Far passare l’idea che sia cool

A proposito di autodeterminazione

Valentina Nappi

In una intervista al Corriere della Sera, Valentina Nappi sostiene che il sesso femminile può smettere di essere merce di scambio solo se smette di essere una risorsa scarsa e diventa disponibile per tutti. Se anche l’operaio (e non solo il boss della situazione) potesse essere soddisfatto, non avrebbe più senso usare una posizione di potere per ottenere quello che tutti hanno a portata di mano. La carne femminile dovrebbe diventare attingibile come l’aria. Non si può obbligare tutte a fare sesso con tutti, però si può usare l’arma delle mode, dell’influenza mediatica sulla psicologia di massa: possiamo far passare l’idea che sia cool essere come Valentina Nappi e che sia invece out essere sessualmente selettive. Alle ragazze bisogna dire: se volete essere chic e moralmente superiori datela a tutti, ai perdenti, agli emarginati, ai neri, anche a costo di vincere l’istinto di preferire i vincenti.

Oltre al rischio di rimanere incinta, l’attrice non affronta la questione delle donne che preferiscono gli uomini belli, simpatici, interessanti, giovani e rifiutano i brutti, antipatici, noiosi, vecchi. Tolti di mezzo i veri o presunti criteri di selezione sociale, rimangono quelli di selezione naturale, che funzionano per gli stessi maschi, i quali vedono come risorsa scarsa, non il sesso femminile in generale, ma il sesso delle giovani e carine, quelle non corrispondenti a sé, ma di valore attraente superiore. E, come tutte, non è che siano indisponibili per definizione. Possono essere disponibili: mediatamente invece che immediatamente, poiché si tratta di esseri umani. La grande difficoltà maschile non è l’indisponibilità femminile, ma il relazionarsi con le donne.

L’intervista mostra bene i limiti dei concetti di libertà e autodeterminazione. Nessuno mette in dubbio che Valentina Nappi sia una donna libera e autodeterminata. Anche consapevole, perché no? Ciascuno di noi a suo modo lo è, ed agisce tanta libertà e tanta autodeterminazione sulla parte variabile di sé. Cosa sono io (parte invariabile) e cosa ne faccio (parte variabile). Valentina Nappi pensa di essere una risorsa di carne femminile (invariabile); di cui lei decide il prezzo e la disponibilità (variabile). Come sia arrivata a pensarsi risorsa, che può solo scegliere di essere rara o disponibile, non è diverso da come lei pensa di condizionare tutte a darsi disponibili, con la differenza che non si è trattato di una moda, ma di una cultura secolare. Il metterla in discussione non è un attentato alla (limitata) libertà autodeterminata.

La violenza sulle attrici pornografiche

stoya

Stoya, una pornostar, ha raccontato su twitter di aver subito violenza sul set dal suo collega James Deen, il quale ha reagito bollando le affermazioni di Stoya prima come eclatanti, poi come false e diffamatorie, ma altre due attrici, Joanna Angel e Tory Lux, hanno solidarizzato con Stoya e raccontato di aver subito violenza da James Deen. Stoya ha spiegato che le fa schifo vedere idolatrato e considerato femminista l’uomo che l’ha violentata, mentre lei gli chiedeva di fermarsi, pronunciando la safeword, la parola d’ordine tra interpreti BDSM, per avvertire inequivocabilmente il partner che qualcosa non va e deve fermarsi. I racconti di Joanna Angel e di Tory Lux sono ancora più duri e dettagliati.

