento, allora il Fatto cambierà registro. Se invece la sua bolla, pur ridotta, resterà intatta, vorrà dire che il quotidiano di Travaglio rimarrà relegato all’enclave maschiliste come i fogli della destra.

Roberto Mannelli - Le bugie hanno le cosce lunghe - Prima pagina del Fatto Quotidiano 7 dicembre 2017


Aggiornamento – Un barlume di consapevolezza boccheggia nell’articolo di Jacopo Fo il quale, tuttavia, riaffonda subito nel sostenere che il potere ha scelto di esporre una donna bellissima, per distrarre gli oppositori, fino a far cadere nella trappola il M5S. L’autore è poco coraggioso nell’omettere che ad usare ed abusare dell’immagine del corpo della ministra è proprio il suo giornale, che fin dal titolo dell’articolo, oltre che dai riferimenti nel testo, ripropone e rilancia le sue ossessioni. Su quale fonte si è arrivati persino a discutere dei piedi della Boschi? Sul Fatto Quotidiano.

Seno della Boschi arma di distrazione di massa-2017-12-25-14-14-12-854

La patata bollente di Libero il sessismo del giornalismo spazzatura

Vittorio Feltri usa il maschilismo contro Virginia Raggi, ma le donne democratiche non restano indifferenti

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Libero è un giornale che riesce a far parlare di sé attraverso prime pagine odiose o scandalose. Oggi ha ripetuto l’impresa con una foto di Virginia Raggi e un doppio senso: «Patata bollente», che fa da titolo alla prima pagina e all’editoriale di Vittorio Feltri, un volgare sproloquio. Formarsi una cattiva reputazione, serve a darsi e farsi dare una licenza di comportamento, della serie: «cosa vi aspettate da Libero?». Le sparate diventano presto rumore di fondo; per tornare in primo piano, si alza il tiro, si spara un botto più forte, si passa ogni segno.

Virginia Raggi è la sindaca di Roma ed è una donna; Feltri attacca la donna e questo assume un significato evidente ed offensivo per tutte le donne. Ignorare una evidenza così grave sfocia nella complicità. Il seguito è rilevante. Virginia Raggi è difesa da Beppe Grillo e dai dirigenti del suo partito, il M5S: reazione scontata, ma essi iniziano ad indicare nel sessismo la categoria di questo e altri attacchi rivolti alla prima cittadina; forse sono confusi e incoerenti o forse si stanno evolvendo; inoltre lei riceve la solidarietà di tutte e tutti gli altri tra cui Laura Boldrini, Maria Elena Boschi e le donne del PD, già bersagliate più e più volte allo stesso livello da Grillo, dai deputati 5S, dal Fatto Quotidiano, senza ricevere analoga solidarietà dalle donne del M5S (o del Fatto). A parte qualche nota stonata, anche il PD e l’Unità hanno preso una posizione corretta.

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Di recente, Maria Elena Boschi ha osservato come le donne in politica siano spesso attaccate, non per il loro operato, ma in quanto donne. In effetti, è quello che succede. Lo spunto o la motivazione iniziale può essere un errore o una scelta non condivisa, ma poi la modalità con cui si esprime il dissenso o la protesta nega loro autorità, attinge dalla misoginia, mira all’appartenenza sessuale, alla morale sessuale, o si esprime senza il senso delle proporzioni. Sono modalità diffuse in tanta parte del pubblico maschile, anche tra coloro che suggeriscono di ignorare o denunciano la doppia morale e nello stesso tempo vi aderiscono, come fosse ovvio e normale che le donne compagne e alleate sono le nostre donne e le donne avversarie sono le donne del nemico, tutte legittimo bersaglio nei conflitti politici intesi di fatto come guerre tra maschi.

