Istat, violenza, italiani e stranieri

Difendila-720

Secondo l’Istat, gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (81,6%), da autori stranieri in circa il 15% dei casi (15,1%). Ma, gli stranieri sono l’8,3% della popolazione. Se l’autore della violenza o della tentata violenza è straniero, le donne italiane denunciano di più. La somma dei dati non dà 100: forse, mancano dei dati; forse, vi sono alcune denunce di vittime italiane per le quali non è stato possibile identificare la nazionalità dell’aggressore; forse, alcune vittime straniere hanno denunciato più di una aggressione.

Va ricordato che i dati Istat sono rielaborazioni dei dati del ministero dell’interno e che questi ultimi sono dati relativi alle denunce. Secondo l’Istat, le denunce sono solo il 7% delle violenze. Perciò, a parere di Marzio Barbagli e di Laura Linda Sabbadini questi dati sono insufficienti per poter dire che gli stranieri violentano più degli italiani. E’ probabile che anche le straniere non denuncino parenti e amici, anche se, secondo Linda Laura Sabbadini, le straniere denunciano più delle italiane.

Sulla violenza, il confronto reale da tener presente, l’unico sul quale occorre concentrarsi, è quello tra uomini e donne. Il confronto tra italiani e stranieri è imposto dalla xenofobia, che usa pesantemente il tema della violenza sulle donne per criminalizzare gli stranieri, facendo leva sul pregiudizio facile. Così, per contenere la xenofobia, c’è da fare un lavoro su dati e proporzioni.

Si può capire la donna che prova maggior disagio, fastidio, paura, rabbia, quando l’attenzione molesta arriva da uno straniero. È un vissuto non giudicabile; anch’io, in situazioni negative preferisco, del tutto irrazionalmente, avere a che fare con italiani. Penso invece si entri nel pregiudizio, quando la molestia o qualsiasi altro comportamento negativo è spiegato come espressione della cultura di provenienza dello straniero.

Se diciamo che gli stranieri delinquono di più, in particolare verso le donne, e lo fanno perché predisposti culturalmente, in cosa si distingue la nostra lettura da quella della destra xenofoba? E quali diverse conseguenze possiamo trarre? Finiamo come il Minniti imitato da Crozza: la differenza è che a noi la xenofobia “ci dispiace”; e la sfida dei prossimi anni, sarà “farci passare il dispiacere”.

Il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri è anche mio. Anch’io tendo a credere che si comportino peggio e do credito alle testimonianze. Solo che le analisi della realtà, intese come studi, ricerche, statistiche, non confermano questa ipotesi o mostrano di non avere dati sufficienti per poterla confermare.

Un dato possiamo conoscerlo tutti: gli stranieri in Italia sono passati dai 300 mila del 1990, al milione e trecentomila del 2002, ai 5 milioni del 2017. Per lo stesso arco di tempo, il ministero degli interni, quello della giustizia, l’Istat e altri istituti di ricerca non dicono che i reati sono aumentati in misura proporzionale all’aumento degli stranieri. Anzi, non sono proprio aumentati, alcuni, i più efferati, compresi gli stupri, sono persino diminuiti. Dunque, per quanto ne sappiamo, vero e verosimile non coincidono.

Tuttavia, stranieri che si comportano male esistono. Ciò ha una spiegazione culturale? Penso di no. Oppure si, ma paradossalmente in senso contrario a quel che si tende a credere. Non sono uomini arretrati, sono uomini moderni, che pensano di incontrare finalmente donne moderne, cioé libere, disinibite e disponibili, come quelle che compaiono nelle gigantesche diapositive pubblicitarie della stazione centrale di Milano, dove si concentrano molti migranti.

L’uomo patriarcale era più rispettoso verso le donne dell’uomo postpatriarcale. Il primo viveva in un ordine che dava regole e limiti, il secondo vive in un disordine che dà solo licenze. Gli uomini neri che molestano, per cultura, sono poco simili agli uomini della loro tribù, sono più simili ai nostri clienti della prostituzione, ai nostri utenti del porno, ai nostri turisti sessuali. Più simili a quei programmatori che simbolizzano la donna nei sex robot e in quei visitatori che per eccitazione i sex robot li distruggono.

Sono giovani, più intraprendenti di noi nel bene e nel male. Sono soli, senza opportunità di socializzazione (circoli, palestre, piscine, sale da ballo, discoteche, scuole, università, associazioni, compagnie di amici), quindi si affidano di più all’approccio volante o ad un’attenzione molto segnaletica. Nella solitudine, non sono sotto il controllo di parenti, amici, conoscenti, non hanno il problema ambientale di proteggere la propria reputazione personale dallo sguardo dell’altro ed anche il proprio sguardo interiore chiude un occhio.

Date queste condizioni, la risposta più efficace non può che andare nel senso di favorire una maggiore inclusione. Il contrario di quel che suggerisce il riflesso condizionato xenofobo.

Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

Stranieri e case popolari a Torino

Case popolari Torino

Alla direzione regionale del PD piemontese, Piero Fassino ha dichiarato che l’immigrazione in Italia sta superando la soglia oltre la quale diventa ingovernabile e può travolgerci. In campagna elettorale è stato il tema che sempre le persone gli mettevano davanti. Il più sentito nelle periferie dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare e dove il PD ha avuto i risultati peggiori. Per esempio, nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile.

L’allarme di Fassino trova una sponda nella richiesta di Marcello Mazzù, presidente dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC), di rivedere la legge regionale del 2010 approvata dalla maggioranza di Mercedes Bresso. La nuova legge ha abrogato i tre anni di lavoro regolare necessari ai soli stranieri per poter accedere alle assegnazioni. Così, le case popolari assegnate agli immigrati sono aumentate dal 10-15% al 30%. A fronte di una popolazione straniera solo del 15%, sottolinea Repubblica.

Tuttavia, vedere una ingiustizia nel divario percentuale tra assegnatari e residenti è molto arbitario. Gli stranieri sono presenti in misura differente nei diversi gruppi sociali. Sono di più tra gli inquilini come sono di meno tra i proprietari. Il rapporto da osservare è quello tra richiedenti e assegnatari. Allora si vede che le proporzioni tornano, anzi sono ancora a vantaggio degli italiani. Infatti, i non italiani assegnatari sono il 39% nel 2015 a fronte di un 53% di richiedenti, mentre gli italiani assegnatari sono il 61% a fronte di un 46% di richiedenti.

Inoltre, va notato che la percentuale di immigrati assegnatari non sta aumentando in modo esponenziale: è triplicata con l’entrata in vigore della nuova norma tra il 2012 e il 2013, per poi stabilizzarsi. La definizione dei requisiti a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti rispetta il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge ed è in linea con il proposito di accogliere, integrare, regolarizzare la presenza degli stranieri in Italia. Mi domando infatti cosa significhi invocare il governo del fenomeno, se poi ci si mette sul piano inclinato delle segregazioni, per poter lasciare in mezzo alla strada le famiglie immigrate più numerose.

Mi chiedo ancora come si possa governare l’immigrazione, nello schema della guerra tra poveri, con la scelta di stare dalla parte dei nostri poveri. Un buon governo richiede una politica di giustizia tra tutti i ceti sociali. A Torino, il 68% delle case popolari è stato costruito prima del 1981 e il 18% tra il 1981 e il 1990. Si possono dunque fare nuovi investimenti pubblici per costruire nuove case popolari, se le assegnazioni risultano insufficienti. Oppure si possono indurre i proprietari di alloggio ad affittare ad un costo accessibile le case sfitte esistenti in città (30 mila secondo il censimento del 2001).

Infine, c’è qualcosa che è possibile fare subito e non costa nulla: riconoscere il ruolo decisivo degli immigrati nel mantenimento del nostro welfare. Che l’assegnazione di alcune centinaia di alloggi popolari a persone immigrate, in una grande città del nord, faccia parlare l’ex primo cittadino di ingovernabilità e travolgimento, con conseguenti titoli sui giornali, finisce per rinforzare paura e ostilità. Un conto è comprendere un sentimento popolare diffuso, un altro è farsi megafono della pancia, per trattare gli immigrati come capro espiatorio dell’insicurezza sociale. E della sconfitta elettorale.

La presenza immigrata a Torino è, tra l’altro, in calo. Sono 136.262, in diminuzione, per il terzo anno consecutivo, di n. 1.814 unità i cittadini stranieri residenti, pari al’15% della popolazione totale (come dal 2013, mentre nel 2012 costituivano il 16% della popolazione totale).

Razzismo insindacabile per il PD

cecile-kyenge-italia

Cecile Kyenge è stata nel governo Letta la prima ministra nera della storia della repubblica. Durante il suo mandato al ministero dell’integrazione è stata bersagliata da continui insulti a sfondo razzista, in particolare da parte di fascisti e leghisti, dalle pagine dei social media di semplici militanti, e dalle tribune di leader politici e istituzionali.

Il più importante è stato il vicepresidente del senato Roberto Calderoli che, durante un comizio leghista, ha equiparato la ministra ad un orango, ragione per cui il vicepresidente è stato denunciato per razzismo ai sensi della legge Mancino. Ieri, il senato ha dato l’autorizzazione a procedere per l’accusa di diffamazione, ma ha negato quella per l’accusa di razzismo. Tra i senatori respingenti si trovano due terzi del gruppo PD, compresi esponenti della minoranza e metà del gruppo di SEL.

Poiché Calderoli ritira parte dei suoi emendamenti al ddl Boschi, si sospetta un baratto: il salvataggio del senatore in cambio dell’approvazione della riforma del senato in tempo utile. E’ verosimile, ma non spiega tutto. Tra i salvatori vi sono anche esponenti di sinistra contrari alla riforma.

Da due decenni, nel dibattito politico, ascoltiamo espressioni violente, offensive, razziste; le vediamo accolte come manifestazioni di intemperanza, cattivo gusto, sarcasmo, modi di esprimersi di personaggi folcloristici mai presi sul serio. D’altra parte, molti democratici e di sinistra sono imbarazzati e preoccupati di fronte ai migranti.