I giornali parlano di un nuovo caso Bill Cosby, il padrone di casa Robinson, che abusò di molte donne e ragazze, approfittando della fama rassicurante del suo personaggio. Tuttavia, Bill Cosby è un caso limite, persino un elemento di contrasto, rispetto al contesto della sua fiction e della sua attività televisiva. James Deen è invece l’interprete più importante di video pornografici sadomaso, in cui le donne sono umiliate e maltrattate, in un settore, la pornografia industriale, che in netta prevalenza basa il suo successo sul revanscismo maschile che gode della sottomissione femminile, sulla rappresentazione del sesso violento,  e che fa violenza ai suoi stessi attori, in particolare le attrici, con turni di lavoro massacranti, senza interruzioni, anche quando le attrici sanguinano o svengono, senza adeguate misure di sicurezza anche minime, quali il preservativo, e spesso improvvisando pratiche sessuali estreme non concordate con le attrici. Tory Lux ha spiegato di non aver denunciato James Deen per quella ambiguità che vuole i protagonisti del mondo a luci rosse disposti a tutto, e racconta delle ferite non solo fisiche che, nel corso degli ultimi anni, ha dovuto curare.

I commenti alla notizia, in calce agli articoli sui social media, sono una imbarazzante rassegna dell’arretratezza e della miseria maschile, almeno per quello che riguarda l’Italia. C’è il garantismo peloso: lui è innocente fino a prova contraria; le accuse vanno provate; se è tutto vero dovevano denunciarlo prima. C’è il discredito della parola della donna, aggravata dalla condizione di pornostar: lui è ricco e famoso, vogliono spillargli dei soldi; è una trovata pubblicitaria; è un inconveniente del mestiere, i confini sono labili e tante accuse sono false. C’è il pregiudizio della virilità incontrollabile: se entri nuda nel letto di un uomo, poi non puoi chiedergli di fermarsi. C’è l’ilarità: fa tanto ridere una pornostar che dichiara di essere stata violentata e ispira tante battute. C’è l’arroganza, la violenza verbale e il sessismo contro le altre donne che commentano e provano a spiegare che la violenza non è meno grave se compiuta su una pornostar. C’è pure il sessismo benevolo: gli uomini sono degli animali e allora le donne devono stare attente, molto attente, altro che fare le attrici porno.

james deen

Gli stessi giornali un po’ orientano questi sentimenti rappresentando lui come un bravo ragazzo, l’idolo delle ragazzine, l’attore più amato, un femminista, a sorpresa finito nei guai, come se i suoi video non fossero eloquenti, e le tre donne rappresentate come tre accusatrici. A questo proposito riprendo una riflessione di Jackson Katz citato da Ilaria Baldini, il quale sostiene che usare la parola accusatrici per definire chi riporta un crimine è una forma di rivittimizzazione. Esse sono testimoni.

In effetti, a pensarci, se una persona rimane coinvolta in un crimine di guerra, in un attentato terroristico, se viene torturata, se viene reclusa in una prigione o in un campo di concentramento, sopravvive e poi lo racconta, di questa persona diciamo che è un testimone; la testimonianza è un concetto positivo, incoraggia il racconto, o quantomeno è neutro e non lo scoraggia. Ma se una persona rimane coinvolta in un caso di violenza privata, violenza sessuale, violenza domestica, stalking, sopravvive e poi lo racconta, diventa subito un’accusatrice, che deve fornire le prove, che deve dimostrare, che deve sporgere denuncia altrimenti deve tacere se no è una sputtanatrice. Queste espressioni ribaltano il rapporto tra vittima e aggressore, inibiscono, riducono al silenzio e infatti, come spesso accade, le vittime di violenza privata, della violenza maschile, tacciono.

Le vittime hanno diritto di parlare, di raccontare, di raccontare e basta, senza voler aprire un procedimento, senza voler giungere ad un esito. Hanno subito una violenza e la raccontano, devono poterlo fare, senza essere riviolentate da etichette e definizioni ad uso e consumo degli uomini violenti e di quelli che si identificano con loro. Stoya, Angela Jones e Tory Lux hanno raccontato e, per quello che vale, hanno tutta la mia solidarietà.

