Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Stupro per fraintendimento

desiderioIn alcune sentenze e in tante opinioni, gli uomini accusati di stupro sono assolti, perché avrebbero frainteso la volontà della vittima: il fatto che lei non abbia opposto resistenza – si crede – può aver indotto un individuo o un gruppo in un normale errore di valutazione e allora si pensa sia ragionevole evitare di colpevolizzare dei violenti inconsapevoli. Ci si limita a considerare che quanto avvenuto sia stato deplorevole, squallido, increscioso e molto triste per tutti. Questo modo di vedere presuppone alcune idee.

1) Che lo stupro, atto in sé molto violento, sia anche commesso con molta violenza. Se l’accusato non aveva questa intenzione e non ha esercitato tutta la violenza immaginata come necessaria, allora non è stupro. Una logica fatta valere solo per la violenza sessuale. In teoria, una persona può commettere un reato senza rendersene conto. Significa che in quel che ha commesso non c’è dolo, ma se c’è il danno il reato esiste lo stesso. L’inconsapevolezza può dare delle attenuanti, non dà l’assoluzione.

2) Che nel sesso possa valere la regola del silenzio assenso e che senza esplicita manifestazione di dissenso, qualunque cosa poi dica la vittima manchi di credibilità. Avrebbe dovuto dirlo chiaro, prima e subito, in modo tale (anche incrociando le dita) che il suo diniego fosse ben inteso e non confuso con un gioco intrigante.

3) Che quello che conta è il consenso (vero o presunto). Come se fosse impossibile acconsentire o anche solo tacere e rimanere passiva, per soggezione, per paura, per confusione, per sentimento di debolezza, di colpa, etc. e solo dopo mettere a fuoco l’accaduto e la propria chiara volontà. In una situazione diseguale, spesso acconsentire non è espressione di libertà, non è desiderare, è soltanto cedere al desiderio di un altro.

Come è possibile che un uomo non capisca cosa vuole una donna? Dovrebbe essere sufficiente un minimo di naturale empatia. Quasi sempre il fraintendimento è una menzogna. In qualche caso può succedere che un uomo fraintenda, se cerca di capire la cosa sbagliata: se lei acconsente o solo non dissente. Invece di valutare l’unica cosa che abbia senso: se lei lo desidera. Ma questo implica considerare le donne non solo oggetti del desiderio (consenzienti o non dissenzienti), ma anche soggetti desideranti, che scelgono chi desiderare e chi no, come, quando e per quanto. E considerare se stessi, non solo come soggetti (alla ricerca di un si, di un no, di un nì che basta già), ma anche oggetti, che possono essere desiderati o non desiderati.

Riferimenti:
«Ecco perché non fu stupro di gruppo» – Gazzetta di Modena, 25.06.2015
Perché non è sempre stupro – Claudia Cecconato
Siamo con te, ragazza della Fortezza – Resistenza femminista 26.07.2015
Il corpo delle donne è ancora terreno di conquista per giudici e stupratori – Lea Melandri, 29.07.2015
Firenze, una sentenza non lineare
L’idea di stupro
I miti dello stupro
La parte offesa va difesa – Marisa Guarneri, 31.07.2015
Tra consenso estorto e stupro. Una sessualità patriarcale – Maria Rossi, 1.08.2015

Firenze, una sentenza non lineare

processo per stuproLa Corte d’Appello di Firenze ha assolto in secondo grado sei giovani condannati per stupro di gruppo nel 2008. La sentenza, nel riassunto dei giornali, oltrepassa il limite del dubbio, dell’impossibilità di accertare i fatti, e nega la credibilità della vittima in base a giudizi morali sulla sua vita sessuale. Giudizi che possono essere adeguati per definire la sentenza stessa.

Una sentenza non lineare, in continua contraddizione: il fatto è increscioso, ma non penalmente rilevante; la ragazza è ubriaca, ma presente a se stessa; è consenziente, ma in balia del gruppo; è disinibita, ma denuncia per liberarsi dal senso di colpa. Più disinibiti della ragazza sono i giudici, che ostentano un pregiudizio arbitrario, un moralismo sessista, per risolvere una causa, che una persona di media cultura avrebbe difficoltà ad esplicitare anche solo per esprimere una opinione. Le sentenze si rispettano, ma questa sentenza la mancanza di rispetto se la va a cercare.

Salvo andare incontro al martirio nel resistere all’aggressione, nella visione della sentenza intere categorie di donne sarebbero meno o mai credibili come vittime di violenza: le prostitute, le attrici pornografiche, le lesbiche, coloro che vivono relazioni extraconiugali o hanno rapporti sessuali senza avere legami sentimentali. Per assurdo, proprio le donne più libere o più esposte, poiché la maggiore libertà o esposizione implicherebbe una maggiore responsabilità delle vittime e una minore responsabilità dei violenti. Come nel doppio standard sul consumo di alcool: se beve lei, è responsabilizzata dal fatto di aver scelto di essersi messa in una condizione di vulnerabilità, se beve lui, è deresponsabilizzato dal fatto di non essere più in grado di darsi un limite.

Molti messaggi, specie maschili, esprimono queste idee nei social network e nei quotidiani online che riportano la notizia della sentenza. In buona parte però si tratta di affiliati a gruppi misogini e nostalgici, che tra le loro pratiche hanno la colonizzazione di blog e di forum. Nonostante, queste sentenze e questi commentatori, per quanto la cultura dello stupro sia ancora molto diffusa, il mondo è cambiato. Un tempo le argomentazioni di questi giudici sarebbero state considerate normali e non avrebbero acceso alcuna discussione, oggi sono argomentazioni scandalose, molto contestate, in contrasto con tanta parte del senso comune, con leggi e sentenze precedenti. La cultura che contrasta la cultura dello stupro è diventata altrettanto forte, per opera del femminismo e dei centri antiviolenza. Prova ne sia che è persino difficile scrivere un post che eviti il conformismo e la ripetizione di cose già dette e ridette. Ma bisogna esprimersi e anche ripetersi, perché la negazione istituzionale della violenza è una seconda violenza, forse più grave. E una persona che subisce di nuovo violenza va difesa.

Riferimenti:
Fortezza significa forza. Adesso non più – La ragazza della Fortezza
Assoluzione per stupro di gruppo: cosa dice e dove ci porta la sentenza in quelle 4 paginette ambigue e moraliste – Nadia Somma
Private del diritto al rispetto – Simona Sforza
Assolti dallo stupro di gruppo: nessun senso, solo responsabilità – Mario De Maglie
Siamo tutte stuprabili? – Barbara Giorgi
Petizione: «Vergognatevi della vostra sentenza!»
Stupro, sentenze vergognose e assurde: l’elenco completo – NanoPress
Rispettiamo la «ragazza della Fortezza» Anche chi ha «una vita non lineare» può essere vittima di violenza – Fabio Roia
Intervista audio a Lisa Parrini, avvocata della ragazza della Fortezza
La libertà è la nostra fortezza – Manifestazione 28 luglio – Pagina evento FB
Fortezza da Basso, il silenzio degli assolti – Monica Lanfranco
Tre cose sulla sentenza della Fortezza da Basso – Giulia Siviero

L’idea di stupro

Jason Robards - Claudia Cardinale

Lo stupratore, se non è straniero, si presta poco ad essere un buon capro espiatorio. Attraverso i social media, si esprime come umore diffuso l’ostilità colpevolizzante verso la vittima, una mentalità già denunciata ai tempi di processo per stupro. Tuttavia, è molto diffusa ed attiva anche l’indignazione contro tale ostilità, una indignazione rappresentata pure sui giornali. L’Italia è forse più arretrata di altri paesi europei, ma è soprattutto un paese molto diviso e contrastato.

Capita di rimanere perplessi, contrariati, a leggere una donna, una femminista scrivere cose che potrebbero uscire dalla tastiera di un maschilista. Per esempio, domandarsi cosa ci faceva in giro di notte la ragazza vittima di uno stupro. Una visione pessimista vede la cultura patriarcale sopravvivere o attecchire anche tra le femministe. Una visione più ottimista vede il femminismo diffondersi anche tra i settori più tradizionali della società, per cui pure una signora con riflessi un po’ conservatori arriva a dirsi femminista.

Certi riflessi poi sembrano e per certi aspetti sono puro buon senso. Un invito alla prudenza, alla sobrietà, alla vigilanza genitoriale pare la cosa più normale del mondo, perchè la violenza c’è e la tutela dello stato non è sempre garantita. Come discorso privato ci può stare. Anch’io da padre direi ad una figlia di essere cauta. L’ho detto e lo dico a parenti e amiche. Come discorso pubblico diventa problematico. Se dico alle donne di stare attente, si potrà poi dire delle eventuali vittime che sono state disattente. E tutto questo invitare alla cautela è di fatto una limitazione alla libertà di uscire, muoversi e vestirsi come meglio piace.

La cultura dello stupro è fatta di solidarietà con gli stupratori, ma è fatta anche, forse soprattutto, di una idea normale e normalizzante della violenza. Si normalizza la violenza nel rappresentarla divertente: si fa in tante parodie e in genere nella pornografia. Si normalizza la violenza nel rappresentarla naturale, eventualità possibile, probabile come la grandine, le frane, le alluvioni, i terremoti, le tegole che cadono dai tetti, le auto che ti investono, un rischio normale con cui bisogna convivere con molta attenzione. Sta alle potenziali vittime tenerne conto, prima di avventurarsi all’aperto nelle notti buie. Tuttavia, le mura domestiche sono altrettanto insicure, il 70% dei violenti sono parenti, amici e colleghi.

Tanti uomini violenti non lo sono, neppure nei loro retropensieri, magari solo nelle loro fantasie immaginando corrispondenti fantasie femminili. Tanti sottovalutano, non si rendono conto, perciò non hanno una reazione adeguata, non formano ancora una opinione pubblica contro la violenza. Vedono nella violenza sessuale ancora un problema morale, un fatto forse molto schifoso, ma non una tragedia, non qualcosa che può avere a che fare con la vita e la morte, una sproporzione assoluta tra il piacere criminale dello stupratore e la sofferenza inflitta alla vittima. E magari credono che una donna libera e disinibita possa essere capace di affrontare con dignità e laicità una simile esperienza, considerandola soltanto molto sgradevole, come sembra stia per accadere nella scena di un vecchio film western di Sergio Leone.

Il simpatico bandito Cheyenne (Jason Robards) si impone come ospite di Jill McBain (Claudia Cardinale). Appena contraddetto, lui le dice: «Signora, mi pare che non hai capito la situazione!» e lei con sguardo fiero gli risponde: «Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano ad un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti gira puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi e poi chiamare anche i tuoi uomini. Beh, nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza di acqua bollente e sarò esattamente quella di prima. Solo con un piccolo schifoso ricordo in più». Credo di averla ammirata, la prima volta che l’ho ascoltata. Per tanto tempo, io stesso ho avuto questa idea banalizzante dello stupro.