Sul sessismo ostile e recidivo del Fatto

Riccardo Mannelli - Lo stato delle cosce - Vignetta su Maria Elena Boschi - Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2016, pubblicata in prima pagina. La vignetta è accusata di sessismo.Il sessismo del Fatto Quotidiano si ripete nel tempo, da quando Maria Elena Boschi era ancora una sconosciuta. Il Fatto pubblica gli articoli misogini di Massimo Fini; ospita il blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato antifemminista, sostenitore della Pas e negazionista del femminicidio; assume come notista di punta, Andrea Scanzi, capace di insolentire persino i centri antiviolenza, per difendere Fabri Fibra che inneggia allo stupro, poi di prender parte alla canea insorta contro Laura Boldrini, rea di criticare la pubblicità perché rappresenta sempre la donna come una mamma che cucina e serve in tavola; prende a bersaglio la presidente della camera e le donne del PD, con frequenti riferimenti alla voce, ai vestiti, all’aspetto fisico; l’estate scorsa si è cimentato in un testo ironico che limitava alle donne con i piedi belli il diritto di calzare scarpe aperte. Ha come direttore e firma più autorevole Marco Travaglio, schierato dalla parte del M5S contro Laura Boldrini, quando Grillo chiede ai suoi seguaci cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina; difensore di Franco Battiato, quando afferma che «il parlamento è pieno di troie», con un testo dal titolo eloquente «Il re è nudo la regina è troia»; sostenitore del principio egualitario secondo il quale è democratico che la presidente della camera riceva gli insulti che tutte le donne ricevono, nonché autore di numerose battute sulla ministra Boschi solo adatta a togliere la polvere sui davanzali del parlamento, a trattare di cellulite, prova costume, girovita, ricerca di fidanzati e desideri di maternità. Lei è la donna trivellata, quando lui titola sui PM che la interrogano. Vignettista del quotidiano è Vauro, che sculaccia la Fornero, la rappresenta vestita da squillo e si sbizzarisce in ripetuti doppi sensi dedicati a Maria Elena Boschi. Il sostituto estivo, Riccardo Mannelli, le dedica lo stato delle cos(c)e sotto il titolone di prima pagina: Boschi inconstituzionale, seguita dai relativi commenti. Cosa c’entrano le cosce con la Costituzione? La vignetta è stigmatizzata da Nadia Urbinati.

Oltre la consueta sacralità della satira, il Fatto Quotidiano si difende dalle accuse di sessismo con giustificazioni di questo tipo.

  • La libertà di espressione. Il giornale è pluralista e democratico, dà spazio anche ai maschilisti. Il che significa che sulle questioni di genere, il giornale non ha una linea e dà la parola un po’ all’uno e un po’ all’altro, ne fa occasione di intrattenimento, cosa che non fa su altri temi: la Costituzione, la questione morale, la legalità. Questo dipende dal fatto – come notò Michela Murgia – che il giornale vede il sessismo, non come una questione politica, ma solo come una questione di costume.
  • La parità. Quel che il giornale scrive contro personalità femminili lo scriverebbe anche contro personalità maschili. La cosa, in verità non avviene. È vero che il Fatto sa essere sgradevole anche contro suoi avversari maschi, ma non in termini che possano definirsi sessisti. Dire di un tale che è imbecille e disonesto, non va oltre la sua persona, non colpisce una appartenenza. Ma anche se avvenisse un sessismo contro gli uomini sarebbe innocuo, perché non in continuità con violenze, discriminazioni e svantaggi a danno degli uomini. Lo sfondo storico, culturale, sociale è patriarcale, stereotipi e pregiudizi verso un sesso o verso l’altro non pesano allo stesso modo e i rovesciamenti non sono riparatori.
  • Il benaltrismo. Ci sono cose più importanti per cui indignarsi: quel che va contro la democrazia, la questione morale, la pace, il lavoro. Ciò, può essere vero come opinabile. Disprezzare le donne produce effetti abbastanza gravi, che possono pure considerarsi i più gravi. Come che sia, l’austerity della UE sarà più o meno grave dell’avversione ai meridionali o agli immigrati, ma non ne discuto con un leghista.
  • L’inadeguatezza delle donne bersagliate. Questa giustificazione, come la precedente, ricorre nella difesa di Stefano Feltri e dello stesso Riccardo Mannelli. Boschi non ha argomenti, non sa argomentare quindi di lei rimane impresso solo l’aspetto fisico, che perciò viene ritratto nei disegni (e magari negli articoli). Tuttavia, l’inadeguatezza vera o presunta di Maria Elena Boschi non è diversa da quella dei suoi colleghi maschi, i quali non sono messi in evidenza per il loro aspetto fisico o per le fantasie sessuali che suscitano. Chi rimprovera mancanza di argomenti, dovrebbe metterci i propri, non il sessismo che è una povertà di argomenti assoluta. Nel dibattito politico, troppo spesso il dissenso è rimpiazzato dal disprezzo, che meglio parla alle pance e risparmia la fatica di argomentare e spiegare. Gli uomini hanno sempre giustificato la strumentalizzazione delle donne con il fatto che le donne sarebbero intellettualmente inferiori. Con Maria Elena Boschi si pretende di riesumare questo ciarpame misogino, che fa leva sullo stereotipo della bellona stupida. Calderoli potrebbe ritenere che Cecilie Kyenge non ha argomenti, non è capace ad argomentare e che l’unica cosa che di lei si nota è la sua pelle nera, così da sentirsi lui legittimato a trattare solo di questa. Come ha fatto. Cosa potrebbero obiettargli Feltri e Mannelli con la loro ricchezza di argomenti?

