L’attenzione al conflitto mediorientale

A peace movement poster: Israeli and Palestinian flags and the words peace in Arabic and Hebrew.

I sostenitori di Israele spesso chiedono il perché di un’attenzione sproporzionata al conflitto mediorientale, in fondo, un conflitto meno cruento di molti altri. Nella domanda è implicita un’accusa di doppiopesismo e, forse, di antisemitismo: monitorate e denunciate di continuo quello che fa Israele quando siete pronti a chiudere un occhio e anche tutti e due per cose simili o peggiori commesse da altri stati. La domanda rivela pure un disagio, perché quando in un conflitto ti senti dalla parte della ragione, di attenzione ne vuoi molta e non poca.

L’antisemitismo e l’antisionismo più fazioso esercitano la loro influenza nella rappresentazione del conflitto israelo-palestinese, ma non fino al punto da prevalere sulle motivazioni pacifiste e umanitarie, che aderiscono non tanto e non solo alla causa palestinese, quanto all’ideale di una convivenza tra i due popoli nella pace e nella giustizia. L’accusa di antisemitismo tante volte è un sospetto sincero e, insieme, un espediente censorio. L’attenzione al Medio Oriente è condivisa e diffusa da fonti di diverso orientamento e dagli stessi sostenitori di Israele.

Questo si può capire, per effetto della nostra dipendenza dal petrolio mediorientale. Vale il precedente della guerra del Kippur nel 1973. Egitto e Siria attaccarono Israele, per riprendersi il Sinai e il Golan, persi nella guerra del 1967. L’Opec ridusse i flussi di approvvigionamento di petrolio, verso i paesi importatori, principalmente i paesi occidentali, alleati di Israele, fino a far triplicare il prezzo del greggio. I governi dei paesi dovettero varare provvedimenti di austerità energetica; gli Stati Uniti s’impegnarono nel mediare i rapporti tra Egitto e Israele, fino alla pace di Camp David del 1978, con la quale il Sinai fu restituito agli egiziani.

L’attenzione al Medio Oriente ed ai suoi conflitti, oltre ad essere un fatto mediatico, riguarda il coinvolgimento, politico, economico, militare, degli Stati Uniti e del sistema di alleanze occidentali, di cui Israele fa parte e di cui è e si sente avamposto ai confini del mondo arabo. In questo senso, il conflitto mediorientale assume anche una forte valenza simbolica rispetto ai nostri conflitti di significato più globale: la guerra fredda; le guerre coloniali; le guerre di religione, le guerre di civiltà. Ieri, era Usa-Urss, oggi Occidente-Islam.

Lo stesso moderno Stato d’Israele ha una potente forza simbolica, dal suo richiamarsi al mito biblico del ritorno degli ebrei in Palestina, nei luoghi considerati sacri dalle tre grandi religioni monoteiste, al suo essere l’esito dell’antisemitismo europeo. Il sionismo fu orientato da due principi laici dell’Europa moderna: la missione civilizzatrice del colonialismo; il costituirsi dei popoli in stati nazionali. In un primo tempo, gli ebrei tentarono di integrarsi negli stati nazionali europei; poi presero atto di continuare ad essere trattati come un corpo estraneo, oggetto di pregiudizi, discriminazioni e violenze. Quindi gli ebrei sionisti, dopo aver scartato altre possibili collocazioni, scelsero la via della colonizzazione della Palestina, dove già risiedevano comunità ebraiche. Essi, però, sottovalutarono la presenza araba, contro cui intrapresero una contesa secolare.

Lo Stato d’Israele si costituì nel 1948, con il sostegno dell’Urss e degli alleati occidentali, mediante il riconoscimento dell’Onu, ma senza l’accordo con gli arabi, che respinsero i piani di spartizione. I paesi confinanti, aggredirono il nuovo stato, il quale potè avvalersi dell’aiuto in armi dell’Urss, per vincere la guerra, allargare i propri confini ed espellere una parte della popolazione araba. La nascita dello Stato ebraico intesa come risarcimento per la shoah e soluzione della questione ebraica, ebbe il favore dell’opinione pubblica occidentale progressista; un favore che s’incrinò nel 1967, quando Israele vinse la guerra dei sei giorni, iniziò a colonizzare i territori conquistati, Gaza e la Cisgiordania, e mise in uno stato di sospensione giuridica i suoi abitanti. Una situazione tuttora vigente, nella quale i palestinesi dei Territori non possono autodeterminarsi in uno stato indipendente e sovrano, né ricevere la cittadinanza israeliana.

