Il bambino, deprivato della madre biologica, subisce un trauma

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La scienza, per me, è una autorità tra le altre, un pronunciamento ulteriore. E’ significativa la convergenza di più autorità nell’affermare il primato della relazione materna e l’importanza della sua continuità. Ci sono due grandi ragioni contro la maternità surrogata: il rifiuto dello sfruttamento, della compravendita e il valore e la continuità della relazione materna. Chi sostiene una, relativizza l’altra. Io le sostengo entrambe. Chi è favorevole all’utero in affitto spesso ha il mito della tecnologia, della scienza e vede un progresso. Una smentita scientifica può dargli da pensare.

La relazione materna è la relazione primaria. Una presenza accessoria, residuale, è una surrogazione di continuità. Possiamo non renderci conto o non credere all’esperienza, all’intuito, alla scienza, concepire il corpo materno come un mero contenitore da cui, alla nascita, un bambino può separarsi per essere in modo del tutto indifferente consegnato alle cure di chiunque altro, perché ci sembra di non vedere i segni evidenti di un trauma. Potremmo però almeno pensare che le conseguenze di questa separazione sulla madre, sul figlio, siano una grave incognita, un rischio serio che non vale la pena correre in forza di un’idea patriarcale che pensa i figli come figli del DNA. Una grave incognita, un rischio serio sulla nostra umanità, trasformare la riproduzione in un processo di fabbrica.

Il caso limite intrafamiliare si può ammettere. Diverso è costruire un’industria, un mercato, un sistema organizzato di compravendita a livello globale. Regolamentare significa legittimare, aprire la strada all’idea che non c’è niente di male nel fare i figli su ordinazione, venderli, comprarli. Lo sfruttamento non è dato dalla mancanza di regole, ma dalla concorrenza sul prezzo. Una regolamentazione seria implica costi elevati per l’assistenza legale e sanitaria e per la ricompensa o «rimborso spese» della gestante. Non è per tutte le tasche e ci sarà sempre qualcuno in qualche parte del mondo che offrirà lo stesso servizio ad un costo inferiore. Gli inglesi già lo sanno e dispongono sia delle regole che del maggior numero di committenti che si rivolge al mercato clandestino.

Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso e la maternità surrogata

Susanna Camusso difende la libera scelta delle madri surrogate e attacca l’ipocrisia di chi si oppone all’utero in affitto, evoca la regolamentazione per rimediare allo sfruttamento. Eppure, il nodo è la libertà dei committenti; l’ipocrisia non prova il torto; favorevoli e contrari sono insiemi disomogenei, regolamentare vuol dire legittimare.

Persone benestanti, sterili, anziane, gay orgogliosi abitano la nostra parte di mondo; sono i committenti effettivi o potenziali, la domanda che genera il commercio o il dono, con l’aiuto di avvocati, medici, intermediari. Molto pensiero sulla surrogata esprime i loro interessi, la loro ideologia. E’ sulla loro libertà che dobbiamo interrogarci. La libertà della madre surrogata è un parafulmine.

Coppie etero o omosessuali possono essere buoni genitori non biologici, quindi è giusto favorire le adozioni di bambini rimasti orfani o abbandonati; situazioni indesiderate, impreviste a cui genitori adottivi di qualsiasi orientamento sessuale possono porre rimedio. Molto più dubbio è invece ordinare una gravidanza e pianificare la separazione del figlio dalla madre; ignoriamo le conseguenze su quel figlio, come ignoriamo quali genitori possano essere coloro che comprano un figlio come fosse un prodotto, pronti a rifiutarlo se insoddisfatti della produzione.

Tra chi si oppone all’utero in affitto vi sono cattolici e conservatori, persone poco impegnate contro lo sfruttamento delle donne in fabbrica, sulla strada, nelle famiglie tradizionali. Perciò si, la loro denuncia dello sfruttamento delle madri surrogate è ipocrita, ma non per questo sbagliata. Un ladro che dice non rubare è ipocrita, però dice bene. Tra gli oppositori vi sono pure laici, persone di sinistre, autorevoli femministe. E’ con loro che bisogna misurarsi; gli ipocriti sono interlocutori di comodo.

Tra le ipocrisie, vi sarebbe la denuncia del mercato, che poi però non si vuole regolamentare. La regolamentazione implica accettare il principio della compravendita. Va bene per le merci, non per la materia vivente, le capacità riproduttive, i bambini. Chi rifiuta la mercificazione, rifiuta di legittimarla, tanto più se la legittimazione non aiuta a ridurre il danno. E rifiuta il dono, il rimborso spese alle donatrici, perché pure il mercato sa essere ipocrita.

GPA – E la maternità solidale?

madri con bambino

A chi si orienta contro l’utero in affitto, è posta la questione della maternità surrogata gratuita e solidale. Per parte mia, ne ho una opinione meno negativa, ma comunque negativa. Per almeno tre ragioni.