Io sono in dissenso con il partito, il governo, la riforma di Maria Elena Boschi e con lei stessa. Spesso mi fa incavolare, ma questo non mi porta a ritenere di essere superiore a lei sul piano intellettuale. In verità, non mi sento superiore neanche a Travaglio, Scanzi, Vauro e Mannelli. Stupisce che dei professionisti dell’informazione ostentino invece, in modo così adolescenziale, una tale presunzione.

Il Fatto Quotidiano non è l’unico giornale che fa ampie e frequenti concessioni al sessismo. È uno dei tanti. Questo è doloroso, perché il Fatto è il giornale di opposizione, occupa il posto che un tempo era dell’Unità o del Manifesto. Inoltre, Travaglio è stato un simbolo dell’antiberlusconismo, l’archivio vivente dell’opposizione democratica. C’è ancora, nei confronti di questi giornalisti un’aspettativa civile molto alta. Lascia perplessi la loro estraneità al femminismo, uno dei più importanti movimenti di liberazione, forse il più importante. Una parte del Fatto, Travaglio stesso, proviene da destra, ma può evolvere, su tante cose si è evoluto. Scanzi, invece, proviene da sinistra, ma non è meglio.
Sul sessismo giocano varie ambivalenze. La più grossa, già analizzata da Chiara Volpato, è quella che distingue una versione benevola da una versione ostile. In quella benevola sono omaggiate le virtù femminili favorevoli al maschio e lei è trattata come una principessa. Un atteggiamento ritratto da Balzac nell’idea che la moglie è una schiava che bisogna saper mettere sul trono. Nella versione ostile le donne sono trattate da prostitute. I due sessismi convivono e si alternano nella stessa società e nelle stesse persone. Tanto più è forte il sessismo ostile tanto più le donne imparano ad apprezzare quello benevolo. Il bastone e la carota, insomma. In una società patriarcale evoluta, stabile, pacifica, ordinata, il sessismo benevolo è egemone. Questo può far credere a qualche ribelle che il sessismo ostile sia anticonvenzionale, trasgressivo, rivoluzionario: il disprezzo delle donne ostentato dal manifesto futurista; tanta parte della pornografia confusa con la liberazione sessuale; il riscatto sociale metaforizzato nel proletario che violenta l’aristocratica o la borghese, come in varie scene di film degli anni ’60 e ’70, il più famoso quello di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
I giornalisti maschi del Fatto, faticano a comprendere le critiche ricevute, si sentono richiamati al sessismo benevolo (spesso questo richiamo, in effetti, c’è), ricadono nella ripetizione, perché sono immersi in questa visione delle cose. E vedono cosce. Oppure no, oppure sono soltano una vecchia banda di arrapati allevati dal Drive in degli anni ’80.

Boschi e i partigiani

Maria Elena Boschi - Anpi

Chi scrive: «attaccano lei per affondare lui», forse dice il vero, ma così la sminuisce. In fondo, ha senso voler affondare anche e proprio lei. È, a tutti gli effetti, la socia alleata di lui. La ministra più importante, il pronto soccorso dell’esecutivo, la mente responsabile della riforma costituzionale, colei che non ha voluto concedere l’elezione diretta dei senatori alla sinistra del suo partito. «Se cade lei, cade il governo» dice lui. È giusto dunque sia attaccata. Il punto è: in che modo.