Come risultato della sua storia, Israele si trova in una posizione complessa e contraddittoria. Quella di essere democratico ed escludere dalla democrazia tre milioni di persone nei Territori occupati (contesi dal punto di vista israeliano); quella di essere laico e autodefinirsi per appartenenza religiosa; quella di essere mediorientale, ma sentirsi ed essere percepito occidentale; quella di provenire da una storia millenaria nella parte dell’oppresso e di ritrovarsi in una contingenza storica nella parte dell’oppressore; quella di non saper scegliere tra questione demografica e questione territoriale. Ciò che è contraddittorio di solito è più interessante. E più divisivo. Una delle ragioni per cui sul conflitto mediorientale parliamo e scriviamo molto sta nelle nostre divisioni e contrapposizioni.

Ricordo, uno di quei conflitti spesso ignorati; un giorno improvvisamente generò decine e decine di pagine di dibattito, in un forum dedicato all’Asia sudorientale, normalmente deserto. Si trattava del massacro dei monaci buddisti in Birmania nel 2007. Da cosa era dipesa tutta quell’attenzione improvvisa? Non dall’astratta valutazione della gravità del fatto, ma dall’intervento di un tale che si mise a difendere la giunta birmana la quale, secondo lui, rappresentava le ragioni della laicità contro quelle della religione. Fece arrabbiare tanti, convinse qualcuno, e ne seguì una discussione infinita.

Immaginarsi a parti rovesciate

Nadine Al-BudairUna giornalista saudita del Qatar, Nadine Al-Budair, chiede al suo pubblico di immaginare giovani cristiani occidentali lanciarsi in missioni suicide nei paesi arabi, giovani a cui i paesi arabi hanno concesso accoglienza e assistenza.

Qualcosa oltre ogni immaginazione, perché – lei dice – l’Occidente è umanitario e rifiuta di reagire in modo barbaro agli attentati islamisti, anzi continua ad accogliere ed ospitare musulmani.

Nadine Al-Budair è liberale e forse ha una visione ingenua del nostro mondo, come i comunisti occidentali l’avevano del mondo sovietico. L’Occidente accoglie, ospita e assiste, ma pure contrasta, respinge, espelle, esclude: dal 2014, 7.500 migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. L’Occidente non manda kamikaze in Medio Oriente, ma compie raid e bombardamenti, che nell’ultimo anno e mezzo hanno ucciso un migliaio di civili in Siria e in Iraq.

Nadine Al-Budair ha comunque le sue buone ragioni, perché compie uno sforzo di immedesimazione nell’altro ed invita la propria parte a non autoassolversi e a scegliere l’autoriforma, a vedere come la propria politica e religione si prestano ad alimentare il terrorismo.

Sostenere questa giornalista è diverso dal ripetere le sue parole, come fanno le pubblicazioni predisposte al conflitto di civiltà; sostenerla vuol dire assumere la sua stessa postura introspettiva: immedesimarsi nell’altro, rinunciare ad autoassolversi e vedere cosa c’è nella propria politica, che alimenta la violenza e lo scontro.

Tra gli occidentali, questa postura confligge con chi rifiuta le equiparazioni, detesta il terzomondismo, rimuove i sensi di colpa. Eppure non si tratta di stabilire se l’Occidente sia più buono o più cattivo degli altri, né di attribuirgli maggiori o minori responsabilità rispetto ad altri.

Che si pensi sia più o meno responsabile, l’Occidente, o meglio l’Europa, è la nostra parte del mondo, quella che ci compete e, in modo pacifico e democratico, possiamo cambiare, per superare la guerra e il terrore.