  • Anche con la maternità solidale esiste una grave incognita sull’identità e il benessere del nascituro. Ignoriamo quali conseguenze possano avere su di lui la separazione alla nascita dalla madre partoriente; la conoscenza della verità sulla sua origine; l’avere più di una madre, l’avere una madre esclusa dal suo nucleo familiare.
  • Anche con la maternità solidale si riafferma una idea discendente dai padri: che i figli siano figli del DNA e non del corpo che per nove mesi li porta in grembo, li nutre e infine li partorisce, corpo che, nella visione patriarcale, funge solo da terra seminata, da contenitore, da incubatrice. A lasciare perplessi non è soltanto la disponibilità di una donna a donare l’uso del proprio corpo per realizzare il desiderio genitoriale di un’altra persona, quanto il fatto che l’altra accetti, voglia o solleciti una tale possibilità, con la messa a repentaglio della vita, della salute, delle risorse di una donna, l’uso di lei come mezzo, per realizzare un proprio desiderio indotto dalla convinzione patriarcale, rinforzata dallo sviluppo di una industria e di un mercato, che l’essenza di essere padre o madre consista in un dato genetico.
  • Anche la maternità solidale può essere sfruttamento, cioé può fungere da copertura formale dell’utero in affitto. Lo dice bene Luisa Muraro: Finché ci sarà l’utero in affitto è inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita (…) la gratuità deve essere certa, come per il sangue e gli organi, certificata da un’autorità affidabile. Non basta: va prevista la possibilità che la donante possa cambiare idea.

La maternità surrogata solidale esalta nelle donne lo spirito di sacrificio, le induce a sacrificarsi, per essere socialmente apprezzate e valorizzate. Infine, tratta lo stesso il bambino come un oggetto. Invece che venduto e comprato, è regalato.

Articoli correlati:
[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, 7.12.2015
[^] Maternità surrogata e diritto dei figli alla conoscenza – Luciana Piddu, 17.12.2015
[^] Cosa vuol dire desiderare un figlio nell’epoca della sterilità – Dacia Maraini, 16.12.2015
[^] No all’utero in affitto – Il dibattito sul sito di «Che libertà»
[^] Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)? – Simona Sforza, 11.12.2015
[^] Il corpo della madre surrogata – Il Ricciocorno 28.03.2015
[^] Madri surrogate, ecco la Carta di Parigi – Daniele Zappalà, 26.12.2015

L’utero in affitto non è l’aborto

india surrogacy

Tra i favorevoli alla maternità surrogata ricorre spesso il paragone con l’aborto. Si può essere moralmente contrarie all’aborto, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di abortire; allo stesso modo si può essere moralmente contrarie alla maternità surrogata, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di praticarla. D’altra parte, vietare l’aborto provoca l’aborto clandestino; così vietare l’utero in affitto provoca il mercato clandestino degli uteri. Tuttavia, tra maternità surrogata e aborto vi sono alcune importanti differenze, da rendere improponibile il paragone.

Credo nessuna donna desideri abortire. Nessuna donna desidera trovarsi nella situazione di dover scegliere se abortire oppure no. Accade per una gravidanza indesiderata; perché la donna incinta viene abbandonata dal partner; per malformazione fetale, per conseguenze pericolose sulla salute della donna. Accade per una situazione imprevista e indesiderata. Secondo la posizione favorevole alla surrogacy, la donna avrebbe invece la volontà di donare (o di vendere) la disponibilità del proprio corpo per portare avanti una gravidanza per conto di altre. Si tratterebbe dunque, di una situazione voluta e pianificata.

La legalizzazione dell’aborto non si propone di affermare un diritto all’aborto o una libertà di scelta; si propone di contrastare l’aborto clandestino (tre milioni di casi l’anno, secondo le stime più elevate negli anni ‘70), di ridurre il danno; di sostituire al mercato nero dell’aborto, non un mercato legale, ma l’assistenza dello stato, nella prospettiva di superare le cause che possono portare all’interruzione di gravidanza. Un argomento a sostegno della legge è infatti la sua efficacia ai fini di una diminuzione degli aborti. La legalizzazione della surrogacy invece sarebbe volta, non ad un superamento, ma all’introduzione e ad un prevedibile aumento della pratica; nella sua versione più liberista, alla formazione di una industria e di un mercato.

L’aborto è praticato da donne di ogni censo e nazionalità. La surrogacy è in netta pravalenza praticata da donne povere di paesi poveri.

Infine, la differenza più importante: l’aborto non mette al mondo nessuno; la surrogata mette al mondo un essere umano. Sull’incognita di una creatura venuta al mondo, come ognuno di noi, nella relazione materna, ma subito strappato da quella relazione, non per una necessità, ma per un programma, c’è da riflettere e bisogna fermarsi.

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[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, Corriere della Sera 7.12.2015