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[>] Rassegna di articoli e commenti sul caso James Deen

Pornografia è sessuofobia

CarracciC’è chi sostiene che la pornografia abbia liberato milioni di uomini dalla bigotteria. In effetti, nel dibattito pubblico la pornografia può essere difesa come una forma di liberazione sessuale. Tempo fa una giornalista molto postmoderna contestava il dettaglio di una notizia: un femminicida sotto inchiesta aveva il computer pieno di video porno; come se il porno inducesse al femminicidio. Invece, sosteneva lei, se la gente consumasse più porno sarebbe meno violenta, perchè avrebbe un rapporto più libero, meno frustrato, con il proprio desiderio sessuale. Io ero poco persuaso sia dall’importanza di quel dettaglio (il video nel computer del femminicida), sia dalla tesi della giornalista postmoderna secondo cui consumare porno fa bene al desiderio e quindi alla salute mentale. Il dettaglio della notizia era insignificante, perchè i consumatori di porno sono milioni ed è molto improbabile che un tale consumo segni una discriminante tra categorie di persone; per lo stesso motivo, dato che coinvolge moltitudini e da almeno dieci anni, in forma anonima grazie a Internet, è facilmente accessibile a tutti anche a costo gratuito, tale consumo non risulta aver avuto un qualche effetto benefico sulla violenza, le frustrazioni, le repressioni, la visione del sesso.

Il mio incontro con la pornografia avvenne intorno ai 14 anni. Eravamo una banda di ragazzini che si radunava sul muretto del giardino circostante un caseggiato costruito negli anni ’70. All’angolo della strada, il cestino dei rifiuti, da cui qualche volta fuoriuscivano giornaletti e riviste con immagini pornografiche; altre volte, si trovavano pagine stropicciate gettate tra il bordo del marciapiede e le auto in parcheggio. Le guardavamo con molta concitazione. Una cosa mi sconvolgeva: tutto quel che vedevo era un ribaltamento di ciò che pensavo: noi ragazzi facevamo di tutto per far piacere alle ragazze; ci spostavamo di zona noi per loro, facevamo dei regali, cercavamo di mostrarci bravi, abili e forti, volevamo conquistare la loro attenzione, ottenere un sì; una fatica, una tensione tutta nostra, per loro. In quelle pagine era il contrario: erano le donne alla mercé degli uomini; erano gli uomini a dominare le donne. La pornografia, molto prima del femminismo, mi ha insegnato l’esistenza di una gerarchia tra i sessi: a noi la soddisfazione del desiderio, a loro l’esecuzione di un servizio. Da quel momento, le ragazze ho iniziato a vederle in modo diverso.

Il porno forse non incita alla violenza come in un rapporto di causa ed effetto, ma crea rispetto alla violenza una forma mentale normalizzante. Se un discreto numero di ragazzi e di uomini immagina che lo stupro sia soltanto un gioco, uno scherzo un po’ pesante, una offesa alla morale (e allora basta non essere moralisti per evitare di prendersela troppo), nel porno possono trovare la conferma e il rinforzo della loro idea. Il sesso nel porno non richiede relazione, non richiede mediazione, non ha storia, non ha trama, lei è immediatamente disponibile, come piace a te; puoi maltrattarla un po’ o un po’ tanto, tanto lei ci sta; sottometterla e umiliarla è eccitante per te e per lei; è pure divertente; alla fine non succede niente di male, sono tutti consenzienti. La pornografia industriale all’incirca si presenta così e insegna cose così: l’uomo è un fallo, la donna tre buchi; sono possibili altrettante combinazioni, con tante varianti. Il sesso è tecnica, meccanica, ginnastica, dissociato dall’amore e forse – almeno per lei – anche dal piacere. Nella donna piacere e sofferenza si confondono.