Maria Elena Boschi, per il fatto di essere una donna, per di più giovane e bella, è stata molto sottovalutata: vista come una figura immagine, una bella statuina, una portavoce, una velina desessualizzata. Invece, relativamente al personale politico che la circonda, si è rivelata brava, forse più in gamba dello stesso Renzi. Nei confronti pubblici, si mostra preparata, puntuale, competente. Si esprime in modo strutturato. Pure capace di tirare all’improvviso fendenti propagandistici e provocatori, con il tono naturale di chi dice una cosa composta e normale. Come quello che ha tirato contro l’Anpi.

Le provocazioni contro i partigiani

Nella conversazione con Lucia Annunziata, Maria Elena Boschi ha dichiarato che «L’Anpi sicuramente come direttivo nazionale ha preso una linea, poi ci sono molti partigiani, quelli veri, che voteranno “SI” alla riforma». Questa affermazione, che mi ha fatto sobbalzare quando l’ho ascoltata in video senza sapere che l’avrebbe detta, è stata difesa con un argomento che suona all’incirca così: «Maria Elena Boschi non ha voluto dire che ci sono partigiani veri e partigiani falsi, ha voluto dire che nell’Anpi i partigiani sopravvissuti sono ormai pochi, l’associazione è composta quasi completamente da simpatizzanti aderenti alla memoria, non da chi ha combattuto davvero il nazifascismo e tra quei combattenti ancora in vita ci sono anche sostenitori del Si e il loro consenso ha più valore della linea ufficiale dell’organizzazione».

Boschi-I-veri-partigiani-votano-siPer comprenderla secondo questa spiegazione, ho dovuto riascoltarla. In realtà, le sole testuali parole della ministra, dette senza ulteriori precisazioni e così divulgate da gruppi di fan, iscrivono al fronte del si i partigiani «quelli veri», senza «tra», «molti», «di», aggiunti in seguito per aggiustare la frase. Ergo, quelli del No sono i partigiani falsi. In ogni caso, anche la frase aggiustata e spiegata, consiste in una sostanziale e arbitraria delegittimazione dell’Anpi. Al momento, non c’è modo di stabilire che i combattenti sopravvissuti siano più favorevoli alle riforme dei soli simpatizzanti, la ministra ha potuto citare solo un caso, quello del comandante Diavolo. Inoltre, queste parole della ministra, seguono di pochi giorni altre sue parole altrettanto provocatorie, con le quali si accordano molto bene: «Chi vota no, vota come Casapound».

Possono esserci dei dubbi sulla scelta dell’Anpi di assumere una linea ufficiale in favore del No, come fosse un partito. Un’associazione patrimonio comune di tutta la sinistra e di tutta la democrazia, può promuovere il dibattito, far circolare le idee, far emergere un orientamento anche molto critico, senza fissarlo in una direttiva da Comitato centrale. Tuttavia, sindacare l’autenticità dei partigiani e accostare l’Anpi a Casapound, restano offese inaccettabili. Così è giusto criticare e combattere questa ministra, fino a perseguirne la sconfitta e la caduta. Sua e del suo alleato Renzi. Ma non si può condividere la scorciatoia combattente che di solito siamo tentati di prendere quando l’avversario è un’avversaria. Ovvero, insultarla sul piano della moralità sessuale o inferiorizzarla e sminuirla con vari espedienti, che fanno leva sul maschilismo e lo rinforzano. Non si tratta qui di stabilire che la democrazia e l’antifascismo adesso sono più importanti. Il maschilismo è un ingrediente dell’autoritarismo, più di qualsiasi legge maggioritaria.

Le reazioni tinte di misoginia

Se dovessi definire Maria Elena Boschi per il suo comportamento contro l’Anpi e la sinistra, e volessi violare il politically correct, essere gergale e volgare, dire che è stata una «stronza». Come lo sono stati, per fare un paragone un po’ estremo, altri personaggi che si sono contrapposti alla memoria e all’associazionismo di sinistra, da Berlusconi a Dell’Utri. Brutti ceffi a cui però è comunque riconosciuta una qualche forma di autorità e il titolo per essere depositari di un’altra visione della storia.

