Sulle presidenziali francesi 2017

Risultati presidenziali francesi 2017

Al primo turno delle presidenziali francesi avrei votato per Hamon (socialista), o per Melenchon, (sinistra radicale), perché io sono di sinistra ed è nella logica del doppio turno, che al primo si voti il candidato più vicino e al secondo, eventualmente, il candidato meno lontano. Così al secondo turno voterei Macron, perché il liberalismo mi è sempre meno lontano del fascismo. Tuttavia, il liberalismo non garantisce uno sviluppo indefinito, uno sviluppo per tutti e, nelle fasi di crisi, non sa proteggere il ceto medio e i ceti più poveri. Di conseguenza questi ceti cercano riparo presso forze non tradizionali ed anche illiberali. Marine Le Pen non ha primeggiato e rimarrà isolata. Dunque, probabilmente perderà, ma la sua pronosticata sconfitta avverrà comunque in una traiettoria ascendente. Nel 2002, l’accesso al ballottaggio del Front National fu una sorpresa, nel 2017 è un dato previsto, che può stabilizzarsi nel quadro politico francese.

Macron, oggi pare un argine e una possibile alternativa: giovane, non compromesso con i governi precedenti ed i partiti tradizionali, anche se è stato iscritto al PS e per breve tempo ministro sotto Hollande. Il suo programma, tuttavia, rimane nel solco della tradizione neoliberale: vuole tagliare la spesa pubblica, abbassare le tasse, ridurre il pubblico impiego, approvare gli accordi commerciali internazionali, liberalizzare il mercato del lavoro, attenuare la legge sulle 35 ore di lavoro settimanali. Su alcuni punti del programma sociale, il Front National, lo scavalca paradossalmente a sinistra. Marine Le Pen vuole mantenere le 35 ore, abbassare l’età pensionabile a 60 anni, aumentare le tutele per i lavoratori francesi. Macron propone di accelerare l’integrazione europea ed è più aperto nell’accoglienza ai migranti: è favorevole allo ius soli, ma concede alla sua avversaria di voler rafforzare i controlli alle frontiere e accorciare i tempi degli esami per le richieste di asilo. Insomma, un confronto tra un europeismo neoliberale e un protezionismo nazionalista, con il primo che, dalla posizione di un governo minoritario nel paese, alimenta il secondo.

Dato il suo essere vincente, Macron suggestiona buona parte dei democratici italiani. Matteo Renzi, ne ha già imitato il motto En marché (In cammino). Renzi, in effetti, è giovane, ma ormai usurato come leader del PD e presidente del consiglio, per giunta sconfitto nel referendum costituzionale. Macron è un consigliere economico competente svincolato dalle appartenenze, una novità in Francia. In Italia, tecnici indipendenti legati al mondo della finanza, ne abbiamo già avuti, fin dal 1993. Così, un Macron ex novo, non ce l’abbiamo. Anche se lo avessimo, il suo risultato francese sarebbe insufficiente in Italia. Qui, con otto milioni e mezzo di voti e il 24%, non si arriva primi e se ci si arriva bisogna comunque allearsi con altri; una possibilità disponibile anche per gli avversari. In Italia, non c’è un pericolo isolato all’estrema destra, espressione della provincia rurale, c’è il M5S, un movimento ibrido tra Le Pen e Melenchon, capace di vincere in grandi città come Roma e Torino, proprio con un sistema a doppio turno.

Se ai nostri liberali manca un Macron, a sinistra non abbiamo un Melenchon. O un Iglesias, uno Tsipras, un Sanders, un Courbyn, una personalità in grado di superare la frammentazione patologica di tutto quel che esiste alla sinistra del PD. Melenchon ha ottenuto un ottimo risultato, ridimensionato solo dal fatto di essere stato preceduto da pronostici troppo favorevoli fino ad essere dato come possibile candidato al ballottaggio: non aver raggiunto quell’obiettivo adesso sembra una sconfitta. Ma, se Le Pen ha mancato il primato è anche merito suo e solo poco tempo fa, una sinistra radicale prossima al 20% in Francia era inimmaginabile. Oggi con Hamon, candidato di sinistra del PS, farebbe il 26%. Questo può essere se non il modello, la speranza: riuscire a realizzare tra breve, quel che adesso sembra impossibile.

