Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

Stranieri e case popolari a Torino

Case popolari Torino

Alla direzione regionale del PD piemontese, Piero Fassino ha dichiarato che l’immigrazione in Italia sta superando la soglia oltre la quale diventa ingovernabile e può travolgerci. In campagna elettorale è stato il tema che sempre le persone gli mettevano davanti. Il più sentito nelle periferie dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare e dove il PD ha avuto i risultati peggiori. Per esempio, nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile.

L’allarme di Fassino trova una sponda nella richiesta di Marcello Mazzù, presidente dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC), di rivedere la legge regionale del 2010 approvata dalla maggioranza di Mercedes Bresso. La nuova legge ha abrogato i tre anni di lavoro regolare necessari ai soli stranieri per poter accedere alle assegnazioni. Così, le case popolari assegnate agli immigrati sono aumentate dal 10-15% al 30%. A fronte di una popolazione straniera solo del 15%, sottolinea Repubblica.

Tuttavia, vedere una ingiustizia nel divario percentuale tra assegnatari e residenti è molto arbitario. Gli stranieri sono presenti in misura differente nei diversi gruppi sociali. Sono di più tra gli inquilini come sono di meno tra i proprietari. Il rapporto da osservare è quello tra richiedenti e assegnatari. Allora si vede che le proporzioni tornano, anzi sono ancora a vantaggio degli italiani. Infatti, i non italiani assegnatari sono il 39% nel 2015 a fronte di un 53% di richiedenti, mentre gli italiani assegnatari sono il 61% a fronte di un 46% di richiedenti.

Inoltre, va notato che la percentuale di immigrati assegnatari non sta aumentando in modo esponenziale: è triplicata con l’entrata in vigore della nuova norma tra il 2012 e il 2013, per poi stabilizzarsi. La definizione dei requisiti a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti rispetta il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge ed è in linea con il proposito di accogliere, integrare, regolarizzare la presenza degli stranieri in Italia. Mi domando infatti cosa significhi invocare il governo del fenomeno, se poi ci si mette sul piano inclinato delle segregazioni, per poter lasciare in mezzo alla strada le famiglie immigrate più numerose.

Mi chiedo ancora come si possa governare l’immigrazione, nello schema della guerra tra poveri, con la scelta di stare dalla parte dei nostri poveri. Un buon governo richiede una politica di giustizia tra tutti i ceti sociali. A Torino, il 68% delle case popolari è stato costruito prima del 1981 e il 18% tra il 1981 e il 1990. Si possono dunque fare nuovi investimenti pubblici per costruire nuove case popolari, se le assegnazioni risultano insufficienti. Oppure si possono indurre i proprietari di alloggio ad affittare ad un costo accessibile le case sfitte esistenti in città (30 mila secondo il censimento del 2001).

Infine, c’è qualcosa che è possibile fare subito e non costa nulla: riconoscere il ruolo decisivo degli immigrati nel mantenimento del nostro welfare. Che l’assegnazione di alcune centinaia di alloggi popolari a persone immigrate, in una grande città del nord, faccia parlare l’ex primo cittadino di ingovernabilità e travolgimento, con conseguenti titoli sui giornali, finisce per rinforzare paura e ostilità. Un conto è comprendere un sentimento popolare diffuso, un altro è farsi megafono della pancia, per trattare gli immigrati come capro espiatorio dell’insicurezza sociale. E della sconfitta elettorale.

La presenza immigrata a Torino è, tra l’altro, in calo. Sono 136.262, in diminuzione, per il terzo anno consecutivo, di n. 1.814 unità i cittadini stranieri residenti, pari al’15% della popolazione totale (come dal 2013, mentre nel 2012 costituivano il 16% della popolazione totale).

Razzismo insindacabile per il PD

cecile-kyenge-italia

Cecile Kyenge è stata nel governo Letta la prima ministra nera della storia della repubblica. Durante il suo mandato al ministero dell’integrazione è stata bersagliata da continui insulti a sfondo razzista, in particolare da parte di fascisti e leghisti, dalle pagine dei social media di semplici militanti, e dalle tribune di leader politici e istituzionali.