Di Maria Elena Boschi si dice che lei non conosce la storia del paese. Cioè, si pretende che lei la conosca come la conoscono i comunisti e gli storici della sinistra democratica. Certo, un militante, uno studioso di 70 anni ha un rapporto diverso con la memoria, di quello che può avere una politica trentenne. Ma lei ha le sue radici nella cultura cattolica e democristiana, rappresenta istanze e punti di vista che sono sempre esistiti nella storia repubblicana e che adesso prendono il sopravvento. Condivide una tradizione, una visione della storia del paese.

Vauro-Partigiani-SciocchinaL’Anpi, a questo punto, fa bene a ribadire la sua visione. Dice il partigiano «vero» Umberto Lorenzoni, nome di battaglia “Eros”: «E’ chiaro che il ministro Boschi non ha conosciuto i partigiani “veri” perché i “partigiani veri” voteranno tutti per il “No”. Non consentiremo che una dama bellina storpi la Costituzione conquistata con il sangue di migliaia di partigiani. L’Anpi ha votato e ha deciso all’unanimità (solo 3 contrari) di dire “No” alla riforma. E la nostra posizione la porteremo avanti fino in fondo». Molto bene, ma che c’entra quel «dama bellina»? Lei ha meno titolo di un «brutto cavaliere»? Quella espressione ha la funzione di inferiorizzare. Trae origine, fa leva e alimenta il pregiudizio antifemminile. Lo stesso fa «è solo una sciocchina» con cui la ministra è definita da un nipote maschio che cerca di calmare il nonno maschio imbufalito per le parole di lei, nella vignetta di Vauro.

Contro l’autoritarismo, non l’autorità

È una contraddizione voler combattere l’autoritarismo e vedere nel femminile un difetto di autorità. Lo è, in generale, il disconoscere l’autorità, per voler contrastare l’autoritarismo, o per voler rifiutare una disparità.  È un comportamento che genera effetti grotteschi quando un giornalista dell’Unità arriva ad insolentire il presidente dell’Anpi e che genera i soliti effetti misogini quando un giornalista del Fatto insolentisce la ministra dei rapporti con il parlamento. Nell’opposizione al potere (se democratico), in particolare nell’opposizione alle donne al potere, vanno tenute insieme la critica, anche la più aspra, netta e radicale, con il riconoscimento dell’autorità.

La ministra e lo studente

IlFatto_2016-05-21Il confronto tra Alessio Grancagnolo, studente di Catania, e Maria Elena Boschi, ministra dei rapporti con il parlamento, è una sintesi istruttiva del dibattito sulle riforme costituzionali.
Il Fatto Quotidiano e i sostenitori del NO, hanno divulgato con molta enfasi – presa in giro da Spinoza – l’intervento dello studente, poi l’Unità e i sostenitori del SI hanno divulgato con spirito di rivalsa la risposta della ministra.
Va detto, al contrario di molte rappresentazioni, che lo studente non ha umiliato, né messo in difficoltà la ministra e la ministra non ha asfaltato lo studente. Entrambi, hanno soltanto rappresentato le posizioni già note dei due schieramenti. La ministra ha parlato a braccio, ha risposto in modo puntuale, ed è stata nel suo ruolo; lo studente ha letto un testo scritto come un intellettuale militante preparato, un appassionato comiziante dei comitati del no.
Il comportamento del rettore è stato un po’ nervoso, ma corretto. Ad un incontro che permetteva di interrogare la ministra sulle riforme, lo studente ha potuto esporre una sua controrelazione, per circa dieci minuti. Gli è stata tolta la parola quando ha sforato il tempo, per usare toni polemici, quali il dire che la ministra fa tour propagandistici nelle Università.

L’intervento dello studente

Nel suo intervento, lo studente ha affermato che:

  • questo parlamento non è legittimato politicamente a fare le riforme costituzionali, perché la sua composizione è drogata da una legge maggioritaria, bocciata dalla Corte costituzionale;
  • le riforme costituzionali dovrebbero essere di iniziativa parlamentare e non di iniziativa governativa, perché la Costituzione è di tutti e non solo del governo; cita a sostegno Piero Calamandrei;
  • la riforma del senato, combinata con la legge elettorale dell’Italicum, sacrifica la rappresentanza a favore della stabilità di governo;
  • la riforma della seconda parte della Costituzione finisce per incidere anche sui principi della prima parte, perché trasforma la repubblica parlamentare in un premierato, con il rischio di derive autoritarie e plebiscitarie.
  • il referendum confermativo è stato trasformato in un plebiscito sul premier.