Il porno disinibisce il rapporto con questa sessualità. Una sessualità che ribadisce e rilancia il segno della morale sessuofobica. Anche il porno, come la chiesa cattolica, dice che il sesso dissociato dalla procreazione e dall’amore è una cosa sporca, degradante, bestiale, violenta. L’unica differenza è che il porno mostra quanto è bello sguazzarci dentro. Questo è il suo modo di liberare. Gli uomini espletano con allegria i loro bisogni fisiologici, lo sperma è praticamente una scoria, le donne fanno da latrine viventi, come nella prostituzione, tanto che una parte della produzione pornografica funziona con il reclutamento di prostitute, talvolta con il reclutamento forzato. Quando il porno vuol essere paritario, ribalta i ruoli. Nonostante la diffusione e il passare degli anni, il consumo di pornografia continua ad essere vissuto in modo anonimo e clandestino. Qualcosa di cui vergognarsi. Il porno è e rimane il giro in giostra, il carnevale del moralismo sessuofobico.

Riferimenti:
[*] Porno & violenza – Simona Sforza, 5.11.2014
[*] Perché #NotAllPorn non è un argomento – Il Ricciocorno Schiattoso 4.11.2014
[*] L’impotenza contrattuale degli attori e delle attrici hard – 22.09.2013
[*] La pornografia aumenta la violenza – 1.08.2013
[*] La critica alla pornografia non è una questione morale – 26.07.2013
[*] Pornografia e prostituzione – 7.04.2012

Un modello di rivalsa

Alfonso SignoriniLa rivista di gossip “Chi” ha esibito un servizio fotografico che ritrae la ministra Marianna Madia in auto mentre mangia un cono gelato, con il titolo “Ci sa fare con il gelato”. Nell’insieme, titolo e sequenza di immagini esprimono un doppio senso, ma soprattutto evocano un pregiudizio sulle presunte ragioni reali per le quali una donna può fare carriera e arrivare al vertice. Il ragionamento generale dell’on. De Rosa. Il servizio ha provocato una ondata di indignazione sui social media. Alfonso Signorini, il direttore di “Chi”, si è giustificato, con una chiamata di correo. Così fan tutti, anche la sinistra contro le donne di destra.

In parte ha ragione, ma è un’aggravante, non una attenuante. Il primato della misoginia più becera compete alle pubblicazioni di destra. I giornali di sinistra sono più soft, si limitano alle gallerie fotografiche su look e capigliature. Tuttavia, è vero che una parte della base della sinistra, da quando può autorappresentarsi su Internet, non esita a ricorrere all’insulto sessista contro le avversarie politiche, in particolare contro le donne berlusconiane, ma pure contro le stesse renziane. L’insulto sessista è un motivo ricorrente nelle invettive del popolo del M5S e dello stesso Grillo. Il volgare doppio senso compare nelle gag di Crozza come nelle vignette di Vauro. Quando il cantautore assessore Franco Battiato definì il parlamento “pieno di troie”, l’espressione fu difesa da molti, persino da alcune femministe e da qualche uomo impegnato nella lotta contro la violenza sulle donne. Si può aggiungere che anche nell’indignazione contro Signorini o nell’interrogare il pubblico dei lettori sul servizio fotografico c’è qualcosa di dubbio, nel momento in cui quelle immagini sono continuamente riprodotte e divulgate, poichè buone generatrici di traffico.

Tuttavia, questo è il punto. Il servizio di Chi non è solo la provocazione solitaria di una rivista di basso livello. E’ invece parte della risposta maschile alla crescita del potere femminile nella società. La manifestazione più sguaiata del maschilismo diffuso e pervasivo di tanti uomini che potrebbero ben figurare nel video di Hollaback. Del modo in cui tanti politici, dirigenti, giornalisti, presentatori, blogger trattano le donne nella sfera pubblica, provando a rimetterle al loro posto, riducendole alla sola dimensione di oggetto sessuale, per poi banalizzare e gettare in burla il proprio molesto svilimento. Un modo ispirato dal più noto e diffuso modello culturale di rivalsa maschile, forse l’unico: la pornografia.