Emergency, occidentali nel mondo

emergency

Emergency è una associazione umanitaria italiana divenuta ong e partner ufficiale dell’ONU, che offre cure mediche chirurgiche gratuite di alta qualità alle vittime di guerra, delle mine anti-uomo e della povertà; gestisce strutture sanitarie in Afghanistan, Iraq, Repubblica Centroafricana, Sierra Leone, Sudan, Libia, e Italia ed ha portato a termine programmi in Ruanda, in Eritrea, a Jenin in Palestina, a Medea in Algeria, in Kosovo, in Angola, in Nicaragua, in Sri Lanka e in Cambogia. L’associazione promuove inoltre campagne di sensibilizzazione sui valori della pace, della solidarietà e dei diritti umani.

Emergency è stata talvolta criticata per una mancanza di neutralità in politica estera: nel 2010, in modo molto corretto da Sergio Romano; in questi giorni, in modo molto scorretto dal Giornale, che ha accusato Emergency di strumentalizzare la morte della sua volontaria Valeria Soresin, e dal giornalista dell’Unità Fabrizio Rondolino, che ha postato un tweet violento e offensivo contro Emergency, un rilancio molesto contro i talebani di Cecilia Strada, provocando una ondata di indignazione sui social-network e su qualche giornale. Incalzato dalle contestazioni, Rondolino ha poi spiegato le ragioni del suo tweet in un articolo pubblicato, non dall’Unità, ma dal suo blog (in disuso da quando scrive sull’Unità) e sull’Intraprendente, pubblicazione di destra diretta da Giovanni Sallusti, nipote di Alessandro, direttore del Giornale.

tweet rondolino emergency

Il titolo dell’articolo è: Emergency, il terrorismo, l’Occidente. Per dire in sostanza che esiste una contrapposizione tra terrorismo e Occidente, rispetto alla quale Emergency sta con il terrorismo. Perché, dopo gli attentati di Parigi, Gino Strada ha dichiarato che le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e distruzione. Rondolino ne deduce che gli attentati di Parigi per Strada sono legittimi; quindi procede nella rassegna delle colpe di Emergency: fa dichiarazioni e comunicati politici contro la politica estera dei governi occidentali, che nulla hanno a che fare con lo statuto di una ong umanitaria, neutrale e indipendente; opera in territori controllati dal nemico per andarsi a cercare i terroristi da curare invece di aspettare che vengano a bussare alla sua porta; il suo fondatore, Gino Strada, in gioventù era militante di un gruppo leninista. Conclusione: Emergency odia l’Occidente, come tanta parte della sinistra terzomondista che soffre di sensi di colpa, comprende i terroristi e colpevolizza i governi occidentali; a differenza della comunità islamica, è il vero nemico interno dell’Occidente, perciò va isolata e boicottata. Infine, un tale odio anti-occidentale può esistere, perché in Occidente vige la libertà di espressione, ma lui intende combatterlo aspramente.

Il manicheismo dell’articolo è facile da capire, ma impossibile da condividere anche solo in parte. Da molti anni, anche da prima dell’11 settembre, esiste un intreccio di conflitti interni al Medio Oriente; conflitti disimmetrici tra coalizioni di stati occidentali guidati dagli Usa e sfuggenti entità terroriste di matrice islamista, da Al Qaeda a Daesh; giochi confusi di alleanze e cambi di alleanza in funzione del nemico del momento (l’Urss in Afghanistan, l’Iran di Khomeini, la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam, la Siria di Assad). Ogni colpo inferto in questo conflitto è al tempo stesso un attacco e una rappresaglia. Chi assume la logica di guerra, le sue premesse, considera le rappresaglie legittime. Chi la rifiuta, invece no. Le premesse del guerriero non possono misurare le conclusioni del pacifista. Lo stesso presidente Francoise Hollande ha dichiarato che la Francia è stata punita per il suo impegno contro il terrorismo. Dunque, anche per lui gli attentati di Parigi sono stati una reazione. L’impegno francese e degli altri stati può essere giudicato sul piano dell’efficacia. Tony Blair ha ammesso che Daesh è anche l’effetto delle guerre da lui promosse con Bush contro l’Afghanistan e l’Iraq. Dunque, lo si può dire con toni più o meno amichevoli, la sostanza non cambia: la guerra contro il terrorismo ha prodotto più terrorismo. Ne consegue la difficoltà di affidarsi ancora alla guerra per sconfiggere il terrorismo.