Il più importante è stato il vicepresidente del senato Roberto Calderoli che, durante un comizio leghista, ha equiparato la ministra ad un orango, ragione per cui il vicepresidente è stato denunciato per razzismo ai sensi della legge Mancino. Ieri, il senato ha dato l’autorizzazione a procedere per l’accusa di diffamazione, ma ha negato quella per l’accusa di razzismo. Tra i senatori respingenti si trovano due terzi del gruppo PD, compresi esponenti della minoranza e metà del gruppo di SEL.

Poiché Calderoli ritira parte dei suoi emendamenti al ddl Boschi, si sospetta un baratto: il salvataggio del senatore in cambio dell’approvazione della riforma del senato in tempo utile. E’ verosimile, ma non spiega tutto. Tra i salvatori vi sono anche esponenti di sinistra contrari alla riforma.

Da due decenni, nel dibattito politico, ascoltiamo espressioni violente, offensive, razziste; le vediamo accolte come manifestazioni di intemperanza, cattivo gusto, sarcasmo, modi di esprimersi di personaggi folcloristici mai presi sul serio. D’altra parte, molti democratici e di sinistra sono imbarazzati e preoccupati di fronte ai migranti.

Per difendersi dall’accusa di razzismo, alcuni xenofobi raccontano di avere un amico straniero. Nel veder smentiti i propri fantasmi, essi credono che quell’immigrato loro amico, collega, vicino, sia diverso dai suoi simili e uguale a noi. Succede qualcosa del genere ai democratici che hanno orrore del razzismo, ma poi tollerano l’amico razzista: lo vedono normale, uguale a noi, una brava persona, con i suoi meriti, che ogni tanto le spara un po’ grosse. Per molti senatori democratici, Calderoli è un tipo così. Lo conoscono da vent’anni e con lui sono in relazione, mentre Cecile Kyenge è per loro lontana, un’estranea se non una straniera.

Il salvataggio di Calderoli, che reputo vergognoso, ci ripropone una questione, oltre il razzismo delle formazioni xenofobe: la tolleranza e la benevolenza delle formazioni democratiche e di sinistra.

Aiutiamoli a casa loro?

Kilamba-Luanda-Angola 2

Aiutiamoli a casa loro è lo slogan buonista delle destre xenofobe. Il sottotesto è: non vogliamo aiutarli a casa nostra, cioè non li vogliamo tra noi.

Lo slogan presuppone che i paesi siano case e che nei paesi i nativi siano padroni e gli stranieri ospiti; l’immigrazione una violazione di domicilio. Spesso, chi vuole aiutarli a casa loro, vuole che l’immigrazione irregolare sia un reato; gli irregolari li chiama clandestini.

Chi proclama questo slogan, però, non presenta progetti di sviluppo per i paesi poveri, né propone di cancellare i loro debiti. Anzi, quando è al governo taglia i fondi alla cooperazione.

Al momento, e da sempre, il miglior aiuto a casa dei migranti proviene dai migranti stessi, mediante le loro rimesse. Trasferimenti presi a bersaglio da chi vuole aiutarli a casa loro, perché sottraggono ricchezza alla nostra economia.

Il principio di aiutare gli altri a casa loro, in sé, non è sbagliato, se non fosse per il fatto che tra gli aiutanti e gli aiutati si instaura un rapporto di potere; quando si tratta di relazioni tra stati, gli aiutati pagano gli aiuti con la rinuncia parziale o totale alla propria sovranità e indipendenza.

Soprattutto, è un principio che ignora la sfasatura temporale tra il problema e la soluzione: eventuali effetti benefici si possono avere nel medio-lungo periodo, mentre l’emergenza migratoria è adesso. Volerli aiutare a casa loro in futuro, significa non volerli aiutare qui e ora, mentre intanto muoiono a migliaia nel traversare il Mediterraneo.

Ma provocare morti annegati in mare o asfissiati nei Tir per scoraggiare l’immigrazione è immorale e disumano, è la prima cosa che non possiamo accettare. Perciò, dato che in tanti vogliono raggiungerci e sono disposti a rischiare la vita, per realizzare il loro desiderio di salvezza o di realizzazione, possiamo solo aprire le frontiere.