Riferimenti:
[>] Elezioni presidenziali in Francia del 2017 (Wikipedia)
[>] Due idee diverse di Francia (Il Post, 24.04.2018)
[>] Macron e Le Pen andranno al ballottaggio (Il Post, 24.04.2018)

Sulla scissione del PD

Le separazioni sono impopolari. La sinistra si scinde come gli altri. Una scissione può anche mettere ordine. La minoranza si separa a ragione per salvarsi

scissione-pdLe scissioni sono malviste, hanno cattiva stampa. Come le separazioni sembrano contro natura, perché spezzano legami amicali e parentali. Chi sceglie di separarsi si sente in colpa e prova a gettare la responsabilità sull’altro. In politica, pare aumentino l’instabilità e la frammentazione: ecco un altro partito; e dipenda dall’iniziativa di minoranze incapaci di perdere. Il brutto alone della scissione e quello altrettanto del minoritario perdente si rinforzano in negativo a vicenda. Se accade a sinistra, si collega come una barzelletta alla storia delle scissioni socialiste e comuniste. Questa reputazione della scissione spiega qualcosa del comportamento esitante e contraddittorio della minoranza del PD.

Le divisioni del PD, più che appartenere alla famiglia delle scissioni di sinistra, sono parenti delle continue disarticolazioni dei partiti della cosiddetta seconda repubblica, effetto di leaderismi esclusivi. Da Berlusconi si sono scissi Fini, Alfano, Fitto e Verdini; da Bossi: Rocchetta e Pivetti, poi da Salvini: Tosi; la diaspora democristiana ha visti divisi Segni, Buttiglione, e la coppia Casini e Mastella; poi Buttiglione da Bianco; poi Mastella da Casini; poi Follini da Casini; all’estrema destra esistono almeno tre formazioni: Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casapound; da Grillo si è scissa una pattuglia di senatori, poi vari esponenti epurati da Flavia a Pizzarotti. Perché il PD dovrebbe essere da meno? Si è già vista la scissione da sinistra di Mussi e quella da destra di Rutelli.

Nonostante il senso di sfilacciamento e confusione dato dalla rassegna delle separazioni, la scissione di un partito ha le sue potenzialità: può razionalizzare il quadro politico, se ad una separazione seguono altre riunificazioni, che mettono in ordine le pere con le pere e le mele con le mele. Molto sta nel riconquistare il senso di questa distinzione. I trasformismi di questi anni sono stati favoriti da una politica indifferenziata. Invece sotto il governo Renzi, le discriminanti su scuola, lavoro, istituzioni, sono parse abbastanza nette e la convivenza davvero forzata. Un’altra cosa che ha colpito, in un partito di solito più civile degli altri, è il venir meno del rispetto, in particolare il bullismo di una parte dei renziani contro esponenti della minoranza. La messa in scena, senza imbarazzo, di pessime relazioni personali. Così come il contrapporsi in modo ostentato all’Anpi e alla Cgil.

I termini della divisione, una normale lotta di potere tra maschi, oggi sono confusi. Paiono una disputa sulla data del congresso, prima o dopo le amministrative, anche in funzione della scadenza della legislatura, che Renzi vorrebbe anticipare e i suoi oppositori no. La questione del congresso pare ben spiegata da Emanuele Macaluso, secondo il quale Renzi lo stravolgerebbe in un plebiscito su se stesso, con le primarie aperte a tutti. I renziani invece spiegano che il nodo vero è la volontà di far fuori Renzi. Ma la minoranza, finché tale, non dispone di questo potere in nessun tipo di congresso. La maggioranza invece ha il potere di far fuori la minoranza dalle liste elettorali e la cosa, in un partito del leader, ha senso. Il desiderio di avere gruppi omogenei è naturale; se l’omogeneità si realizza mediante il confronto, richiede tempo e mediazioni; un leader che invece fa della rapidità una sua arma, ha bisogno di gruppi obbedienti e affidabili.