emergency libia

Un’associazione umanitaria può scegliere di limitarsi alle sue competenze e ignorare la politica oppure può fare anche politica. Se io fossi un medico che ogni giorno cura feriti, assiste alla sofferenza, alla morte, rischia la pelle, vive il rischio dei suoi colleghi, si accorge che le armi che feriscono e uccidono sono prodotte dal suo stesso paese e dai suoi alleati, ebbene, non mi accontenterei di fare il medico, vorrei anche fare qualcosa per prevenire e contrastare la situazione nella quale mi trovo ad operare. Si possono condividere o meno gli orientamenti di Gino Strada, ed io li condivido abbastanza, ma in ogni caso apprezzo lo spirito con cui fa politica. Molto più stimabile il suo del nostro esercitato per diletto o per professione picchiettando su una tastiera, senza rischio né pericolo, senza un autentica messa in gioco di sé. La neutralità di una ong come Emergency, non la misuro sulla politica, ma sulla pratica medica, per cui se si presenta ferito un miliziano talebano o un soldato americano, mi aspetto che entrambi siano curati al meglio. Proprio questa missione medica rende necessario cercare di operare anche nei territori controllati dal nemico.

Emergency è una presenza occidentale nell’oriente nel sud del mondo. Gli occidentali nel resto del mondo ci sono da tempo in quanto capi politici, militari, imprenditori, commercianti, missionari e umanitari. Gli occidentali spesso hanno deciso i confini e gli assetti di altri paesi del mondo, per esempio inglesi e francesi in Siria, Iraq, Libano, Palestina, dopo la prima guerra mondiale, determinando situazioni che in parte producono effetti ancora oggi. È normale, persino sano, che il nostro passato coloniale e imperiale, ci dia qualche senso di colpa. La mancanza del senso di colpa appartiene al profilo dei narcisisti. Che il senso di colpa si traduca in odio di sé e del proprio mondo, è la trasposizione di un concetto relativo ai gruppi dei dominati, e non può riguardare i dominanti. I dominanti non hanno motivo di odiare se stessi, perché non hanno bisogno di farsi accettare dagli altri. Così, noi occidentali, noi bianchi, noi maschi non corriamo il rischio di odiarci.

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Un’altra cosa possiamo fare, come ritengo abbiano fatto i migliori eretici e dissidenti della propria religione, ideologia, chiesa, partito, stato: dare la precedenza alla responsabilità che gli compete. Quella della propria parte. I dissidenti sovietici si occupavano della responsabilità dell’Urss sul piano dei diritti umani e civili, forse anche della politica di potenza, senza che gli importasse se gli americani, che puntavano i missili contro di loro, facevano meglio o peggio in America Latina o nel sud est asiatico. Per questo erano accusati di antisovietismo. Bollati come nemici degli interessi del proprio paese. In realtà, avevano soltanto una idea diversa su quali fossero gli effettivi interessi del loro paese, ed erano patriottici almeno quanto i loro governanti, forse di più e con maggior lungimiranza. Una versione somigliante all’autoritarismo sovietico contro i dissidenti, si ha negli Usa negli anni del maccartismo anticomunista.

L’accusa di anti-occidentalismo è un ferrovecchio della guerra fredda, un residuo del passato che ogni tanto ritorna, che dà forma ad un conformismo autoritario, ispirato ad uno stato, ad un blocco di stati, ad una religione, ad una ideologia, si afferma nella contrapposizione identitaria ad un nemico esterno demonizzato in modo estremo e squalifica le opposizioni come nemici interni, collusi con quel terribile nemico. È vero che nei paesi occidentali vi è libertà di parola e azione, ma nonostante e non grazie ai manicheismi bellici. Il riconoscimento della libertà e del pluralismo può essere un orpello formale, una retorica vuota, in assenza di una pratica di rispetto e di riconoscimento. Se ti metto all’indice e dichiaro comunque di riconoscerti libertà di parola sono ipocrita oppure ho le idee confuse.