La replica della ministra

Dal canto suo, la ministra ha così replicato:

  • La consulta ha parzialmente bocciato il porcellum, ma ha pure dichiarato la piena legittimità del parlamento eletto. La maggioranza che vota le riforme è comunque più ampia della maggioranza ottenuta dal Partito democratico. Alla fine, è il referendum confermativo a decidere.
  • Le riforme costituzionali possono anche essere di iniziativa governativa, come è stato concesso dai costituenti, in particolare dalla sottocommissione Terracini, e come è già accaduto con riforme costituzionali precedenti. Cita a sostegno Costantino Mortati e Arturo Carlo Jemolo, anche per significare che su questi temi c’è sempre stato dibattito. Il governo Renzi ha assunto l’iniziativa delle riforme, perché questo è stato il mandato ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano. Con quel mandato, il governo ha ottenuto la fiducia delle camere.
  • La critica della svolta autoritaria è allucinante. Il senato non è un contrappeso al governo. I contrappesi sono: la corte costituzionale, il presidente della repubblica, l’indipendenza della magistratura, il referendum abrogativo, la libertà di stampa e di informazione, un sistema di autorità indipendenti. I 56 costituzionalisti critici con la riforma hanno dichiarato di non temere per la democrazia.
  • La nuova legge elettorale ha un premio di maggioranza limitato e predeterminato, a differenza delle leggi di altri paesi. Il premio scatta solo se una lista (non una coalizione) raggiunge il 40%, soglia superata una sola volta negli ultimi 50 anni dal PD alle Europee del 2014. Se la nuova legge elettorale va bene, lo stabilirà la corte costituzionale, prima che la legge sia applicata.
  • Non sarebbe serio un governo che rimanesse al suo posto, dopo aver perso il referendum su una riforma di tale portata sulla quale ha investito se stesso.
  • Bisogna stare al merito della riforma. Anche a me piacerebbe fare delle domande: Perchè è contrario alla riduzione del numero dei parlamentari, della riduzione dei costi, della diminuzione del potere delle regioni, del superamento del bicameralismo?

Osservazioni

Come si può vedere o ascoltare direttamente dal video, non c’è un argomento che dà scacco matto all’altro. Ci sono valutazioni diverse e argomenti più o meno persuasivi secondo le proprie preoccupazioni, previsioni e preferenze. Facendo la tara dei toni, mi sento più in sintonia con il punto di vista dello studente.

L’iniziativa governativa

Pur riconoscendo la legittimità giudirica del parlamento in carica e dell’iniziativa governativa, penso sia molto importante la legittimità politica del parlamento e la discrezione del governo sulle materie costituzionali, perché i governi passano e le costituzioni restano.
Questo parlamento non sarebbe stato lo stesso, se fosse stato eletto con la legge elettorale uscita dal vaglio della corte costituzionale. E forse, sarebbe stato ancora diverso, se i partiti si fossero presentati agli elettori con un dichiarato programma di riforme costituzionali. Io sono tra gli elettori del centrosinistra al senato, ma con quel voto non ho inteso dare consenso alle riforme di questo governo. Il programma della coalizione guidata da Bersani, per cui ho votato, era diverso.
Inoltre, visto il risultato elettorale del 2013, nell’iniziativa governativa avrebbe avuto senso coinvolgere la forza emergente, il M5S, invece della forza declinante, il centrodestra. Nel modo seguito, sembra che le riforme costituzionali siano l’accordo con cui le vecchie forze della seconda repubblica fanno argine all’ascesa di un nuovo movimento.
Si dirà che le precedenti commissioni bicamerali (Bozzi 1983-85), (De Mita-Jotti 1993-94) e (D’Alema 1997) di iniziativa parlamentare hanno fallito. Vero, ma hanno fallito anche le precedenti iniziative governative. La devolution di Berlusconi è stata bocciata dal referendum confermativo nel 2006 e la riforma del titolo V sull’ampliamento dei poteri alle regioni, voluta dal governo Amato nel 2001, pur approvata dal referendum, viene oggi bocciata proprio dalla riforma Boschi, che i poteri alle regioni li riduce.