L’eterno figlio e gli eterni padri

Massimo Recalcati vede in Matteo Renzi il figlio giusto osteggiato dai padri padroni. Un conflitto generazionale sovrapposto al conflitto tra la purezza ideologica e la responsabilità di governo

padre-e-figlio

Matteo Renzi è un leader tra gli altri, con il suo seguito e i suoi avversari. È normale che qualcuno veda in lui quello giusto e nei suoi oppositori quelli sbagliati. Meno normale continuare a rappresentarlo come un giovane emergente contro vecchi potenti. Questa storia ormai è passata. Renzi ha più di 40 anni, è sposato, padre di un figlio adolescente; già sindaco di Firenze è diventato segretario del PD, carica che tuttora ricopre dalla fine del 2013. È stato uno dei più longevi presidenti del consiglio. Ha tentato la riforma della Costituzione; sconfitto, si è dimesso da premier e ora punta a vincere le elezioni politiche per tornare al governo; una parte dell’opinione pubblica lo ritiene l’unico argine ai populismi. Cosa deve fare per smettere di essere considerato figlio e diventare finalmente adulto e padre?

Essere avversato da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, è insufficiente per poter rimanere in una posizione fanciullesca. Quei due padri sono stati rottamati, dunque non sono più padroni. Inoltre, Renzi usufruisce dell’appoggio di altri padri, Piero Fassino e Walter Veltroni, mentre confligge con i suoi fratelli Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, oltre ad uno un po’ più grande, Michele Emiliano. Il primo a fare la scissione è stato Pippo Civati; il secondo Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre. Tutti giovanotti. Le scissioni sono spiacevoli, ma se dividono da una parte e unificano dall’altra, razionalizzano il quadro. Fassina si è diviso da Renzi e si è unito a Nichi Vendola. Se una eventuale iniziativa di D’Alema riesce ad unificare le forze alla sinistra del PD, non è un male. È vero che tutte le scissioni di sinistra si sono rivelate minoritarie, ma è anche vero che il primo partito della sinistra ha sempre saputo mantenere l’appoggio del sindacato, dell’associazionismo collaterale, oltre che della sua stessa organizzazione: non si è mai contrapposto ai corpi intermedi.

La rappresentazione generazionale del conflitto è parte della retorica nuovista. Quello in corso nel PD e nei suoi dintorni è un conflitto politico che divide tanto i giovani quanto i vecchi. Ed è anche, naturalmente o forse soprattutto, una lotta per il potere, come sono spesso le lotte intestine ai gruppi dirigenti e agli apparati di partito. Alcuni sembrano poco credibili nel rappresentare le posizioni di sinistra, perché in passato, alla direzione del partito e al governo, hanno rappresentato posizioni più centriste, tanto da potersi leggere come precursori del renzismo. Così, è retorica anche la rappresentazione di una contesa tra puristi e governisti. Nel PD sono tutti governisti.

Per stabilire una (improbabile) analogia tra Matteo Renzi ed Enrico Berlinguer, lo psichiatra attribuisce a Berlinguer il principio (pure nel senso di inizio) della responsabilità di governo. Quel principio, tuttavia, spetta a Palmiro Togliatti e alla svolta di Salerno (1944). Se dal 1947, i comunisti non hanno mai governato, è perché furono estromessi ed esclusi. Obbligato all’opposizione, il PCI si definì partito di lotta e di governo; dall’opposizione ha conquistato riforme, che con il PD al governo non possiamo neppure sognarci. O meglio, si, possiamo sognarcele anche ad occhi aperti, tanto da dire, come fa Recalcati nella sua intervista all’Unità, di intendere il significato della sinistra come priorità alla giustizia sociale e alla difesa del valore del lavoro, mentre sostiene il leader che ha esteso i voucher e la libertà di licenziamento.