Quello che fa difetto nel tweet contro Emergency, come nell’articolo che lo spiega, non è la polemica, l’asprezza o la provocazione. È la pretesa di delegittimazione. Magari velleitaria, ma ugualmente tossica.

Una lettera irricevibile a un amico musulmano

Musulmani contro Isis

Su La Stampa, Francesca Paci ha scritto una lettera aperta ad un amico musulmano. L’amico, di nome Mohammed, condanna gli attentati commessi in nome dell’Islam, ma ci tiene a distinguere i terroristi dal vero Islam e sospetta che i loro crimini abbiano qualcosa di strano e facciano il gioco di qualcuno, pur senza arrivare a vederci dietro la Cia o il Mossad.

Questi limiti attribuiti a Mohammed somigliano ai dubbi e alle dietrologie che caratterizzano tanta parte del dibattito pubblico senza essere prerogativa dell’identità musulmana. Molti occidentali di sinistra pensano che il terrorismo sia criminale, ma pure l’arma dei poveri, spesso controproducente, una reazione all’imperialismo, un estremismo distinto dal vero Islam o dall’Islam moderato. L’11 settembre è stato oggetto di tante teorie del complotto e di una indagine dello stesso congresso americano. Dubbi, sospetti e teorie continuano ad essere divulgati ancora oggi, perchè in effetti Bush ha usato l’attentato per promuovere la legislazione repressiva del patriot act, e la dottrina della guerra preventiva.

Allora, perchè pretendere da un musulmano una condanna assoluta, un essere fino in fondo, perfino un’autocritica identitaria, quando non lo pretendiamo da noi stessi e da nessun altro? Cosa gli stiamo davvero chiedendo? Di essere contro il terrorismo jihadista o di essere contro il suo terrorista interiore? Possiamo vantare i pentimenti tardivi della chiesa cattolica, incalzata da atei e laici quando i cristiani erano riluttanti. E ritenere che pure l’Islam dovrebbe assumersi le proprie responsabilità o i laici del suo mondo dovrebbero fargliele assumere. Tuttavia, l’Islam non è una chiesa. Pronunciamenti di autorità religiose islamiche contro il terrorismo jihadista ve ne sono stati e continuano ad essercene, senza mai essere risolutivi, perché nessuno equivale alla parola di un papa regnante con il potere di scomunica.

Il terrorismo jihadista nasce nel mondo islamico. Ma io dubito che un’occidentale abbia titolo morale per dettare ad un musulmano cosa deve fare, dire, pensare e sentire. Gli occidentali quel terrorismo spesso lo hanno foraggiato per contrastare l’Urss e il nazionalismo arabo laico. Quando poi quel terrorismo gli si è rivoltato contro, gli occidentali ne sono stati vittime soltanto secondarie. Il terrorismo islamista ha come suo primo obiettivo i musulmani da esso ritenuti apostati. In Palestina vuole sconfiggere prima Hamas e solo dopo affrontare Israele. Se Mohammed prega lo stesso dio dei tagliagole di Baghdad, prega anche lo stesso dio della grande maggioranza di vittime che si ritrova con la gola tagliata. Gli occidentali dal canto loro fanno altrettante vittime, spesso chiamate effetti collaterali, e creano circostanze favorevoli al terrorismo.

Se vogliamo sfogliare album di famiglia, possiamo riconoscere che anche i musulmani hanno ottimi parenti: personalità della cultura, liberali, riformatori, femministe, movimenti giovanili. E allo stesso modo possiamo riconoscere che, oltre ai cristiani e ai comunisti, anche i laici, liberali e democratici occidentali hanno pessimi parenti. A volte sono individui riconoscibili. Altre volte sono persone rispettabili e persino molto stimate, che hanno commesso opere buone, opere mediocri e crimini orrendi. Da Dresda, a Hiroshima, alla Nakba, al Vietnam, al Cile, all’Indonesia, alla guerra del Kosovo, alle guerre che vogliono esportare la democrazia: Abu Grahib, Guantanamo, Falluja. Francesca Paci potrebbe misurare il proprio album di famiglia come misura quello del suo amico Mohammed. E quando cita la vendetta giordana, che uccide due terroristi per rappresaglia, potrebbe andare fino in fondo nella condanna, invece di limitarsi a dire che non è la soluzione del problema.