Il referendum confermativo

È vero che l’ultima parola spetta ad un referendum confermativo. Però, anche su questo è operata una distorsione, quando si mette al centro della consultazione la sorte del governo e si trasforma di fatto il referendum in un plebiscito.
La spiegazione di Maria Elena Boschi è corretta: se il governo investe se stesso su una riforma molto importante e poi perde, non è serio rimanga al suo posto. Questa valutazione però va fatta solo dopo il referendum. Anticiparla, mettere le mani avanti, avvertire, equivale a cambiare l’oggetto del referendum.
Peraltro, è possibile che tanti cittadini siano a favore di alcuni provvedimenti e contrari ad altri. La serie di domande mosse retoricamente dalla ministra in conclusione, non implicano come risposta una serie di no oppure una serie di si. Dunque, come propongono i 56 costituzionalisti, i referendum potrebbero essere più di uno.  Per esempio, su: riforma del senato e fine del bicameralismo; elezione del presidente della repubblica; abolizione del CNEL; competenze stato/regioni; referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare.

La «svolta autoritaria»

Il plebiscito è un principio di autoritarismo.
Con ciò, non affermo che il governo abbia un disegno autoritario. L’autoritarismo è una cultura. Sta nell’idea che il decidere è più importante del discutere, che i rapporti sono gerarchici, che i governanti sono dei capi e i capi hanno più valore dei governati (e dei dipendenti), quindi possono stare al di sopra delle regole scritte e non scritte, per cui il fare ha la precedenza sul rispettare, con le relative tensioni nei confronti della stampa e della magistratura.
In Italia – dove il fascismo è nato, è rimasto al potere per vent’anni, e lo ha perso solo sconfitto in guerra – questa cultura autoritaria c’è ed è più forte che in altri paesi. Il progettare regole e procedure ha da fare i conti con questa cultura, che ha la sua base materiale nella debolezza della sua classe dirigente (una borghesia familistica ed una estesa e frammentata piccola borghesia). Perciò, occorrono più garanzie rispetto ad altri paesi dotati di una tradizione democratica più lunga e consolidata.
Per fare analogia, a torto o a ragione, alcuni difetti sono attribuiti alle precedenti leggi elettorali e al sistema istituzionale: si è detto che la legge proporzionale favoriva la frammentazione politica e l’instabilità dei governi; si dice che il bicameralismo favorisce il rallentamento dell’iter legislativo, anche fino a paralizzarlo. Ma, non pensiamo che i costituenti avessero in progetto di creare frammentazione, instabilità, lentezza, paralisi. Questi effetti, se sono stati tali, sono stati indesiderati. Una riforma costituzionale può avere effetti indesiderati. Si può prevedere un effetto autoritario, senza che ciò si traduca in un’accusa di fascismo al legislatore della riforma.
Tendiamo tutti a sottovalutare i rischi autoritari, anche chi li denuncia sembra farlo senza crederci davvero, perché siamo abituati alla democrazia e alla libertà, li consideriamo una condizione normale, acquisita, irreversibile, almeno in questa parte del mondo.

Il nuovo senato combinato con l’Italicum

Il parlamento è il potere legislativo e fa parte della divisione dei poteri insieme con il potere esecutivo (il governo) e il potere giudiziario (la magistratura). Indebolire il potere legislativo significa indebolire un contrappeso. Il parlamento è indebolito dal ridimensionamento del senato e da una legge elettorale maggioritaria, senza le preferenze, che garantisce la maggioranza al governo e permette al segretario di partito futuro premier di cooptare in liste bloccate i candidati da eleggere, cioé i futuri deputati che gli voteranno la fiducia e tutte le leggi. Così, non è fuori dal mondo prevedere una torsione leaderistica, quindi autoritaria, del rapporto tra esecutivo e legislativo. Non sarà il fascismo, sarà un ridimensionamento della democrazia.

La scorciatoia costituzionale

Scorciatoie

Giorgio Napolitano, citato da Angelo Panebianco, ha suddiviso gli oppositori della riforma costituzionale in tre gruppi. I conservatori; gli antirenziani; i perfezionisti. Dato il mio orientamento a votare no, ho pensato a quale gruppo potrei iscrivermi.