Su crisi di governo ed elezioni anticipate

Referendum Roma 1946Se, dopo aver perso il referendum, Renzi debba dimettersi, riguarda solo la sua serietà. Nessun obbligo, però le dimissioni hanno senso se significano discontinuità. Tra tutte le alternative, la staffetta con un fedelissimo coadiuvato da un super fedelissimo, per gestire nomine e scadenze, secondo i desideri di rivincita del dimissionario, è la scelta più finta, peggio se ostentata da consultazioni parallele a Palazzo Chigi.

Le elezioni anticipate che vogliono Renzi e M5S, per capitalizzare subito l’esito referendario, avrebbero un solo valido motivo: mettere fine ad un parlamento eletto con una legge incostituzionale. Tuttavia, la legislatura scade comunque all’inizio del 2018 e a fine 2016 non c’è una legge elettorale concordante per camera e senato. Una buona legge elettorale, che non sia l’accordo di due partiti contro un terzo e che possa durare, richiede di essere pensata e mediata per un accordo il più ampio possibile. L’ideale per me, rimane la legge proporzionale, che fa del parlamento lo specchio del paese e il centro del sistema politico. Questo richiede il tempo necessario, senza predeterminare scadenze, meglio se sotto la supervisione di un governo istituzionale retto dal presidente del senato o dalla presidente della camera.

A sconsigliare le elezioni anticipate è pure l’impreparazione di tutti gli schieramenti, oggi divisi al loro interno. Vincitori e sconfitti in primavera porterebbero al governo e in parlamento solo la loro confusione. In un anno, invece, possono meditare su quanto è successo e provare a darsi un assetto decente. Un tempo era la palude, oggi la frenesia; occorre un giusto mezzo e un tempo di decantazione. Ad oggi, neppure io mi sento pronto; vorrei evitare di dare un voto di bandiera al solito cartello di sinistra improvvisato che poi non elegge nessuno e vorrei pure sfuggire alla tentazione del meno peggio.

A proposito di meno peggio, mi dispiace leggere da giorni il risentimento di tante amiche e amici del SI e del PD contro gli elettori (arretrati), gli avversari (populisti), i dissidenti (traditori). Un’intolleranza che sfocia in insulti. Anche i commenti più educati si risolvono in una visione soltanto negativa dell’altro. Nessun soggetto sembra oggi capace di rispettare avversari e dissidenti. Il PD è mediamente più civile degli altri, ma sempre meno.

Con questo PD, Pisapia propone alla sinistra di allearsi al posto di Alfano e Verdini. La sua proposta ha senso a Milano, ma presenta due problemi nel resto d’Italia. Pisapia ha scelto il SI, la sinistra il NO, difficile possa essere subito lui il riferimento per una unificazione. Le politiche di governo del PD (scuola, lavoro, istituzioni) sono state volute proprio dal PD, non costrette da compromessi con alleati moderati. Perciò, non basta sostituirsi all’NCD per cambiare la politica del governo. Anche la sinistra ha bisogno di tempo per prepararsi.

A sfavore delle elezioni anticipate c’è infine una questione di principio. La difesa della centralità del parlamento, sostanza del NO alla riforma costituzionale, implica il rispetto del ruolo del parlamento, della sua facoltà di formare e cambiare maggioranza, finché ne è capace, quindi il rispetto del completamento della legislatura. Il riflesso che porta a chiedere il voto anticipato ad ogni crisi di governo, è coerente con il presidenzialismo, non con il parlamentarismo.