La Stampa ha sostenuto alcune guerre. La sua firma più prestigiosa, Norberto Bobbio, subito dopo i bombardamenti su Tripoli del 1986, che uccisero una bambina, la figlia adottiva di Gheddafi, teorizzò che occorreva sospendere il giudizio morale in attesa di verificare se quei bombardamenti fossero stati utili per sconfiggere il terrorismo. Il fine giustifica i mezzi, se i mezzi realizzano il fine. Stessa cosa scrisse in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991. Possiamo immaginare come verrebbe accolto un musulmano che provasse a riflettere sulla possibile utilità pratica dei crimini commessi in nome della sua religione.

Il terrorismo jihadista, secondo la giornalista, è un prodotto dell’Islam e non di Washington e Gerusalemme. Ma noi riflettiamo sul nesso tra il nazismo e le umiliazioni inflitte alla Germania dopo la prima guerra mondiale dalle potenze vincitrici. Un musulmano, come molti di noi, può riflettere sul nesso tra il terrorismo jihadista e il modo in cui l’Occidente ha colonizzato il Medio Oriente.

Credo Francesca Paci non abbia mai scritto una lettera ad un suo amico ebreo, per sollecitarlo a condannare i crimini israeliani senza se e senza ma e riconoscere formalmente che quei crimini nascono nell’ebraismo e gli appartengono, pena l’essere escluso dalla comune lotta per la sopravvivenza. In compenso, un’amica ebrea ha pensato di scrivere a lei, per rimproverarle la mancata citazione degli ebrei tra le vittime del terrorismo a dispetto della onnipresente citazione dei bambini di Gaza. C’è sempre una omissione che fa aleggiare un fantasma. In effetti, l’antisemitismo appartiene a più di un album di famiglia.

La giornalista de La Stampa ha fatto bene a non scrivere mai una lettera di quel genere nei confronti degli ebrei. Sarebbe stata una lettera irricevibile, perchè crimini e atrocità sono stati e sono commessi in ogni parte dello spazio e del tempo, in nome di ideali religiosi, ideologici o laici: da dio alla democrazia. Non c’è una reale differenza tra il povero pilota giordano arso vivo dai jihadisti nella gabbia chiusa di una prigione e tanti altri poveri cristi bruciati vivi dal fosforo bianco nelle gabbie a cielo aperto di un villaggio o una città. Ogni boia ha il suo metodo e i suoi mezzi disponibili per fare fuori i nemici o la gente del nemico, e declina i suoi crimini nella sua lingua, nei suoi simboli, nei suoi pretesti atti a giustificare, legittimare, nobilitare. E’ un errore, che talvolta si fa, scambiare il pretesto con la causa. Un errore che, nei confronti di chi commette crimini in nome dell’Islam, viene compiuto sempre più spesso.

Sul paragone tra terrorismo jihadista e violenza domestica

Leggere Lolita a TeheranLa violenza del terrorismo jiahdista è paragonata alla violenza domestica. Il paragone è suggerito da Marina Terragni e raccolto da Marisa Guarneri. Le costanti nel paragone sono la sottomissione, la gradualità e la paralisi finale delle vittime.

Il paragone è persuasivo solo in senso molto lato. La violenza come espressione e funzione di una volontà di dominio e di annullamento dell’altro è storicamente una violenza maschile. In questo senso, può funzionare l’analogia tra la violenza domestica e la violenza jiahdista. E ogni altra violenza volta a conquistare e sottomettere: la violenza fascista, colonialista, imperialista. Nella stessa lotta al terrorismo vediamo questa violenza. Nelle misure di sicurezza che negano la libertà. Nelle rappresaglie. Nelle guerre preventive. Nelle occupazioni militari. Nei bombardamenti a cinquemila metri d’altezza. Nelle prigioni di tortura come Abu Ghraib. Nei campi di concentramento come Guantanamo. Nella scelta perpetua di appoggiare qualsiasi stato o movimento per battere il nemico immediato.

