I vantaggi della violenza virtuale

Pollice Verso, by Jean-Léon Gérôme

La violenza virtuale quando diventa persecutoria è violenza psicologica ed è pericolosa: può indurre all’omicidio (Jo Cox in Gran Bretagna), al suicidio (Tiziana Cantone in Italia); far soffrire terribilmente (tante vittime di cyberbullismo, vendette porno, tempeste di merda, bufale). Questa violenza non riguarda solo una folla di ignoranti frustrati, che si fa gruppo sui social e si sente impunita, anche se una questione di alfabetizzazione esiste, basti vedere quanto sia difficile fare umorismo sulle fake news senza essere fraintesi e presi sul serio.

Questa violenza riguarda il necessario collante delle culture identitarie razziste e nazionaliste o del revanscismo maschilista e misogino. L’essere capaci di stare insieme solo contro un nemico, uno straniero, un corpo alieno, un disertore, un capro espiatorio, o semplicemente un punching ball. La teorizzazione di una intolleranza che inquina e contagia: il combatterla si alimenta di risentimento, il non combatterla, trova le occasioni per emularne il linguaggio. Penso a come noi civili e democratici vediamo certi leader e i giornalisti della destra, al senso di repulsione che ci provocano, o a certe miserie delle dispute intestine alla sinistra.

A preoccupare, oltre i violenti, è la comprensione per il violento, il biasimo per la vittima, l’odio strisciante, il divertimento normalizzante. La violenza virtuale al tempo della televisione commerciale e di Internet è un grande circo, un dispositivo per generare ascolti, visite, traffico, e per vendere inserzioni e dati utenti. Giornali come il Corriere della Sera adesso scrivono articoli di consenso per Laura Boldrini che reagisce alle offese sessiste e razziste, ma sono gli stessi giornali ad amplificare in modo acritico gli insulti contro di lei o contro altri, a dare notizia con fare neutrale di battute e video dal livore provocatorio di uomini di cultura, contesi dalle televisioni a suon di migliaia di euro, come ci informa lo stesso Corriere. Improbabile poter fare da anticorpo alla violenza mentre se ne sfruttano i vantaggi.

Un vantaggio è l’immediata semplificazione della lotta politica. Invece di elaborare un programma, strutturare un discorso, articolare un ragionamento, è più facile insultare l’avversario, rappresentarlo in modo ridicolo, immorale, attribuirgli dichiarazioni e comportamenti falsi e indegni, persino i più assurdi, incredibilmente creduti. Il frastuono di una minoranza di violenti, la fa sembrare maggioranza o addirittura unanimità («Tutti la odiano»). L’aggressione che offende, intimidisce, azzittisce, emargina, espelle, diventa esercizio di potere, surrogato di autorità, sfida simbolica al monopolio della violenza, quasi come lo fu lo squadrismo fascista, con un corollario simile di comprensione e complicità. A scopo deterrente, si lasciano affogare in mare i migranti; e si lasciano affogare nel fango le ong e la donna politica più favorevole all’accoglienza.

La violenza è una vantaggiosa strategia dell’attenzione, persino nello sfruttare l’ingenua indignazione dei non violenti. Chiunque, appena un po’ noto, può diventare molto noto, con la battuta viscerale di un tweet. La denuncia paradossalmente aiuta la viralità del messaggio. Post scritti con caratteri piccoli criticano screenshot di offese a caratteri cubitali, che di denuncia in denuncia fanno il giro delle pagine facebook. Come accade con la diffusione disapprovante di molti video incivili, per non dire delle televisioni, dei quotidiani o di semplici fans, pronti ad informarci che il tal dei tali ha massacrato, demolito, asfaltato, distrutto, il talaltro.

Lo spettacolo della violenza diverte. Umiliare qualcuno o vedere qualcuno umiliato è un intervallo eccitante tra il vuoto e la noia. C’è del compiacimento a mostrarlo, in chi lo esalta e forse pure un po’ in chi lo condanna. È qualcosa che coinvolge la sessualità maschile. Gran parte del bullismo contro le donne è a sfondo sessuale. Umiliare una donna, specie una donna importante, di potere, una donna femminile, è eccitante per gli uomini. Quando è colpita una donna, molti titoli giornalistici usano proprio il verbo, umiliare, per dirci che lui ha umiliato lei. A sostegno, interviene una singolare distorsione egualitaria: poiché tutte le donne sono umiliate dalla misoginia e dal sessismo, è democratico che la siano anche le donne più importanti.

Come contrastare la violenza offensiva in rete, riguarda allora questa domanda: come trasformarla da vantaggio in svantaggio, come renderla controproducente, come negarle i suoi premi più ambiti: l’attenzione, il divertimento, l’eccitazione e il potere. Di fronte alla tematizzazione della violenza in rete, c’è chi si preoccupa principalmente di assolvere la rete e di tutelarne la libertà d’espressione; non quella delle vittime, ma quella più rozza della libera volpe in libero pollaio. Io tengo alla libertà d’espressione di tutti, ma non riesco a separarla dalla responsabilità. L’arbitrio irresponsabile non è condizione di libero arbitrio. Al contrario: è la premessa dell’autoritarismo. Anche per questo la violenza virtuale è pericolosa.