L’uomo forte

concerto del mare

Gianni Cuperlo, il più mite dirigente della sinistra democratica, definisce una intervista del ministro dei beni culturali Dario Franceschini come «l’espressione imbarazzante di una profonda disonestà politica e intellettuale». Nell’intervista, Franceschini indirizza alla minoranza di sinistra del suo partito una indicazione accusatoria: «Chi vuole affrontare il segretario dentro il Pd, lo sfidi al congresso; chi lo vuole sconfiggere nel Paese, lo sfidi alle politiche. Ma usare una riforma attesa da 30 anni per buttarlo giù è un atto contro il Paese». L’ipotesi di usare il referendum proprio per bocciare riforme ritenute sbagliate, non è contemplata.

Per parte mia, non aspetto queste riforme, anzi ho sempre guardato con molta diffidenza a tutti i tentativi di riforma costituzionale e ogni volta mi sono sentito sollevato dal loro fallimento, come se non credessi fino in fondo alla competenza democratica dei nuovi riformatori. Leggere Franceschini che ammira in Renzi l’uomo forte, mi pare, in effetti, una manifestazione di incompetenza.

Uomo forte nel senso di uomo che decide. Questo è Renzi. Se un altro di noi fosse stato al suo posto, me compreso, si sarebbe fermato sulla legge elettorale per non rompere il Pd o sulla riforma per evitare la frattura con Forza Italia, o sul Jobs act per tenere dentro la Cgil, sulla scuola per non rompere con gli insegnanti e sulle unioni civili per non litigare con la Chiesa. Devo continuare?

Oggetto di stima, qui non sono le decisioni buone, ma il modo in cui sono state prese, in rottura con le parti interessate. Leggi elettorali e costituzionali contro le opposizioni; leggi sulla scuola e sul lavoro contro gli insegnanti e i sindacati (ma con il favore della Confindustria). Può essere necessario dover decidere contro. Una necessità, non un vanto, l’occasione per ostentare una posa muscolare.

L’intervistato confronta l’uomo forte con predecessori meno forti. In realtà, le maggioranze passate hanno più volte legiferato sulla scuola, sulle pensioni, sul lavoro, sulla Costituzione e sulle leggi elettorali. Il centrosinistra in accordo con i sindacati, il centrodestra spesso da solo: dalla legge Biagi alla riforma di Maria Stella Gelmini, al porcellum, alla devolution, alle tante leggi giudiziarie ad personam. Dunque, un uomo forte lo abbiamo già visto a capo del governo.

Ma da cosa è data questa forza, cosa farebbe di Renzi un uomo più forte di Prodi, D’Alema o Veltroni? Il temperamento, il vigore fisico, l’ottimismo? A me pare solo il fatto che le sue controparti sono oggi più deboli di venti o anche solo dieci anni fa. Con Berlusconi si può rompere, tanto ci sono Alfano e Verdini, il cavaliere non è più il padrone assoluto del centrodestra e il centrodestra non è più metà dello schieramento politico. Con la sinistra dem si può rompere, non è la Rifondazione che fa cadere il governo. Con la Cgil si può rompere, dopo otto anni di crisi economica, non è più la potente organizzazione che riempiva il Circo Massimo ancora con Cofferati. Inoltre, con l’affermazione del M5S, Renzi è visto come un argine dagli stessi suoi avversari più tradizionali e da un suo potente alleato: Giorgio Napolitano.

La Chiesa invece ha ancora la sua solidità e infatti con la Chiesa non si è rotto. La rappresentazione del litigio per le uonini civili è un po’ leggendaria. Le unioni civili sono passate anche grazie al consenso di un nuovo papa e con lo stralcio della stepchild adoption, tema sul quale il PD ha comunque concesso libertà di coscienza ai suoi eletti. In fondo, ha fatto bene, forse è stato più forte così, nella ricerca della mediazione e del consenso, che in altre situazioni, dove si è contrapposto e imposto.