Per ciascuna di queste violenze, potremmo ritornare alla matrice originaria della violenza maschile. Farlo solo per la violenza jiahdista assume un significato propagandistico. Un espediente per reclutare le donne, il femminismo, nella guerra (maschile) di civiltà, che si vuole vedere in atto tra Occidente e Islam.

Vista la base comune della violenza, occorre vedere le differenze e riconoscerne l’importanza. Mentre la violenza domestica colpisce solo le donne e le colpisce nella relazione personale, la violenza del terrorismo, della guerra e della dittatura colpisce le donne e gli uomini e li colpisce nella relazione pubblica. Sotto questo aspetto il paragone non funziona più. Anche nel terrorismo, nella guerra e nella dittatura, può manifestarsi una specifica violenza sessista, quando la violenza colpisce le donne o gli omosessuali. Fa impressione leggere delle donne schiavizzate dai terroristi dell’Isis, e può fare ancora più impressione sapere che questa non è una loro prerogativa. Persino i soldati della Nato e i caschi blu dell’ONU, nelle zone di guerra dove hanno operato, hanno usufruito di bordelli istituiti apposta per loro con ragazze ridotte in schiavitù. Tuttavia, il miliziano dell’Isis o il militare della Nato che viola e schiavizza una donna, è l’equivalente dell’uomo nero, non è il padre, il fratello, il fidanzato, il marito che commette violenza e tradisce il rapporto d’amore e di fiducia della figlia, della sorella, della fidanzata, della moglie.

Il paragone torna a funzionare nello sguardo dell’intervistatrice e dell’intervistata. Lo sguardo sulle vittime. Viste solo come persone impotenti, annichilite, incapaci di reagire oppure quasi corresponsabili. Persone bisognose di un intervento o almeno di un esempio esterno, persone che ignorano l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che devono impararla dai valori occidentali. Domande frequenti sulla violenza contro le donne sono: perchè lei lo ha sposato, perchè gli ha permesso di trattarla così, perchè non lo lascia? Anche Marina Terragni a proposito delle donne iraniane domanda: perchè se lo sono lasciato fare? Le ragazze di Leggere Lolita a Teheran che s’incontrano clandestinamente con la professoressa per parlare di letteratura sono viste come persone passive che si sottomettono e non come donne che combattono e resistono sotto un regime autoritario come altri soggetti dissidenti. In Iran è stato distrutto il Tudeh, il più forte partito comunista del Medio Oriente. A nessuno è venuto in mente di chiedersi, perchè se lo è lasciato fare.

Riferimenti:
Violenza domestica e violenza fanatica non sono la stessa cosa – di Luisa Muraro

Charlie Hebdo, voglio essere libero invece di far la guerra

Io non dicPat Carra - Liberta di espressioneo “Je suis Charlie“. Perchè al posto suo mi sarei dato una linea editoriale diversa. Però comprendo chi lo dice. E’ un modo di manifestare solidarietà. Senza essere l’unico obbligato. Penso abbia valore manifestare solidarietà per le vittime e condanna per l’attentato, anche se si dichiara un punto di vista diverso da quello di chi è stato colpito.

Così ho postato una vignetta di Pat Carra. Titolata “Libertà di espressione in Occidente”. Sotto il titolo, la disegnatrice si chiede: “Posso dire che non sono Charlie?”. Un’amica commenta: Certo che si può dire, ma è fuorviante, non è questa la questione. Domando: Qual è la questione? Mi risponde: Un attacco terroristico che vuole metterci uno contro l’altro. Una risposta esauriente da cui dissento.

Uomini armati, in nome di una religione, hanno ucciso giornalisti inermi. Giornalisti che pubblicavano vignette contro la religione intestata dai loro assassini. Subito penso che, pur con effetti modesti, anch’io mi espongo in pubblico. Critico, attacco, derido (a volte). Anch’io, in teoria, sono vulnerabile. La libertà di espressione è un bene prezioso, sia per principio, sia perchè la uso io. Mi dispiace quando mi viene negata, quando si manifesta intolleranza verso ciò che esprimo e mi si esclude. Questa è una questione: la difesa ferma e assoluta della libertà di espressione. Di tutti.

La libertà di espressione si difende praticandola. Ho letto che adesso mancano le condizioni per discutere sui limiti della libertà di espressione, della satira, di chi dice “Je suis Charlie”. In difesa della libertà, è ora inopportuno esprimersi liberamente, perchè il nemico della libertà ci ascolta. Assumere questo schema è una importante vittoria dei terroristi: l’annullamento delle differenze e del pluralismo per far posto alla logica binaria della guerra. Ho letto tanti titoli proclamare: “Siamo in guerra”. Ma io non voglio inquadrarmi in uno schema di guerra, e non mi sento in guerra.

Ecco dunque un’altra questione molto importante: disinnescare la logica del noi e loro. Per destrutturare lo schema di guerrafondai e terroristi. Per vedere le persone e le loro differenze, invece di vedere appartenenze. La logica del noi e loro è la logica delle contrapposizioni identitarie. Le quattro persone di religione ebraica uccise nel supermercato Kosher in Francia sono state colpite per la loro identità. Per la loro prossimità ad Israele. Se invece di vedere persone, vediamo identità, le persone diventano simboli di identità. E di un simbolo si può fare una bandiera o un bersaglio. Come negli oltre cinquanta attacchi a persone e luoghi di culto musulmani, subito di seguito.

Condannare identità o sollecitare identità ad esprimere condanne è parte di questa deriva. Lo stesso messaggio della condanna, anche se meglio indirizzato, da solo può essere inadeguato. A volte dichiaro di disapprovare un comportamento e la mia dichiarazione ha influenza. A volte no. In entrambi i casi può essere importante dichiararsi, ma nel secondo è insufficiente, perchè nei confronti dei miei destinatari sono ininfluente. Allora, posso ritirarmi. Posso surrogare la capacità di influenza con la violenza. Posso tentare di accrescere la mia capacità di influenza. Siamo in una situazione analoga. E’ necessario e giusto condannare l’atto terroristico, senza se e senza ma. Tuttavia, la condanna è poco influente nei confronti dei destinatari, i terroristi, e del loro potenziale bacino di attrazione, tra i giovani figli dell’immigrazione, nati e cresciuti in Occidente.

Così, come abbiamo fatto dopo l’11 settembre, possiamo provare a surrogare il difetto di credibilità e autorevolezza con la violenza, mediante leggi securitarie e repressive e guerre preventive. Oppure possiamo provare ad accrescere la nostra capacità di influenza, investendo in un rapporto con i migranti, i giovani figli dei migranti, i loro paesi di origine, che scommette sullo scambio invece che sull’offerta di sogni o sulla pretesa di dissociazione, assimilazione e omologazione, o nel ripiego del multiculturalismo, la coesistenza separata delle comunità. Si dirà che crescere in capacità d’influenza richiede tempo. Il problema della sicurezza è subito. Ma sono passati 14 anni dall’11 settembre, da quando abbiamo voluto reagire subito, per essere sicuri subito.

Crescere in influenza credo c’entri qualcosa con il superamento di una politica aggressiva e neocoloniale nei confronti dei paesi del Medio Oriente e con la pratica di una giusta politica di accoglienza e di integrazione nei paesi occidentali. Credo c’entri anche con il ragionare sulla libertà di espressione. Su come conciliarla con il rispetto dell’altro. Su come esercitarla prestando attenzione alle asimmetrie di potere. Se da piccolo sfotto uno più grande, sono coraggioso e divertente. Se da grande sfotto uno più piccolo, sono un bullo e il mio spirito è arrogante spirito di patata. Perciò è diverso dileggiare il cristianesimo a Islamabad o a Roma, come è diverso dileggiare l’ebraismo in Israele o in Europa. E l’islam nei paesi arabi o in Europa.

Riferimenti:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk
Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi» | di Tk
Libertà di espressione in occidente | di Pat Carra
Difendiamo la libertà di espressione (2) | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo non voleva fomentare l’odio, ma stemperarlo: risposta a Luisa Muraro | di Marina Terragni
Io non mi dissocio | di Karim Metref
Non mi sento tanto bene | di Pat Carra