Possiamo accogliere i profughi di guerra (e della povertà)

profughi siriani

Mentre gli europei sono divisi tra la xenofobia e la solidarietà, è importante pronunciarsi a favore dell’accoglienza, per dare il segno prevalente all’opinione pubblica, per condizionare le scelte dei governi, che spesso presumono più paura di quella che c’è.

I migranti naufragati con i barconi o asfissiati nei Tir, le foto di un piccolo bambino siriano morto sulla spiagga turca, hanno scosso le coscienze e risvegliato nei democratici l’imperativo di un minimo di umanità e di moralità. Noi sappiamo che quelle morti sono l’effetto delle nostre politiche di contrasto, che impediscono ai migranti di raggiungerci in condizioni di legalità e sicurezza.

Paesi più poveri come la Turchia, il Libano, la Giordania, accolgono molti più profughi di noi. Lo fanno in condizioni inferiori ai nostri standard, ma restano condizioni superiori a quelle di una guerra, in cui si rischia di diventare schiavi, di essere feriti, torturati, di venire decapitati o uccisi in altro modo. Noi, standard di accoglienza più elevati ce li possiamo permettere. Se riteniamo che i campi profughi dei paesi più prossimi alle zone di guerra siano inadeguati, a maggior ragione possiamo offrire la nostra ospitalità.

Siamo ancora ricchi abbastanza per accogliere donne e uomini in fuga dalla morte o da una vita di stenti e loro possono aiutarci a produrre ulteriore ricchezza oppure a rallentare le nostre recessioni. In ogni caso, sono esseri umani come noi e questo basta per scegliere di accoglierli. Regole e procedure decidano il come, non il se e neppure il quanti.

Abbiamo un debito storico per il nostro passato coloniale e un debito contemporaneo per il nostro interventismo militare, che ha lasciato nel caos interi territori. Un debito più grande e più importante di quello che, con grandi sacrifici, paghiamo in modo permanente a ricchi creditori. E’ ora di cambiare le priorità.

Paura di un milione di migranti?

Rifugiati e migranti chiedono asiloPerchè avere paura di un milione di rifugiati migranti? Alcuni giornali indicano in questa cifra il numero delle persone che dal Nord Africa vorrebbero raggiungere l’Europa. Alcuni politici xenofobi indicano questa cifra per annunciare la catastrofe. Eppure il Libano, un paese molto più povero e modesto dell’Unione europea e anche solo dell’Italia, ospita un milione e duecento mila rifugiati. In condizioni inferiori ai nostri standard, ma pur sempre superiori alle condizioni da cui quelle persone provengono.  Che senso ha voler essere fedeli ai propri livelli di accoglienza e poi praticare politiche di chiusura che provocano le stragi in mare e delegano a stati africani amici il compito di allestire campi di concentramento per fermare o peggio restituire al loro inferno i migranti che vogliono raggiungerci? Meglio dell’Europa, il Libano e la Giordania.

Si può capire la preoccupazione per le grandi trasformazioni che le migrazioni di massa comportano, ma non c’è motivo di concentrare la paura proprio sulle persone che vogliono raggungerci. Sono giovani che affrontano una impresa terribile, per tentare di garantirsi la sopravvivenza e poi una vita dignitosa. Una impresa che in tanti non sapremmo compiere. Molti di noi rimarrebbero nel proprio villaggio in attesa del proprio destino o fuggirebbero poco lontano. Tra loro possono esserci molti potenziali geni, intellettuali, imprenditori, abili e onesti lavoratori, campioni sportivi. Certo, anche qualche mediocre e delinquente, cioè l’unica risorsa che si riesce ad intravvedere nella grettezza dei nostri xenofobi: da quelli che chiedono al governo di fare qualcosa per impedire ai migranti di partire a quelli che festeggiano per il naufragio dei barconi. Se qualcosa fa paura nei movimenti migratori, è il rivelarsi di questa grettezza autoctona. Quelle persone in fuga dalla guerra e dalla fame, pronte ad attraversare il mediterraneo sui gommoni, sono esseri umani e per questa sola ragione vanno soccorsi, accolti e protetti.