Infatti, cosa è un uomo politico forte? Un politico con un ampio consenso, capace di persuadere e includere. Nella visione di Franceschini (e Renzi), invece, è un uomo che si impone a dispetto del consenso, cioè un uomo che non ha la forza e al suo posto ci mette la prepotenza. Il suo prevalere e prevaricare finisce per avere più valore del motivo per cui vuole prevalere. Un uomo così intende la politica come un continuo referendum confermativo su stesso. Per questo può succedere che qualcuno usi il referendum per farlo cadere.

L’uso abusivo di Iotti, Ingrao e Berlinguer

Berlinguer contro il bicameralismoÈ almeno dall’estate scorsa, che dirigenti e militanti del PD usano citazioni di Enrico Berlinguer sul bicameralismo, per rappresentare lo storico segretario comunista nei panni di un ispiratore delle riforme costituzionali volute da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, sotto gli auspici di Giorgio Napolitano. Quel che rimane omesso in tali citazioni, è che Berlinguer, se era un monocameralista, era anche un parlamentarista e un proporzionalista. Dunque, difficilmente avrebbe potuto approvare un disegno di riforme che subordina il parlamento al governo con una legge maggioritaria. Inoltre, proprio il suo essere monocameralista si sarebbe mal conciliato con la sopravvivenza di un senato non elettivo con poteri di intervento sulle leggi costituzionali.

Ingrao contro il bicameralismoPochi giorni fa, Berlinguer è stato rievocato proprio da Renzi e questo ha rilanciato l’attivismo citatorio dei suoi simpatizzanti, che hanno diffuso in rete meme antibicameralisti con frasi di Berlinguer, Ingrao, Iotti.

Questo uso strumentale dei grandi dirigenti comunisti ha suscitato la protesta delle figlie e delle parenti: Bianca Berlinguer, Celeste Ingrao, Maria Luisa Boccia. Oltre che, di Enrico Mentana. Mentre Nadia Urbinati ha spiegato come il monocameralismo del PCI non sia alle origini delle attuali riforme.

I renziani hanno risposto che i grandi comunisti non sono proprietà delle loro famiglie, sono un patrimonio comune di tutta la sinistra. Ma l’operazione propagandistica dei meme, non condivide un patrimonio comune, se ne appropria in modo del tutto forzato, non consiste in discorsi e articoli che poggiano su citazioni, ma in manifesti elettorali, che fanno di un volto uno sponsor, sovrapponendo alle sue parole il simbolo del PD e il SI a caratteri cubitali da votare al referendum.

Iotti contro il bicameralismoClaudio Velardi, consigliere ex dalemiano, oggi vicino a Renzi, ha criticato questo tipo di propaganda, non per la sua strumentalità, ma perché rivolta alla parte più conservatrice e stanca del paese, mentre la propaganda del SI dovrebbe far leva sui giovani. Probabile, però, che il confronto referendario interessi più i vecchi che i giovani, sia vissuto come un conflitto autoreferenziale del ceto politico, un voto pro o contro il governo, che poco incide sulla quotidianità sociale.

D’altra parte, è significativo che il renzismo non ritenga di avere da spendere suoi volti particolarmente attraenti. L’Unità ha dichiarato Craxi più padre della sinistra odierna di Berlinguer, eppure la faccia di Bettino Craxi, in effetti molto più congeniale alle riforme renziane, non viene ritratta in meme di propaganda per il SI.

La scorciatoia costituzionale

Scorciatoie

Giorgio Napolitano, citato da Angelo Panebianco, ha suddiviso gli oppositori della riforma costituzionale in tre gruppi. I conservatori; gli antirenziani; i perfezionisti. Dato il mio orientamento a votare no, ho pensato a quale gruppo potrei iscrivermi.

Non al gruppo dei conservatori, che considerano la Costituzione intoccabile. Sono contrario al Senato non elettivo, ma favorevole all’abolizione del Senato, se compensato da un rafforzamento dei poteri di indirizzo, di iniziativa e di controllo di una Camera eletta con il sistema proporzionale, secondo la proposta originaria del PCI.

Non al gruppo degli antirenziani, che vogliono bocciare la riforma per far cadere il governo. È stato Renzi a legare la sorte dell’esecutivo all’esito del referendum. Rispetto al governo, la mia posizione è quella di un oppositore di sinistra. Tuttavia, considero Renzi e Boschi parte del mio mondo, sia pure molto prossimi ai confini, mentre non vedo in Grillo e Salvini alternative civili auspicabili. Poiché un giorno, il M5S o il centrodestra o un’altra forza meno affidabile del PD, andrà al governo, non voglio ritrovarmi con un governo più forte del parlamento.

Non al gruppo dei perfezionisti. Se mi esprimo contro una riforma, è perché considero i difetti più importanti dei pregi. Il rapporto di potere tra governo e parlamento è più importante dell’introduzione dei referendum propositivi. È comunque possibile, come proposto da Valerio Onida, articolare il referendum su più quesiti, in modo da poter dire dei si e dei no. Ma l’impostazione plebiscitaria voluta da Renzi, implica un prendere o lasciare per tutto il pacchetto, nonostante i suoi provvedimenti siano slegati tra loro.

Mi sento parte di un’area di opposizione, eterogenea come spesso sono le opposizioni, che semplicemente giudica la riforma Renzi-Boschi peggiorativa e che, magari, non le attribuisce neanche una importanza decisiva. La prevaricazione del governo sul parlamento è già in atto per effetto delle leggi elettorali maggioritarie e dell’abuso di decreti legge e voti di fiducia.

Secondo Angelo Panebianco, politologo vicino al centrodestra, la riforma non ha un disegno autoritario. Lo penso anch’io. Probabile non abbia proprio un disegno e risponda solo ad obiettivi contingenti: ridurre i costi della politica – perché questa è la moda del momento, come quindici anni fa lo era il federalismo, che adesso questa riforma si appresta ad invertire – e velocizzare l’iter legislativo. Ma pure senza un disegno, una riforma può avere implicazioni o effetti autoritari, se procede nel senso di rafforzare l’elemento della decisione (che esclude) per rispondere ad una crisi di rappresentanza e partecipazione (che includono).

Secondo Giorgio Napolitano, la bocciatura della riforma è la fine: «l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi». Lo dice in rapporto al mantenimento del bicameralismo, da subito «indifendibile». Eppure, l’Italia ha convissuto con il bicameralismo perfetto per decenni, durante il miracolo economico e l’approvazione di riforme molto importanti: la riforma agraria, le nazionalizzazioni, la scuola media unica, le pensioni, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, il servizio sanitario nazionale, solo per citarne alcune. Lo stesso Renzi vanta di aver realizzato riforme radicali in soli due anni, dopo l’immobilismo di «63 governi dormienti» (il job act, la buona scuola, le unioni civili, le stesse riforme costituzionali), il tutto con il bicameralismo perfetto vigente.

In realtà, il primo tentativo di riforma, quello della commissione Bozzi, è del 1983-85, ben trentacinque anni dopo la Costituzione del 1948. La commissione Bozzi propose una riduzione del numero dei parlamentari, ma non toccò il bicameralismo. Lo stesso, la successiva commissione De Mita-Jotti del 1993-94, che si limitò a regolare il rapporto fiduciario tra governo e parlamento. La commissione D’Alema del 1997 tentò il modello semipresidenziale francese.

Negli anni ’80, si palesò una inversione di tendenza della partecipazione elettorale e del consenso ai principali partiti. A questa crisi di rappresentanza, i partiti anziché tentare di riformare se stessi, per riguardagnare un rapporto con la società, iniziarono a tentare la strada delle riforme istituzionali, per riavere mediante un artificio elettorale e procedurale quel potere di governo incrinato dal venir meno del consenso attivo. In questo senso, la riforma Renzi-Boschi è l’ultimo tentativo di intraprendere con successo una scorciatoia.