Riferimenti:
[^] Relazione finale della commissione Jo Cox – 28.07.2017
[^] La furia della rete – Maura Gancitano, Tlon 15.08.2017
[^] Non è un post qualunque – Selvaggia Lucarelli, 16.08.2017
[^] Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini – 15.08.2017

L’odio in rete e il fantasma della censura

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Di fronte alla violenza maschile, un uomo deve dire qual è il suo ruolo, non quale dev’essere il ruolo di una donna, fosse pure la prima donna. Sta a lui, non a lei, dare l’esempio giusto. Il primo esempio è non colpevolizzare la donna, non stigmatizzarla, non riesporla alla violenza. Anche se lei è la presidente. Comportarsi in modo scorretto nei confronti della donna più importante, dà una pessima indicazione al comportamento maschile nei confronti delle altre donne.

Questo per dire di un post di Massimo Mantellini, blogger di Manteblog, direttore del Punto informatico, considerato tra i pionieri italiani del web. Sul suo ultimo articolo, stesso tema, ha detto molto bene Gino Roncaglia. Condivido tutte le sue critiche.

È inammissibile mettere sullo stesso piano Laura Boldrini e i suoi odiatori con un titolo completamente sbagliato; i suoi odiatori esprimono una violenza a sfondo sessuale, uno stupro simbolico collettivo, uno stalking che dura da troppo tempo, una violenza diversa e più grave del semplice hate speech (istigazione all’odio); perciò lei ha fatto bene a denunciare in pubblico gli insulti e le minacce ricevute con il nome degli autori, perché contro quella violenza non basta una reazione privata; l’unica persona del gruppo degli odiatori intervistata dai giornali è anche l’unica donna del gruppo, il suo caso non può essere generalizzato per spiegare quella violenza; il problema di nuove regole contro l’odio in rete esiste, bisogna discutere di quali regole e di come applicarle; non è affatto vero che in altri paesi non se ne discuta.

Deboli le giustificazioni di Mantellini, con le quali va a finire dritto in quel birignao fra quello che si dice e quello che si intendeva dire: vuole evitarlo ai politici, ma non a se stesso. Il pioniere del web vede in Laura Boldrini (la chiama IL presidente della camera), non tanto la donna aggredita, quanto IL rappresentante del potere politico, che approfitta degli insulti ricevuti per imporre restrizioni al web. In tal modo, egli mette sullo sfondo la violenza sessista e rimette lei al centro del bersaglio; così lancia un messaggio molto diseducativo agli odiatori, nonostante egli confidi molto nell’educazione e nella scuola.

Ai tempi dei pionieri del web, gli odiatori si esprimevano in una realtà virtuale frammentata tra newsgropus, mailing list, forum, blog. Oggi si esprimono in una realtà virtuale unificata e resa ambiente globale dai grandi social-network. Si riconoscono come gruppo, si legittimano a vicenda, si strutturano intorno a proprie pagine o alle pagine dei loro leader; insieme si danno forza e senso di impunità, tanto da non aver né timore, né vergogna di esprimersi con nome, cognome e foto tessera. I loro insulti e le loro bufale prendono la forma di ondate persecutorie shitstorm (tempeste di merda), che possono rovinare una persona, la sua reputazione, fino ad indurla al suicidio o esporla al rischio di essere uccisa, come accaduto alla deputata laburista britannica Jo Cox.

Alcuni filosofi teorizzano che dopo la rivoluzione digitale sovrano è colui che dispone delle shitstorm in rete. Fu Grillo a sollecitare il milione di utenti della sua pagina, a domandare loro cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina. Ed ho presente gli insulti, sia pure ad un livello meno grave, ricevuti per qualche giorno da Pierluigi Bersani, reo di aver scelto il NO al referendum costituzionale, allorquando un editorialista dell’Unità lo squalifica come uomo squallido, senza principi, intimamente vigliacco, un giornalista peraltro autore di un bell’articolo sull’hate speech, dunque già potenzialmente diplomato alla scuola di Massimo Mantellini. Possiamo citare pure il Fatto Quotidiano su Maria Elena Boschi e tanti altri esempi ancora, in Italia e all’estero fino alla violenta campagna dei sostenitori di Trump contro Hillary Clinton, nelle presidenziali americane.

Allora, non ci troviamo in una situazione stereotipata dove da un lato collochiamo un popolo ignorante che insulta per incompetenza e dall’altra un’élite permalosa, che ne approfitta per imbavagliare. Ci troviamo in una situazione nella quale la violenza simbolica diventa strumento di lotta politica agita dal potere politico e mediatico. È finanche la home page dell’Espresso a strizzare l’occhio agli odiatori di Laura Boldrini e a sollecitarli. Non solo i gruppi estremisti, anche i grandi partiti mettono in campo milizie virtuali abili a fronteggiarsi in attacco e in difesa e a schiacciare personalità pubbliche isolate o esponenti di piccole minoranze civili, oltre a molte persone comuni.

In conclusione, no, non basta una normale e privata denuncia per diffamazione, un po’ di istruzione e un po’ di rafforzamento della polizia postale. La politica, come si è data delle regole di convivenza nella vita pubblica, per evitare gli scontri fisici e le guerre civili deve oggi darsele in rete. E deve darne agli amministratori dei grandi social-network, che preferiscono affidarsi alla valutazione degli algoritmi che a quella delle persone, che costano uno stipendio, e traggono profitti e vantaggi commerciali dai grandi volumi di traffico che la violenza genera. Essi si trovano sempre più in una posizione prossima a quella di chi gestisce le grandi infrastrutture di comunicazione e dei trasporti, settori strategici di interesse pubblico, perciò devono rendere conto al pubblico, quindi alla politica.