Per difendersi dall’accusa di razzismo, alcuni xenofobi raccontano di avere un amico straniero. Nel veder smentiti i propri fantasmi, essi credono che quell’immigrato loro amico, collega, vicino, sia diverso dai suoi simili e uguale a noi. Succede qualcosa del genere ai democratici che hanno orrore del razzismo, ma poi tollerano l’amico razzista: lo vedono normale, uguale a noi, una brava persona, con i suoi meriti, che ogni tanto le spara un po’ grosse. Per molti senatori democratici, Calderoli è un tipo così. Lo conoscono da vent’anni e con lui sono in relazione, mentre Cecile Kyenge è per loro lontana, un’estranea se non una straniera.

Il salvataggio di Calderoli, che reputo vergognoso, ci ripropone una questione, oltre il razzismo delle formazioni xenofobe: la tolleranza e la benevolenza delle formazioni democratiche e di sinistra.

Aiutiamoli a casa loro?

Kilamba-Luanda-Angola 2

Aiutiamoli a casa loro è lo slogan buonista delle destre xenofobe. Il sottotesto è: non vogliamo aiutarli a casa nostra, non li vogliamo tra noi. Lo slogan presuppone che i paesi siano case; i nativi siano i padroni e gli stranieri gli ospiti; l’immigrazione una violazione di domicilio. Spesso, chi vuole aiutarli a casa loro, vuole che l’immigrazione irregolare sia un reato; gli irregolari li chiama clandestini.

Chi proclama questo slogan, però, non presenta progetti di sviluppo per i paesi poveri, né propone di cancellare i loro debiti. Anzi, quando è al governo taglia i fondi alla cooperazione. Al momento, e da sempre, il miglior aiuto alla casa dei migranti proviene dai migranti stessi, mediante le loro rimesse. Trasferimenti presi a bersaglio da chi vuole aiutarli a casa loro, perché sottraggono ricchezza alla nostra economia.

Il principio di aiutare gli altri a casa loro, in sé, non è sbagliato, se non fosse per il fatto che tra gli aiutanti e gli aiutati si instaura un rapporto di potere; quando si tratta di relazioni tra stati, gli aiutati pagano gli aiuti con la rinuncia parziale o totale alla propria sovranità e indipendenza.

Soprattutto, è un principio che ignora la sfasatura temporale tra il problema e la soluzione: eventuali effetti benefici si possono avere nel medio-lungo periodo, mentre l’emergenza migratoria è adesso. Volerli aiutare a casa loro in futuro, significa non volerli aiutare qui e ora, mentre intanto muoiono a migliaia nel traversare il Mediterraneo.

Ma provocare morti annegati in mare o asfissiati nei Tir per scoraggiare l’immigrazione è immorale e disumano, è la prima cosa che non possiamo accettare. Perciò, dato che in tanti vogliono raggiungerci e sono disposti a rischiare la vita, per salvarsi o sperare in un futuro dignitoso, possiamo solo aprire porti e frontiere.

Possiamo accogliere i profughi di guerra (e della povertà)

profughi siriani

Mentre gli europei sono divisi tra la xenofobia e la solidarietà, è importante pronunciarsi a favore dell’accoglienza, per dare il segno prevalente all’opinione pubblica, per condizionare le scelte dei governi, che spesso presumono più paura di quella che c’è.

I migranti naufragati con i barconi o asfissiati nei Tir, le foto di un piccolo bambino siriano morto sulla spiagga turca, hanno scosso le coscienze e risvegliato nei democratici l’imperativo di un minimo di umanità e di moralità. Noi sappiamo che quelle morti sono l’effetto delle nostre politiche di contrasto, che impediscono ai migranti di raggiungerci in condizioni di legalità e sicurezza.

Paesi più poveri come la Turchia, il Libano, la Giordania, accolgono molti più profughi di noi. Lo fanno in condizioni inferiori ai nostri standard, ma restano condizioni superiori a quelle di una guerra, in cui si rischia di diventare schiavi, di essere feriti, torturati, di venire decapitati o uccisi in altro modo. Noi, standard di accoglienza più elevati ce li possiamo permettere. Se riteniamo che i campi profughi dei paesi più prossimi alle zone di guerra siano inadeguati, a maggior ragione possiamo offrire la nostra ospitalità.

Siamo ancora ricchi abbastanza per accogliere donne e uomini in fuga dalla morte o da una vita di stenti e loro possono aiutarci a produrre ulteriore ricchezza oppure a rallentare le nostre recessioni. In ogni caso, sono esseri umani come noi e questo basta per scegliere di accoglierli. Regole e procedure decidano il come, non il se e neppure il quanti.

Abbiamo un debito storico per il nostro passato coloniale e un debito contemporaneo per il nostro interventismo militare, che ha lasciato nel caos interi territori. Un debito più grande e più importante di quello che, con grandi sacrifici, paghiamo in modo permanente a ricchi creditori. E’ ora di cambiare le priorità.