Non al gruppo dei conservatori, che considerano la Costituzione intoccabile. Sono contrario al Senato non elettivo, ma favorevole all’abolizione del Senato, se compensato da un rafforzamento dei poteri di indirizzo, di iniziativa e di controllo di una Camera eletta con il sistema proporzionale, secondo la proposta originaria del PCI.

Non al gruppo degli antirenziani, che vogliono bocciare la riforma per far cadere il governo. È stato Renzi a legare la sorte dell’esecutivo all’esito del referendum. Rispetto al governo, la mia posizione è quella di un oppositore di sinistra. Tuttavia, considero Renzi e Boschi parte del mio mondo, sia pure molto prossimi ai confini, mentre non vedo in Grillo e Salvini alternative civili auspicabili. Poiché un giorno, il M5S o il centrodestra o un’altra forza meno affidabile del PD, andrà al governo, non voglio ritrovarmi con un governo più forte del parlamento.

Non al gruppo dei perfezionisti. Se mi esprimo contro una riforma, è perché considero i difetti più importanti dei pregi. Il rapporto di potere tra governo e parlamento è più importante dell’introduzione dei referendum propositivi. È comunque possibile, come proposto da Valerio Onida, articolare il referendum su più quesiti, in modo da poter dire dei si e dei no. Ma l’impostazione plebiscitaria voluta da Renzi, implica un prendere o lasciare per tutto il pacchetto, nonostante i suoi provvedimenti siano slegati tra loro.

Mi sento parte di un’area di opposizione, eterogenea come spesso sono le opposizioni, che semplicemente giudica la riforma Renzi-Boschi peggiorativa e che, magari, non le attribuisce neanche una importanza decisiva. La prevaricazione del governo sul parlamento è già in atto per effetto delle leggi elettorali maggioritarie e dell’abuso di decreti legge e voti di fiducia.

Secondo Angelo Panebianco, politologo vicino al centrodestra, la riforma non ha un disegno autoritario. Lo penso anch’io. Probabile non abbia proprio un disegno e risponda solo ad obiettivi contingenti: ridurre i costi della politica – perché questa è la moda del momento, come quindici anni fa lo era il federalismo, che adesso questa riforma si appresta ad invertire – e velocizzare l’iter legislativo. Ma pure senza un disegno, una riforma può avere implicazioni o effetti autoritari, se procede nel senso di rafforzare l’elemento della decisione (che esclude) per rispondere ad una crisi di rappresentanza e partecipazione (che includono).

Secondo Giorgio Napolitano, la bocciatura della riforma è la fine: «l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi». Lo dice in rapporto al mantenimento del bicameralismo, da subito «indifendibile». Eppure, l’Italia ha convissuto con il bicameralismo perfetto per decenni, durante il miracolo economico e l’approvazione di riforme molto importanti: la riforma agraria, le nazionalizzazioni, la scuola media unica, le pensioni, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, il servizio sanitario nazionale, solo per citarne alcune. Lo stesso Renzi vanta di aver realizzato riforme radicali in soli due anni, dopo l’immobilismo di «63 governi dormienti» (il job act, la buona scuola, le unioni civili, le stesse riforme costituzionali), il tutto con il bicameralismo perfetto vigente.

In realtà, il primo tentativo di riforma, quello della commissione Bozzi, è del 1983-85, ben trentacinque anni dopo la Costituzione del 1948. La commissione Bozzi propose una riduzione del numero dei parlamentari, ma non toccò il bicameralismo. Lo stesso, la successiva commissione De Mita-Jotti del 1993-94, che si limitò a regolare il rapporto fiduciario tra governo e parlamento. La commissione D’Alema del 1997 tentò il modello semipresidenziale francese.

Negli anni ’80, si palesò una inversione di tendenza della partecipazione elettorale e del consenso ai principali partiti. A questa crisi di rappresentanza, i partiti anziché tentare di riformare se stessi, per riguardagnare un rapporto con la società, iniziarono a tentare la strada delle riforme istituzionali, per riavere mediante un artificio elettorale e procedurale quel potere di governo incrinato dal venir meno del consenso attivo. In questo senso, la riforma Renzi-Boschi è l’ultimo tentativo di intraprendere con successo una scorciatoia.