La xenofobia come bussola di governo, oltre a negare umanità e giustizia, è incapace di investire sul futuro. Vede rifugiati e migranti solo come un costo immediato, perchè l’immediato e il suo orizzonte, senza vedere l’enorme potenziale di prossimi creatori e produttori. Le migrazioni sono un processo per tanta parte innescato dal nostro mondo, con il colonialismo, la globalizzazione, il finanziamento delle guerre, la vendita di armi, l’abbattimento di stati. Se una impresa può giocare la mossa di spostarsi in un paese povero per sfruttarne la manodopera a basso costo, i lavoratori di quel paese possono giocare la mossa di spostarsi in un paese ricco, per ottenere salari più alti. La cultura, la libertà, il benessere occidentale sono stati una promessa per tutta l’umanità. Oggi si mostrano solo come una fortezza assediata in cui la miseria morale precede e annuncia la miseria economica. Una cittadella destinata ad essere espugnata o a declinare e invecchiare senza essere più attraente per nessuno. Di questo ha senso aver paura.

Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi»

di Tk
milano-consolato-francesedalla bacheca della Libreria delle donne

Cara Marina Terragni, ieri c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato musulmani, in particolare donne, anche se non si sono tolte il velo. Leggo che Cecilia Strada ne parla in questi termini: “Non c’è un noi e voi, noi cattolici e voi musulmani, noi italiani e voi stranieri ma chi chiede diritti e chi imbraccia le armi”.

Mi sembra un buon modo per sottrarsi alla logica del “noi” e “voi”, quale che sia la sua origine. Questa non è la “loro” manifestazione.

Non è la prima volta che i musulmani scendono in piazza per questo e per testimoniare vicinanza alle vittime del terrorismo di matrice islamica.

Ma non è mai abbastanza, ogni volta sembra la prima volta.

E tutte le volte che se ne denuncia il silenzio, si insultano milioni di donne e uomini di fede islamica e si spegne la voce dei molti tra loro che nel mondo lottano e muoiono perché si oppongono a chi, in nome della religione, commette crimini efferati prima di tutto contro lo stesso popolo musulmano.

La prima cosa che mi ha colpita nel tuo articolo, proprio come un pugno, è il tuo invito a “loro” a farlo per Ahmed, uno di “loro”. Per chi l’avrà fatto Ahmed, per chi ha rischiato la vita, per “loro” o per “voi”?

Mi è sembrato così ingiusto anche nei suoi confronti ridurre tutto a uno scontro tra comunità.

milano-consolato-francese-1Hai espresso il bisogno di una loro manifestazione con cui addirittura dicano a tutti voi che non festeggeranno per la morte dei vostri, e che non sono orgogliosi della guerra portata in casa vostra. Dici una cosa molto forte che fa di un uomo davanti a un bar e di una donna velata che va a prendere i figli a scuola un silenzioso popolo, forse connivente con degli assassini e da cui quindi hai bisogno di essere rassicurata.

Difficile fare spazio dentro di sé a una richiesta del genere. E non credo di dire nulla di incredibile. Questa stessa discussione su fb mostra come, per molto meno, istintiva e forte sia la chiusura e la tentazione di sottrarsi ad ogni scambio.

Io comprendo la paura in cui ci fa precipitare il sentirci vulnerabili, perché la provo. Ho paura dell’odio del terrorismo islamico ma anche di quello xenofobo e islamofobo. E credo che quindi tutti siamo chiamati a usare quella saggezza di cui parla coraggiosamente Muraro, probabilmente non a caso, una donna.

La saggezza non è paura, non è abdicare a principi per vigliaccheria. È sapere guardare lontano, è sapersi dare dei limiti. È smarcarsi da quella logica “maschia” che si appropria del luogo che dovrebbe essere la relazione, per farne un campo di battaglia tra trincee contrapposte, in cui non sembrano scontrarsi donne e uomini ma astratti principi e ideologie che li trascendono.

Vedi anche:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk